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Dedicato a chi esulta:

Vi auguro di ritrovarvi in mare. Non sul materassino gonfiabile a pochi metri dalla riva a Gatteo Mare, ma a molte miglia marittime dalla costa, nel Mediterraneo. Su di una barca che cade a pezzi, con altre centinaia come voi, pelle contro pelle, i sudori che si mischiano. La sete sta bruciando la vostra gola, il sole sta trasformando le vostre labbra in braciole alla griglia, le stesse che state sognando perché il vostro stomaco si contorce dalla fame. Gli occhi lacrimano, per il sole, il vento, il sale, la disperazione. Non avete nulla con voi: nessun bagaglio, non siete in crociera. Nessuno smartphone, no, non potete postare su Facebook il vostro stato d’animo, con l’emoticon sofferente che indica che vi sentite “messi alla prova” oppure “a pezzi”. Non avete nemmeno la cosa più importante: la speranza. Lì dovete stare. Perché nessun porto vi vuole accogliere.

“Lì dovete crepare, voi e le vostre brutte facce da immigrati, che poi venite a calpestare i nostri orticelli ben delimitati e curati, a fare razzia dei nostri crocifissi (noi ci teniamo molto ai valori cristiani). Venite ad ammazzare e a stuprare, in questo paese così, storicamente incline alla legalità, così contrario alla violenza e alla delinquenza.”

No, tutto sommato credo di potervi augurare qualcosa di peggio che non una barca in mezzo al mare. Vi auguro di trovare l’umanità per un attimo. Un barlume di umanità nel fiele della frustrazione. Che la frustrazione e l’ignoranza si squarcino per attimo, che attraverso la sua luce gli altri esseri umani non siano più capri espiatori ma persone con problemi più grandi dei vostri. Per un solo, isolato istante. Attenzione, però, perché acceca. E allora, sì, che finisce la pacchia.