Oggi mi prendo una pausa dagli articoli che indagano come scrivere al meglio i nostri contenuti, e mi fermo a riflettere insieme a te su un tema che potrebbe dare nuovo slancio -perché no- anche a ciò che scriviamo, se provassimo a praticarla come arma di pensiero: la disobbedienza.

In questo senso ho pensato a un personaggio storico che potrebbe essere d’ispirazione per tutti: Stanislav Petrov, un militare sovietico deceduto nel 2017. L’incidente accadutogli nel 1983 mi ha sempre colpita molto e voglio raccontartelo.

Stanislav Petrov

Petrov era un tenente colonnello dell’Armata Rossa durante la Guerra Fredda. Gli anni Ottanta, come ben saprai, sono stati un periodo difficile per l’Unione Sovietica. Nel 1986 è esploso il reattore nucleare di Chernobyl, da Gorbaciov considerato una concausa della caduta della Federazione. A proposito di questo, c’è un altro disobbediente celebre di cui mi piacerebbe parlarti, Valerij Alekseevič Legasov, ma per ora torniamo a Petrov, tre anni prima.

Il 26 settembre 1983 Petrov prese servizio per sostituire un collega presso il bunker Serpuchov 15 a Mosca, dove si monitorava il sistema missilistico americano tramite satellite. La Guerra Fredda aveva funzionato sempre allo stesso modo, secondo l’idea della Distruzione mutua assicurata. Un passo da parte di uno dei due schieramenti avrebbe implicato la risposta immediata della parte avversa che, in odore di armamenti nucleari, avrebbe significato la distruzione del pianeta.

Così Stati Uniti e Unione Sovietica avevano vissuto quei decenni, costringendo anche tutto il resto dell’umanità a vivere nell’incertezza di un elefante all’interno di una cristalleria. Un po’ come Petrov quella famigerata sera.

L’ordine era semplice: in caso il satellite avesse rilevato un attacco da parte degli Stati Uniti c’era un pulsante da premere, come nella migliore delle procedure sovietiche, un pulsante che avrebbe dato il via al contrattacco. Da lì, naturalmente, non sarebbe stato possibile tornare indietro.

È notte fonda, Petrov sta monitorando il satellite. Non sa ancora cosa sta per succedere. Pochi minuti dopo la mezzanotte il sistema satellitare dà l’allarme, un missile sarebbe stato lanciato dallo stato del Montana in direzione dell’Unione Sovietica. Petrov conosce bene la situazione, ritiene impossibile, per una flotta missilistica come quella statunitense, lanciare soltanto un missile, pensa a un errore del sistema e non informa i suoi superiori. Nei minuti successivi il sistema segnala altri quattro lanci, per un totale di cinque missili in direzione dell’Unione Sovietica.

Disobbedienza come pratica di pensiero critico

Pensaci bene: cos’avresti fatto al posto suo? L’esperienza di Petrov lo ha portato a disobbedire all’ordine più importante: premere immediatamente il pulsante in caso di attacco, anche nel caso di un solo missile lanciato. Petrov deglutisce e pensa con calma: non è possibile che gli Stati Uniti decidano di attaccare con cinque missili, non è uno scenario reale. Una macchina non può analizzare con senso critico questi dettagli, un uomo sì. Petrov ritiene che il sistema stia dando i numeri e non preme il pulsante.

Una volta analizzata la situazione (stiamo parlando di pochi minuti), con cinque missili potenzialmente in viaggio verso l’Unione Sovietica, ma non rilevati da altri sistemi, Petrov decide di notificare ai superiori un malfunzionamento del sistema, e non un potenziale attacco. La sua analisi si rivelò giusta. Nessun missile era stato lanciato dagli Stati Uniti.

Petrov si rivelò l’uomo giusto al momento giusto. La sua decisione salvò il pianeta e tutti quanti noi, compresi, naturalmente, i suoi superiori. Ma, e questo è il punto, la sua carriera terminò di lì a poco, perché la sua precisa e attenta analisi pose in evidenza un malfunzionamento dei sistemi sovietici che avevano in realtà  rilevato dei riflessi dovuti all’equinozio autunnale, ma il satellite li aveva interpretati come missili. Un errore che sarebbe risultato fatale, se non ci fosse stato Petrov a disobbedire ai suoi superiori.

Il sistema sovietico si è dimostrato più volte farraginoso, composto da procedure rigide, non oliate e per nulla flessibili. Petrov perse il lavoro e visse in povertà fino alla sua morte. L’episodio fu tenuto segreto, sarebbe stato uno smacco troppo grosso per l’Unione Sovietica, e venne a galla solo dieci anni più tardi, in seguito al crollo della Federazione. Petrov ricevette dei riconoscimenti tardivi in molte parti del mondo. Dovremmo ringraziarlo tutti: se io sono qui a scrivere e tu a leggere, lo dobbiamo a lui.

Cosa significa disobbedire?

Disobbedire non significa trasgredire le regole per il solo gusto di farlo. A volte disobbedire significa avere il coraggio di portare avanti la propria idea credendo nella sua bontà, nonostante vada contro a qualsiasi principio. L’umanità è arrivata fino a qui per aggiustamenti, per errori, per princìpi e regole che vengono costantemente rivisti, perché non esiste una sola, unica verità, o un solo, unico modo di agire. È necessario essere pragmatici, è necessaria analisi ed esperienza, è necessario agire e non arroccarsi sulle regole.

Allo stesso modo mi sono resa conto di come, a volte, nella scrittura la scelta giusta sia disobbedire a determinate regole, stravolgere i dettami in funzione di ciò che si desidera comunicare. Naturalmente, non mi stanco mai di dirlo, prima di stravolgere le regole è bene conoscerle, e conoscere bene la materia. Dopodiché si hanno tutti gli strumenti in mano perché la disobbedienza diventi un’arma di pensiero e di scrittura, e non solo ribellione fine a se stessa.

Mi sono trovata molte volte a disobbedire a ordini precisi sul posto di lavoro, quando non ero ancora freelance. In un sistema strutturato e gerarchico può capitare che chi sta in alto non abbia la visione completa di ciò che accade ai primi anelli della catena. Non considera i dettagli sul campo, pensa di poter tenere sotto controllo la situazione attraverso regole rigide.

Forse è per questo che non ero adatta alla vita da dipendente, credo nel divenire dei processi, credo nella flessibilità e più di ogni altra cosa credo in una visione caleidoscopica delle situazioni per evitare dicotomie pericolose. Infatti, se ben ci pensi, la Guerra Fredda è stata forse la dicotomia peggiore.

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