Noi siamo sempre sotto il cielo con un cane amico

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Nell’oscurità della notte tiepida

Una bocca umida e pelosa si strofina sulle mie dita

Non è un risveglio brusco, è affetto umido che bussa timido

I lati lunghi del suo muso si strofinano contro la mia mano addormentata

I lembi molli delle sue labbra si sollevano così che i denti affilatissimi passino sulle dita

È il suo modo per svegliarmi e dirmi che vuole che gratti la sua testa e il suo collo morbidi

È il suo modo per dirmi che mi vuol bene e che insieme dormiamo

In un rito ancestrale, accucciati nello stesso giaciglio a protezione delle tenebre

Sotto lo stesso cielo stellato e freddo che sovrastava uomini e cani molto più antichi

Non ci sono parole necessarie tra noi e non c’è momento:

Il tempo non ci appartiene

Noi siamo sempre sotto il cielo con un cane amico.

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La mia guerriglia gentile

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I suoi occhi sono grandi e lucidi e un po’ impauriti. La parte bianca dell’occhio, la sclera, è scura e screziata di venuzze rosse. È un ragazzo vestito bene, ha una felpa pulita e dei jeans non consumati né calati al di sotto del bacino. Stringe in mano il portafoglio e me lo porge. Con questo gesto disarmante vuole dirmi che non intende rapinarmi né chiedermi dei soldi. I suoi occhi impauriti e preoccupati mi raccontano che la pelle scura necessita di quest’assicurazione preventiva. Forse in passato l’aiuto che sta gentilmente chiedendo a me gli è stato rifiutato per paura. Mi chiede aiuto per fare il biglietto del treno.

È una stazione piccola e quasi mai affollata. Ci sono solo le macchine automatiche per fare il biglietto, la biglietteria è stata soppressa. Le macchine automatiche non sono sempre così intuitive: dicono che puoi scegliere la tua lingua, ma in realtà devi essere anche più che a tuo agio con la tecnologia e insistere particolarmente con le dita sullo schermo, tanto che a volte a me pare una lotta. Ci sono tanti treni che si fermano, tante persone che scendono e salgono. Ma, a parte questi momenti fugaci, la stazione è per lo più vuota e qualcuno dorme accucciato nell’ultimo binario, il quarto.

I viaggiatori che attendono hanno paura (sì, è una storia di paura), si guardano intorno preoccupati. Io mi chiedo perché. Io mi sento una stoica, un Buster Keaton che continua a fare capriole e cade. Un pò stupida, forse, ma continuo con la mia guerriglia gentile. Sì, io mi sento una guerrigliera col mio sorriso di protesta. Sorrido anche agli anziani che si spostano, in treno, e mugugnano perché anche io faccio loro paura, forse sono troppo colorata. Tiè, beccati sta pallottola di sorriso.

Non tocco il suo portafoglio e mi avvicino alla macchinetta. Lui mi spiega che deve andare a Bologna e in quali orari vorrebbe andare e tornare. Io acquisto il biglietto per lui e cerco di spiegargli tutti i numerosi passaggi che faccio, voglio essere sicura che capisca, voglio che se la cavi da solo la prossima volta. Lui mi guarda un pò sorpreso ma mi segue. Poi paga e raccoglie il suo resto. Mi accerto che sappia di dover obliterare il biglietto di ritorno solo prima di salire sul treno e non subito. Mi ringrazia e vola via. Io gli sorrido e penso che è l’unico volto umano in stazione, questa mattina.

Mi giro. Dietro di me c’è una mamma con lunghe treccine nere e un neonato fasciato a sé con un telo colorato. Stringe tra le mani il suo portamonete e me lo porge. Accanto a lei c’è una signora anziana con i capelli bianchi e la borsa stretta a sé, stringe tra le mani il suo portamonete e me lo porge.

Penso che ci sia bisogno di più guerriglieri gentili.

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Perché scrivo

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Scrivere è il verbo che ha contraddistinto in maniera preponderante gli ultimi dieci mesi della mia vita. Forse dovrei dire tutta la mia vita, ma qualcosa di significativo è accaduto quest’anno e mi ha permesso di evolvere in una nuova direzione.

Tu che mi stai leggendo, hai mai pensato a quale verbo corrisponde il tuo fare?

Io sì.

E non scelgo il verbo scrivere solo per il titolo del mio primo romanzo Scrivi, pubblicato proprio quest’anno da Geeko Editor. Il titolo di qualsiasi testo è già parte integrante di esso e ne descrive la natura; ne dà un assaggio importante e lo segnerà per sempre. Questo titolo, in particolare, è stato uno starter per me. Scrivi! Mi sono detta. E Scrivi è la risposta del mio romanzo. Ogni storia pone una domanda. La risposta si trova, di solito, alla fine. In questo romanzo, io fornisco la risposta in copertina, e poi racconto come: come la vita ti mette alla prova e viene a bussare alla tua porta. Sta a noi trovare quella risposta. Quella giusta.

Si devono fare delle scelte, e spesso anche delle rinunce, per intraprendere strade difficili, tortuose, che però rispecchino il nostro fare. Non c’è nessuna strada facile, e lasciare la propria comfort zone comporta fatica. Sono stata felice di lasciare il mio lavoro e dedicarmi alla scrittura, come ho scritto qua. Ma non sono andata in vacanza per fare ciò che amo: questo ha significato e significa impegno e studio costante per raggiungere risultati, quei risultati che vedo arrivare ogni giorno, piano piano, ma che sono ancora lontani dal mio obiettivo. Tuttavia, il mio obiettivo non è un punto morto, un punto finale, ma un fluido divenire, come le parole di un racconto. Dunque, in questo mondo ammorbato da odio e invidia sociale, pensate prima di sparare: ogni conquista si ottiene attraverso l’impegno. Ci si può mai realmente dire arrivati? Io credo di no, e credo, anzi, che studiare costantemente sia una condizione necessaria per ogni strada che si sceglie, non solo la mia, che per definizione richiede di stare sui libri continuamente. Ho dovuto imparare ad accettare le critiche, soprattutto perché mi portano del buono e mi aiutano a capire, ho dovuto imparare a rileggermi e a modificare tutto, una volta stesa la sfoglia: rimpastare daccapo, perché alla millesima stesura sarà una meraviglia. Anche se ora appare informe. Ho dovuto apprendere la pazienza e infine la costanza. Ho imparato, e lo imparo ogni giorno, a bussare alle porte per vendere le mie storie anche se a volte è imbarazzante e a credere in me stessa. Su dieci che se ne chiudono, ce n’è almeno una che si apre. Ma bisogna insistere, avere la testa d’ariete e se necessario sfondarle, quelle porte.

Dunque perché io Scrivo? Scrivo perché devo raccontare delle storie. Non solo ho da raccontare le mie storie, ma ci sono altre migliaia di storie che riguardano ognuno di voi e io sento di doverle raccontare.

Perché è attraverso il racconto che l’uomo vive e costruisce la sua narrazione ogni giorno della sua vita.

Scrivo perché le parole scorrono nelle vene del mio corpo al posto del sangue. Scrivo perché mi si strappa il cuore se ci penso, e la passione brucia il mio essere: scrivo perché non so fare niente altro a questo mondo e nient’altro voglio fare.

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Al contrario subito fui

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Egon Schiele – Four Trees

Nella mia valle un’adunanza indico

Prima d’entrare,

sull’uscio ogni certezza lasciare

‘Che noi che qua viviamo

di speranze ancora ci nutriamo.

Pertugi per infilar le regol vostre

Dietro di voi si collocan chiostre

Che il pensier vostro leggero sia

Quando la mia valle senza salite passate

La prima volta ch’entrai

di voltarmi tentai

E l’ultima fu.

Un leon in ritardo correva

A cavallo d’ una lumaca inveiva

Una suora svestita cantava

Un gatto nero sui suoi misfatti rimuginava

A consolarlo provai

Davanti casa mi fermai

Solo si usciva dalle porte sue

Libri senza storie imbracciando

O sfondi neri d’ocra, immaginate:

dipinti con due cornici

Un bambino troppo vecchio incontrai

Una Madonna stanca egl’ inseguiva

Dai sazievol pastorelli Maria fuggiva

“La strada giusta non è” dicevan tutti

“Perché direzione non esiste”

Per rimanere come fare? chiesi

“Errato è il quesito tuo” risposero

“Qua solo puoi andar se vuoi restar

O restar se vuoi andar.”

Parlai  e poi pensai

Domani nacqui

E al contrario subito fui.

L’isola bianca

Beautiful classic view of Santorini Greece with flowers

Un fascio d’intensa luce entra nella stanza e colpisce le sue palpebre, costringendole ad aprirsi. Come spesso accade, per una frazione d’istante si chiede dove si trovi, andando a cercare nella memoria tutte le stanze in cui ha dormito nella sua vita, sovrapponendo la loro immagine e la disposizione dei loro mobili all’immagine che si trova davanti in questo momento, come uno stencil. Infine la mente si sveglia e risponde allo stimolo della luce, riconoscendo la sua attuale stanza. Sa che deve alzarsi e si chiede se la sveglia abbia suonato. Tutto intorno a lei diventa a poco a poco familiare. La lunga tenda bianca che accarezza il pavimento non ha coperto completamente le grandi finestre, così che la luce è riuscita a entrare attraverso un minuscolo buchino della serranda non del tutto chiusa, portando con sé pulviscolo di sole.

Lunghi capelli finissimi, alcuni bianchi e alcuni biondo miele di castagno, disegnano arzigogoli sul lindo cuscino. Alcune goccioline di sudore imperlano la fronte, arricciando gli ancor più sottili capelli intorno alle tempie.

Scosta il bianco lenzuolo, profumato di detersivo. Appoggia i piedi spigolosi sul morbido tappeto bianco, portandosi a sedere sul letto. Una farfalla dorata sta dormendo sull’anta dell’armadio, ma lei non la vede. La farfalla muove impercettibilmente le piccole ali e nuova polvere di luce si diffonde attorno a lei.

La donna si alza e lentamente si avvia nel corridoio.

Appena entra in cucina, una voce quasi metallica, eppure calda, irrompe da una noce (o almeno a lei sembra una noce) all’interno del cesto della frutta. «Buongiorno Giulia. Ti stavamo aspettando. Il caffè è già caldo nella caffettiera. Vestiti, e poi esci, sarà una lunga giornata». Giulia si strofina gli occhi assonnati guardando la noce, non è stupita dalla voce, ma dalla noce. “Io non ho mai avuto un cesto della frutta”, pensa, cercando di ricordare come può essere finito nella sua cucina. Improvvisamente, un’altra sensazione di familiarità l’avvolge. Si tratta di tecnologia, e lei è abituata alle nuove tecnologie.

Si versa il caffè in una tazza, e si avvicina all’enorme finestra della sua sala. La meraviglia l’accoglie, “Come ogni mattina”, pensa. I bianchissimi tetti sotto di lei scendono gradualmente in direzione della distesa color crisopale. All’orizzonte, alcune vele stanno solcando la superficie increspata da un vento gentile. Lo stesso vento apre una finestra socchiusa nella stanza, muovendo con una carezza le tende, e spingendo delicatamente Giulia sul balconcino adorno di bouganville coloratissime. I fiori le appaiono improvvisamente come una presenza viva, come se stessero lì a guardarla. Li accarezza e si perde per un attimo nell’intenso fucsia dei petali, che contrasta col bianco luminescente delle pareti e delle strade, tutto intorno. Le pupille si fanno piccole piccole, aggredite da tanta luce. Giulia respira a pieni polmoni e annusa nell’aria un intenso profumo di erba appena tagliata e rondelle di banane spolverate di zucchero, come quelle che le preparava la nonna da bambina. “È ora di uscire”, si sorprende a pensare, come se qualcuno glielo avesse suggerito.

Si veste e si avvia alla porta. La strada all’esterno, anch’essa bianca, alza una sottile polvere che aleggia a pochi centimetri da terra, e quasi inghiotte i piedi. La via irregolare sembra vuota. Giulia istintivamente si avvia alla sua sinistra, nella direzione del luogo in cui lavora, dove si reca tutti i giorni da molti anni. Ma questa mattina qualcosa manca sulla sua strada, anche se non saprebbe dire cosa con certezza. O forse c’è qualcosa in più. A ogni porta sulla via, un alberello di magnolia cresce rigoglioso. Le loro fronde sono in fiore, i bianchi fiori bordati di rosa sono tutti aperti e ogni fronda pare toccare l’altra, trasformando la via in un corridoio di impalpabili nuvole di fiori di magnolia, i cui contorni si confondono nel bianco calce delle mura. Giulia guarda stupita sopra la sua testa, come per la noce e per la stanza, ma quel leggero stupore che le fa per un attimo girare la testa è prontamente sostituito dalla sensazione calda e piacevole di aver già visto tutto questo, ogni giorno della sua vita.

Giulia si sente quasi felice “Che bello riuscire a guardare le cose sempre con lo sguardo meravigliato della prima volta”.

Una vecchia signora vestita di nero, è seduta su un gradino poco più avanti.

Giulia non si era accorta di lei, ed è strano, perché la signora è uno squarcio di nero nel bianco candido. Ma probabilmente era troppo occupata ad ammirare i fiori.

«Buongiorno Giulia» le dice la signora. Ha un fazzoletto nero a coprirle il capo, pelle rugosa, incartapecorita dal tempo, dal vento e dal sole. Gli occhi, pepite azzurre luminose come bagliori nella notte, sono giovani. È come se i suoi occhi fossero appena nati, tondi e aperti al mondo come quelli di un neonato. Il viso è però antico come l‘origine del mondo. Il suo sguardo è dolce e rassicurante, avvolgente, conosce Giulia da una vita.

«Buongiorno signora» le risponde Giulia di rimando, sorprendendosi nel sederle accanto sullo stretto gradino di pietra.

«Ti stavo aspettando» le dice la signora, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

«Anche lei??» ride Giulia, ricordandosi della noce parlante. «Devo aver dormito per moltissimo tempo» e ride ancora, buttando la testa all’indietro e scoprendo i denti, con la piccola fessura al centro.

La signora non risponde e Giulia continua «Anche la mia noce questa mattina mi ha detto che mi stavano aspettando. Beh, non una noce vera, è uno di quei dispositivi nuovissimi che si mettono in cucina, sa… Ti prepara il caffè e ti dà il buongiorno»

«Certo, tutti ti stavamo aspettando – sorride la signora- Ma io un po’ di più. Giulia, hai ancora della strada da fare, devi andare».

«Sì, per arrivare al lavoro devo ancora camminare un po’ e temo di essere in ritardo… perciò è bene che io prosegua» e si alza, baldanzosa.

«Sì, quello che succederà oggi è quasi un lavoro, un lavoro molto importante, ma non quello che ti aspetti. Si tratta di riconoscere la tua condizione. Alcuni ci mettono un secondo, altri giorni interi, altri anni. Prendi questo…»

La signora si alza faticosamente e dall’albero sopra la sua testa stacca un rametto di magnolia, dove alcuni fiori sono ancora attaccati.

«Grazie…» sussurra spaesata Giulia.

«Portalo con te, per tutta la giornata. Quando l’ultimo petalo sarà caduto, saprai»

«Che cosa saprò?»

«Non adesso, quando è il momento.»

Giulia prosegue il cammino, interrogativa. “La vecchia deve essere un po’ andata…” pensa.

Il mare all’orizzonte, sopra i tetti bianchi, luccica. Giulia scende nella sua direzione. Improvvisamente, un languore infantile prende il suo stomaco. Come da bambina, quando i nonni la portavano al mare, e quando arrivavano in prossimità, lei vedeva oltre le strade, tra gli edifici, quella strisciolina azzurra luccicante e iniziava a fremere per arrivare in spiaggia. La nonna! Come le manca la sua nonna, e cosa darebbe per vederla ancora una sola volta. Molto tempo è passato dalla sua morte, molte cose sono successe da allora.

Un velo grigio copre per un attimo gli occhi di Giulia, pensieri di morte e dolore girano nella sua mente, pensieri che vengono spazzati via improvvisamente da una mano di fronte ai suoi occhi. Una mano che, come a voler togliere il velo grigio, solleva qualcosa d’invisibile e lo fa volare verso il cielo blu. Giulia si riscuote e indietreggia.

La mano appartiene a un uomo con una lunga barba bianca. Nell’altra mano regge un secchio, all’interno alcuni attrezzi per la pesca, tra cui una rete verde tutta aggrovigliata. Sul capo porta un cappellaccio di paglia, per difendersi dal feroce sole al largo della costa. Calza ciabatte di vecchissima pelle, ci si domanda quale pelle sia più vecchia e usurata, se quella del vecchio o quella delle ciabatte. Una canotta bucata a coprire il busto, mentre due forti braccia, colorate dal sole, sono infilate in una camicia aperta e logora anch’essa. Porta pantaloni di tela bianca, e guarda Giulia con un’espressione preoccupata, come se stesse aspettando che lo riconosca, che si risvegli dal coma.

«Giulia, sei pronta?» la apostrofa perplesso.

Giulia, ancor più sorpresa, si chiede di cosa stia parlando e come abbia fatto a trovarselo di fronte all’improvviso.

«Per cosa, mi scusi?»

«Dobbiamo andare, presto.»

«Io e lei??»

«Sì, presto. Dobbiamo andare a pesca.»

Giulia scoppia a ridere.

«Credo si stia sbagliando» dice sorridendo, mantenendo la sua innata gentilezza, quasi rincuorata e intenerita dall’aria fragile e confusa del vecchio «Io sto andando al lavoro. Forse lei stava aspettando qualcun altro».

“Eppure sa il mio nome”, pensa Giulia, di nuovo frastornata.

Il vecchio non sembra affatto darsi per vinta. Afferra la mano di Giulia, la quale si stupisce per la morbidezza di quella vecchia mano, e la tira dolcemente, guidandola nella sua direzione. Il gesto non è invadente, Giulia non si ritira.

«Giulia, non c’è nessun lavoro verso cui andare. Ora è tempo per te di salpare. Devi chiudere alcune questioni importanti, prima di prendere il volo»

«Ah! Dovrei anche volare oggi? Mi faccia capire, devo andare a pesca e poi prendere un volo?» è divertita, e si lascia trascinare lungo la discesa, il porto è ormai vicino.

«Non c’è alcun bisogno che tu ti rivolga a me dandomi del lei, mi chiamo Federico»

Un brivido corre lungo la schiena di Giulia e il sorriso le muore sulla bocca.

Federico era il nome di suo figlio, scomparso quando aveva solo pochi anni. Oggi Federico avrebbe dieci anni e sarebbe un bambino bellissimo.

Il vecchio Federico la guida verso il porto, lungo la banchina di pietra.

Numerose barche sono placidamente adagiate sull’acqua, legate alla banchina tramite vecchie funi molto grosse. Giulia si ritrova a osservare con stupore il fondo del mare nero, oltre uno strato di acqua trasparente e calma.

Un fondo nero come la pece, nero come ebano invecchiato, nero come carbone sul foglio ruvido di carta bianca, eppure invitante, ipnotico. Federico la porta verso una barca in particolare, una barca a cui è legato un fazzoletto bianco. Una volta giunto davanti, con destrezza scioglie le funi e sale sopra la barca, aiutando poi Giulia a salirvi a sua volta. Una volta salita, un turbine di emozioni la pervade. Sente che dovrebbe andare al lavoro, eppure sente anche che deve seguire il vecchio. Si sente confusa, all’improvviso, in bilico tra la sensazione di familiarità che la avvolgeva fino a poco fa e un’altra sensazione, di assoluta sorpresa e presa di coscienza, come se tutto ciò che sta vedendo questa mattina è nuovo, o forse troppo antico per essere compreso. Guarda verso il mare Giulia, e si chiede cosa ne sarà di lei, e di tutte le certezze costruite faticosamente in questi anni. Fino a poco fa, questa mattina, pareva non pensarci più. Tutto sembrava scorrere nel solito modo, quel modo che si era costruita per non soffrire più. Le abitudini, gli interessi, il lavoro. L’amore per la vita, nonostante tutto il dolore che l’aveva accompagnata. Giulia riusciva ancora a sorridere, dando amore al prossimo per lenire le ferite. Questa mattina, un cambiamento di percorso le ha fatto tornare in mente la fatica fatta per costruire un mondo dove il dolore fosse spinto fuori.

Dalle viscere del suo essere un’altra sensazione si fa strada, come se tutto ciò non fosse reale. A questo pensiero, un’alta onda solleva la barchetta con uno scossone, e poi la riporta giù, verso acque più calme.

«Non farti domande, Giulia, ora devi lasciare fare a me, devi fare quello che io ti dico. E, se lo farai, tutto andrà bene» dice Federico, intuendo i suoi pensieri.

Giulia si scopre con gli occhi gonfi di lacrime e, piena di paura e confusione, stringe la mano del vecchio che sta remando. Nell’altra mano, improvvisamente, si ricorda il rametto di magnolia che le ha donato la vecchia e lo guarda, mancano molti petali che prima c’erano. Guarda dietro di loro, oltre la barca, sulla superficie del mare, e vede i petali che galleggiano, trasportati dalle onde, andati per sempre.

Il vecchio rema per un tempo che pare essere infinito. Alcune gentili creature si avvicinano alla barca, delfini e gabbiani, ognuno di essi appoggia con delicatezza il muso, o le piccole zampe filiformi, sul bordo della barca e attende una carezza dal vecchio. Giulia ha la sensazione che lui stia comunicando con loro attraverso una lingua per lei sconosciuta.

In mare aperto, dove pare non esserci nulla se non acqua e cielo, il vecchio si ferma. Con estrema lentezza, prepara la sua rete. Scioglie ogni groviglio con calma, con le nodose dita cotte dal sole, poi getta la rete in mare.

La rete scompare, inghiottita dalle onde. Poi il vecchio si siede e prepara la sua pipa, sbriciolandovi dentro foglie di tabacco viola. Una volta pronta, accende la pipa e aspira una gran boccata, per poi soffiare un’enorme nuvola di fumo azzurrognolo verso Giulia.

Il profumo di rosa della nuvola di fumo la distoglie da pensieri dolorosi.

«È arrivato il momento, Giulia. Buttati in acqua.»

«Cosa?!» grida Giulia, risvegliata dal torpore «Perché? Cosa dovrei fare in acqua?»

«Temo che, a questo punto, tu non abbia altra scelta, e comunque non si tratta di qualcosa che puoi capire prima di farlo. Devi farlo e basta. Io ti aspetterò qua. Devi avere fiducia, Giulia, la stessa fiducia che hai messo nella vita, anche se è stata devastata in più momenti. Come quando hai perso il tuo bambino, ti ricordi Giulia?»

Giulia ammutolisce, segue le parole e le nuvole di fumo del vecchio.

«Proprio come allora, quando, nonostante il dolore, hai deciso di avere fiducia nella vita. Ancora un po’, ti sei detta, ancora un po’ di fiducia. Ora mi metto qua, hai pensato, mi chiudo nella mia vita, nelle mie cose, e non farò passare più nessun dolore. Sorriderò ogni mattina alle persone che incontro, e ogni sera mi ritirerò sola nel mio letto, sognando il mio bambino. È così che hai pensato, vero Giulia? E’ così che ti sei salvata, andando avanti un altro po’, un giorno ancora, e poi un altro… Beh, adesso è arrivato il tuo momento. Adesso puoi essere ricompensata per tutti i sorrisi che hai dispensato nonostante la morte che avevi dentro. Perché tu hai capito una cosa fondamentale, hai capito quella soave gentilezza che salva il mondo.»

Dalle profondità del mare, un azzurro delfino compare, appoggia il muso di nuovo all’imbarcazione e fa piccoli fischi di incoraggiamento verso Giulia, invitandola in acqua.

«Segui il mio piccolo amico, fidati di lui, e fidati di me»

Giulia, ormai dentro una situazione che non sa spiegarsi, ma dalla quale non sa nemmeno sottrarsi, si tuffa in mare. Una volta in acqua, il suo corpo pare esserci sempre stato. Non torna a galla, lassù, verso la barca, il cui profilo Giulia scorge oltre la coltre d’acqua, sopra la sua testa.

Il delfino è accanto a lei, le nuota intorno e le fa segno di seguirlo.

Le sta indicando il fondo del mare, un fondo non lontanissimo, e così nero.

Ricoperto di nera sabbia molto fine, il fondo del mare pare provenire da qualche vulcano ormai spento. I capelli di Giulia fluttuano intorno a lei, non sta trattenendo l’aria, non ha problemi a respirare, ora sente di essere in un luogo molto reale, eppure non è più la sua realtà, quella di ogni giorno, ma un’onirica realtà.

A questo pensiero, altri petali si staccano dal rametto ancora tra le sue mani, e scendono lentamente verso il fondo. Il delfino la incita e Giulia decide di seguirlo, nuotando verso di lui. Scendono dunque, lasciando la luce e penetrando un caldo buio e accogliente.

Sul fondo del mare, Giulia stupita pensa di riconoscere un mobile. Si avvicina, e lo stupore è ancora più forte. È la vecchia madia della nonna! La vecchia madia in cucina, sopra cui Giulia e la nonna impastavano il pane, e dentro cui si nascondevano sacchi di farina profumata e semi di papavero. Giulia passa la sua mano sopra la superficie, perfettamente conservata. Non si chiede nemmeno perché la vecchia madia si trovi là, nelle profondità del mare al largo di un’isola vulcanica, sono consapevolezze che improvvisamente non le servono più. Un altro petalo si stacca e scivola via.

Solleva il pesante coperchio con l’aiuto del delfino, e dentro la madia, adagiato sul fondo, trova uno specchio. Lo solleva, e ci si guarda dentro.

Sono le otto del mattino e Giulia va di fretta nella strada affollata sotto casa sua, ha perso l’autobus. I clacson suonano indispettiti, il rombo dei motori ruggisce, nuvole di fumo grigio e nocivo si alzano dai veicoli. Le persone parlano e corrono urtandola sul marciapiede. Piove, e la gente è ancora più nervosa quando piove, al mattino, e deve andare al lavoro, e l’autobus è andato. Quella notte Giulia ha sognato Federico che la chiamava, ma lei non riusciva a vederlo, si è svegliata tutta sudata e molto agitata. Sa che sarà una giornata difficilissima, perché sentirà la voce di suo figlio per tutto il giorno. Sa anche, però, che deve farcela e deve immergersi nel lavoro e sorridere. Ci deve provare, ci deve proprio provare, altrimenti saranno guai. Giulia ha quarant’anni, è una donna molto bella. Il dolore non ha rovinato del tutto il suo viso. Alcune rughe solcano le sue palpebre e la sua fronte, ma ancor di più i lati della sua bocca, le rughe del sorriso. Quella mattina, truccandosi di corsa, ha sbavato il rossetto che ora le fugge via dal lato sinistro della bocca, attirando lo sguardo di alcuni passanti che incrocia sul marciapiede, quelli che non corrono, ma che cercano di sopravvivere a un’altra giornata. Si stringe i lembi della cintura del cappotto in vita, è magra Giulia, non mangia molto. Un uomo, un bell’uomo, accenna un sorriso alla sua bocca. Ma Giulia ha lasciato fuori gli uomini dalla sua vita da molto tempo, da quando il padre di Federico li ha lasciati soli, e poi Federico se n’è andato in silenzio, stroncato dal brutto male che non gli ha lasciato scampo. Federico è spirato con la piccola veste verde ancora addosso, stringendo Ciccio, il suo pelouche, e la mano ossuta di Giulia. Dopo aver vissuto questo, Giulia ha rimosso l’amore carnale e ha tentato di vivere come si può, comprando libri, pensando a cosa avrebbe voluto leggere Federico da grande.

Deve attraversare la strada, Giulia. Ma ha la testa nel pallone quella mattina, sente la voce di Federico che la chiama. “Amore, dove sei?” gli risponde dentro sé, sentendo il suo stesso grido nelle profondità del suo cuore e un singhiozzo le muore in gola, poi è stridore di freni sull’asfalto, lo schianto ed il buio totale.

Nessun rumore, nessuna luce, nessun dolore. Il singhiozzo è scomparso e ora è solo pace, Giulia sente il suo respiro farsi calmo, calmissimo, poi lasciare il suo corpo con infinita pace.

Il delfino le bussa dolcemente alla spalla, Giulia sta ancora guardando il buio che è sopraggiunto nello specchio. Ora si ricorda tutto, Giulia, ora ha capito.

Il delfino tiene qualcosa in bocca, e glielo porge. È un fagotto morbido, è Ciccio, l’orsacchiotto di Federico. Con un moto di gioia e liberazione, abbraccia Ciccio e il delfino, felice Giulia, felice consapevolezza leggera si posa sulla sua testa, e piange. L’ultimo petalo si stacca dal rametto di magnolia, perché Giulia ora sa, ha capito. Improvvisamente il cuore le batte forte, la signora che ha incontrato quella mattina, e che le ha donato il rametto, era sua nonna. Era la cara nonnina, con i suoi vivi occhi azzurri, ma Giulia non era ancora in grado di riconoscerla, non era ancora pronta, ora invece tutto le appare chiaro.

Insieme a Ciccio e al delfino, leggera come una piuma, Giulia sale di nuovo verso la superficie.

Afferra il bordo della barca con entrambe le mani e si solleva, spinta dolcemente dall’amico delfino. Non alza ancora lo sguardo, perché sa cosa la aspetta e ha molta paura, paura che le scoppi il cuore di gioia, infinita gioia che riempie l’universo.

Si siede sul bordo e poi alza lo sguardo, e lui è lì.

Sulla barca non c’è più il vecchio Federico, a pescare fumando la pipa, ma c’è il suo Federico, il suo bambino scomparso cinque anni prima, che le sorride e allarga le braccia.

«Vieni, mamma»

Giulia scoppia in un pianto liberatorio e stringe a sé il suo bambino.

La nonna, accanto a loro, sistema le fronde rigogliose delle magnolie.

Perché non esiste tempo qua, non esiste spazio, allo stesso tempo si è in mare e lungo le vie di una bianca isola di origine vulcanica.

Una piccola farfalla dorata muove di nuovo le piccole ali, questa volta con più decisione, e prende a volare silenziosamente nella stanza di Giulia, ancora immersa nella penombra ammantata di luce prepotente.

Si posa su un disegno appeso accanto al letto di Giulia. È un cartoncino nero, un po’ usurato, con colorati tratti infantili. Una piccola mano paffuta, sporca di pastelli, lo ha fatto per la sua mamma, il posto in cui avrebbe voluto portarla in vacanza.

Il disegno ritrae case bianche con decisi tratti di pastello, adorne di fiori rosa, un verde mare all’orizzonte e una piccola barchetta al largo con un vecchio pescatore.

Preghiera dall’universo

 

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Camminerai sicura nell’oscurità

I tuoi passi si poseranno senza timore

Sul suolo che non ti sarà possibile riconoscere.

Dalla tempesta più torrenziale

Uscirai indenne, a capo scoperto e asciutto.

 

Percorrerai con mani e piedi

Strade lastricate di braci ardenti

Ma non un dolore avvertirai sulla pallida pelle tua

 

Non posso prometter che sarà facile

Ma che la mano mia invisibile

Sul capo tuo sempre si troverà

A proteggerti perché ogni sentiero

Pur spinoso che sia, non sia l’ultimo.

 

Che ogni periglio ti sia scala per elevarti

E vita da mordere.

Che il cuore tuo odio non conosca

Che l’occhi tuoi attraversino l’inferno

E il naso tuo, che ne annusi ogni anfratto

Senza che mai tu possa prendervi dimora

 

Comando e voglio: che la vita tua luminosa finisca.

Non troppo presto, né troppo tardi

Ma nell’armonia dell’universo nostro,

in un soffio di polvere divina.

Nel mezzo dell’Europa o forse no

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Era una notte senza nuvole, un cielo blu Van Gogh era sopra la mia testa, letteralmente. Un cielo tempestato di stelle luminose. Uno di quei cieli che solo in montagna, d’estate, in pieno Agosto, si può avere la fortuna di ammirare. Montagna? Quindi ci trovavamo in montagna? O collina? O solo una zona molto boscosa? Infatti, se già non fosse abbastanza chiaro… ci eravamo persi. Eravamo partiti quella mattina per affrontare il rientro in Italia dopo un lunghissimo viaggio attraverso buona parte dell’ Europa.

Quello fu uno di quei viaggi che si fanno poche volte nella vita, che durano molte settimane, e che alla fine neanche ti ricordi più quando sei partito esattamente, e com’eri quando sei partito. Perché hai visto tante facce, conosciuto tanti luoghi nuovi, le cui dinamiche sono diventate anche un po’ tue. Hai scandagliato le mappe delle metropolitane e imparato quali linee prendere e in quali direzioni. Hai imparato a riconoscere strade e parole, odori e colori.

Eravamo partiti con le prime luci dell’alba di un mattino di Agosto. È un mese caldo in Italia, di solito, ma quell’anno non smetteva mai di piovere. E così sarebbe stato anche lungo tutto il nostro viaggio, ma senza rovinarcelo. Anzi, la pioggia aveva regalato profumi nuovi all’erba e alla strada, alzando nuvole panoramiche e disegnando nuovi sfondi solo per noi.

Eravamo partiti, dicevo, in direzione Nord. Eravamo arrivati a Monaco di Baviera nel pomeriggio, incontrando, appunto, pioggia, tedeschi e buona birra.

Avevamo poi proseguito verso la meravigliosa Praga, per la quale dovrei scrivere un’enciclopedia a parte e non dodicimila caratteri, ma ci sto lavorando. Quella fu la prima volta che incontrai Praga, ma della nostra relazione ho già parlato in altri luoghi.

La linea del nostro viaggio continuò poi a tracciarsi verso Nord Est, riprendendo la Germania: quella parte di Germania che una volta era chiamata dell’Est, di diritto all’interno della cortina di ferro sovietica.

Giunti a Berlino, capii che quel viaggio non si stava rivelando affatto rilassante né semplice, ma mi stava donando una delle linee di interesse più importanti della mia vita. Non era un viaggio di piacere, bensì di intensa conoscenza. L’essere a Est implicava vedere un mondo molto lontano da quello da noi conosciuto, un mondo cresciuto, negli ultimi decenni del ventesimo secolo, all’interno di una bolla che a Occidente non conosciamo. All’interno di quella bolla c’erano moltissime altre cicatrici, risalenti alla Seconda Guerra Mondiale: era dunque un viaggio a ritroso nella storia. Berlino in particolare fu capace di raccontarci com’era la vita di una città divisa in due, il riverbero del Muro continuava insistente nonostante fossero passati decenni da quando era caduto. Berlino era ancora divisa in due, anche se le differenze erano meno accentuate e anche se non c’era più il Muro – non dappertutto – o il filo spinato, e soprattutto non c’erano militari a sparare sulla tua voglia di muoverti. Quelle due parti ancora presenti erano come l’eco della dicotomia che stava morendo, delle due ideologie messe a confronto, e proprio perché stava morendo, la città le stava amalgamando, a fatica, come il caffè del mattino. Quando giri il cucchiaino e mischi zucchero e liquido nero fumante. Da Berlino avevamo proseguito per Schwerin, un incantevole lago all’estremo Nord della Germania, immerso in un’atmosfera da favola. Il castello ci sembrò quello della Walt Disney, si affacciava pieno di guglie e torrette nel lago verde che si perde all’orizzonte. L’acqua era trasparente e celava, come un portagioie, una rigogliosa flora subacquea, mentre le anatre scivolavano sopra il pelo dell’acqua, in fila indiana. Le nuvole lunghe chilometri riempivano il cielo quel giorno, e si specchiavano anch’esse nel lago fresco. Lì si è sufficientemente a Nord perché la luce, in estate, duri molto più a lungo, e quella sera si crearono giochi di luci fatate sull’acqua, tra il sole che non voleva andarsene  a dormire, il cielo misterioso e la luna insolente. Il viaggio proseguì attraverso Olanda, Belgio, poi finalmente Francia del Nord, dove abbandonammo le metropoli e ci stendemmo languidamente sulle spiagge fredde della Normandia, e poi sugli scogli granitici della Bretagna. La Bretagna è un buffo posto, ci sembrò di arrivare nella Contea de Il Signore degli Anelli: i nomi francesi erano sottotitolati in celtico, in ogni cartello stradale, le persone non avevano nulla a che vedere con i francesi un po’ spocchiosi, la loro fu un’accoglienza genuina e verace. Partecipammo a piccole feste su altrettanto piccoli porti sull’Atlantico, dove le barche non sempre si trovano in acqua, ma improvvisamente sulla terra ferma. Ascoltammo musica celtica con i pescatori di ostriche, e prendemmo parte ad antichi rituali per il mare e la terra. E poi ci perdemmo, come stavo dicendo all’inizio.

È così che dev’essere in ogni viaggio che si rispetti, bisogna partire organizzati e sapere dove si vuole andare, ma poi anche lasciar perdere e perdersi, ad un certo punto, per ritrovare con più magia la strada di casa. La mattina della partenza, dal Nord della Francia superammo Rennes, ed è lì, più o meno, che prendemmo la decisione di uscire dall’autostrada. Già di per sé le autostrade, in quel punto di Francia, avevano qualcosa di veramente curioso. Seguivano infatti le pendenze vertiginose delle colline con troppa meticolosità, creando un effetto montagne russe che faceva venire le vertigini. Perciò si crearono lente colonne che salivano, salivano, salivano, pareva che stessero scalando il tetto del mondo, e arrivati sulla cresta n alto… ecco che ci si fiondava giù, sempre più giù con la stessa pendenza folle, con la sensazione che i freni non avrebbero mai funzionato. Prendemmo delle strade secondarie, certi di riuscire ad arrivare ad Avignone in serata, dove avevamo l’ultimo albergo prenotato prima di far rientro in Italia.  Passata Limoges, i cellulari smisero di funzionare e il pomeriggio pareva inoltrarsi verso la sua fine, benché ancora lontana a fine Agosto. Ci addentrammo in una serie di parchi nazionali bellissimi, dove non era possibile però incontrare anima viva. Pareva di essere tornati indietro nel tempo, e soprattutto pareva di essere fuori dal mondo. Che buffo, no? Quando guidi per ore e non incontri nessuno, e soprattutto non trovi cartelli che indichino le grandi città che conosci, pensi di esserti perso. In realtà, è allora che il viaggio ti sta offrendo l’opportunità migliore: fuggire via. Attraversammo il parco regionale di Millevaches en Limousin e, una volta giunti a Saint Flour, ci rendemmo conto di essere molto in ritardo sulla tabella di marcia. Ricordo la telefonata all’albergo di Avignone per avvisare che saremmo arrivati in tarda serata. La signora mi chiese dove fossimo, e quando risposi : «Nous sommes à Saint Flour», il silenzio calò dall’altra parte della cornetta: era impossibile pernottare ad Avignone, almeno per quella sera. Noi proseguimmo comunque, impavidi. E, dalle parti di Mendes, prendemmo una strada che solo molto vagamente chiamava verso Sud, e che ci avrebbe condotto dritti dritti in un inferno dantesco: la terribile strada N106, che ancora a volte vado a controllare, su Google Maps, per essere sicura di aver davvero percorso, che sia reale e non frutto della mia fervida fantasia. Quella strada attraversava l’ennesimo parco naturale, scendendo a Sud, e quando dico scendere sto scegliendo un eufemismo. Era, letteralmente, un tornante dietro l’altro che scendeva, piombava, anzi. Senza sapere dove ti trovi, senza incontrare (di nuovo!) altre persone, senza avere indicazioni. Scendere, scendere, scendere… senza che arrivi mai la fine. Ci chiedevamo: «Prima o poi smetteremo di scendere, no? Non arriveremo al centro della terra.» E invece niente, quella strada continuava a serpeggiare vertiginosamente attraverso il bosco fittissimo per centinaia di chilometri. Il buio stava calando e il mio volto, per via delle curve, stava raggiungendo nuove tonalità di verde, mai viste prima sulla terra.  A mezzanotte dovemmo arrenderci: se mai avessimo trovato un’altra strada che incrociava quell’inferno di asfalto e boschi, non saremmo mai arrivati nel Sud della Francia prima del mattino, ed eravamo davvero troppo stanchi. Nerina, il nostro meticcio, languiva pigramente sul sedile posteriore, e naturalmente stava morendo di fame. Avevamo del cibo per lei, ma per noi solo qualche biscotto. Non esiste nessun ristorante sulla famigerata N106, né supermercato. Però ci sono parcheggi dove le persone dormono. Eh, già, perché non eravamo soli in quell’avventura. Il buio era calato e numerose auto e camper avevano deciso di sostare in quel parcheggio per la notte, benché la strada fino a dieci minuti prima fosse deserta.  Quella notte passata a dormire in auto, sotto il cielo stellato, da qualche parte al centro, forse, della Francia, m’insegnò due cose fondamentali: la prima è che dormire all’addiaccio mi rende paranoica, e la seconda è che le curve provocano meteorismo nel mio cane. Tutto il parcheggio si era sonoramente addormentato, compresi i miei compagni di viaggio, sia quello a due che a quattro zampe, io invece  ero ancora con gli occhi sbarrati a fissare il cielo. Non erano le altre auto o camper a darmi pensiero, bensì quelle piccole luci sopra di me, nell’immensità del cielo, che facevano avanti e indietro. C’erano queste piccole luci, una dietro l’altra come le anatre al lago di Schwerin, che non erano stelle, e che proseguivano lentamente attraverso il cielo. Camminavano placide. Mi misi a fissarle. A un certo punto si bloccarono e iniziarono a tornare nella direzione opposta, a fare il percorso inverso. Sgranai gli occhi, forse ero davvero stanca. Provai a dormire, ma niente. Era come se sentissi la loro presenza. Riaprii gli occhi ed erano ancora lì, e appena le guardavo si bloccavano e tornavano indietro. Mi convinsi che chiunque fosse all’interno di quelle piccole sfere luminose, poteva vedermi. Poteva vedere me, a testa all’insù dentro l’auto parcheggiata in un bosco enorme sperduto da qualche parte in Francia, in un luogo introvabile sulla cartina, e poteva farmi capire che mi stava controllando. Controllando per cosa? Forse ero io allora che guardavo loro? Non so come mi ritrovai all’interno della spirale di questi assurdi pensieri, spirale infinita così come le curve della strada N106, ma in qualche modo devo essermi addormentata, nonostante i rumorosi peti del mio cane, e il finestrino che per forza di cosa veniva mandato su e giù. Mi svegliai quando il chiarore timidissimo dell’alba stava già scaldando il parabrezza dell’auto, creando un fastidiosissimo effetto serra.

Era tempo di ripartire. Ormai la notte all’albergo era andata, doviziosamente addebitata sulla mia carta di credito. Con lo stomaco vuoto, tentammo di trovare un posto dove mangiare, alcune centinaia di chilometri dopo, nei pressi di Nimes. Sì, la strada N106 effettivamente arrivava da qualche parte, ma era sempre qualche parte troppo lontana. Avevamo già avuto esperienza nel sud della Francia con la ricerca di luoghi in cui rifocillarsi, anche se questa è un’altra storia, di un altro viaggio, e dovevamo ricordarci che nessuno ci avrebbe sfamati: nel sud della Francia per mangiare è sempre troppo presto o troppo tardi, questo per quel che ci riguarda. Insomma, decidemmo di mangiare solo una volta toccato il suolo italico. La stanchezza era troppa, a quel punto. E così, guidati dal miraggio di un enorme piatto di spaghetti, rientrammo in Italia, dove ogni strada ci sembrò familiare e meno fastidiosa.

Questa notte imprevista mi insegnò, tutto sommato, anche altre cose: che è bello perdersi, è bello disfare i programmi e lasciare che il caso faccia come preferisce, a volte. Ed è bello anche rientrare a casa, dove un altro viaggio sicuramente inizierà.

 

Spiare i volti in stazione

Aspettano il treno, amandosi un altro po’ prima di salutarsi. Sono giovanissime, hanno la metà dei miei anni e forse anche meno. Potrebbero essere le mie figlie. Io le guardo con la curiosità di chi non vede l’ora di infilarle in un racconto, di narrare le loro piccole mani intrecciate, aristocratiche e pallide come una statua del Canova. Ai piedi però portano le Converse e hanno jeans strappati sulle lunghe gambe magre.

Canova Amore e Psiche

Sono bellissime. Si accarezzano i volti con amore e sono felici. Una sveglia troppo insolente non è riuscita a togliere dai loro volti il sonno delle lenzuola di cotone, il sonno dell’amore, hanno ancora quell’odore tra i capelli.

Mi sembra di spiarle, qua sulla banchina, eppure non posso farne a meno. Mi immedesimo nella mamma che questa mattina forse le ha svegliate e ha preparato loro la colazione, chissà se lo sa questa mamma, dell’amore che hanno lasciato tra le lenzuola. Penso che sarebbe cieca a non vederlo. Io non sono mamma e non sveglio nessun viso di marmo, al mattino, con la colazione pronta. Però sarei una mamma felice se vedessi negli occhi di mia figlia quell’amore lì.

 

 

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Dopo il bellissimo secondo posto nella categoria Racconti dello scontrino dello scorso anno, e la pubblicazione sul volume Cado come neve edito da Fernandel, quest’anno ci  riprovo!

Eccomi dunque a partecipare sia nella categoria I Racconti dello scontrino che in quella della Poesia. Il termine per l’invio dei propri elaborati è scaduto il 17 giugno scorso, ora si avvia la fase delle votazioni della giuria popolare, cioè voi! Ecco qui i miei scritti:

Vi piacciono? Allora votatemi, perché potreste vincere due buoni da 500 euro da spendere nelle capitali europee con Robintur! Qui le istruzioni per votare, è necessario avere dai 18 ai 39 anni ed essere domiciliati nelle regioni Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Puglia, Sicilia e nelle province di Matera, Arezzo, Firenze, Lucca, Pisa, Pistoia, Prato e Siena.

 

 

 

Aquarius, 629 volte questo augurio

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Dedicato a chi esulta:

Vi auguro di ritrovarvi in mare. Non sul materassino gonfiabile a pochi metri dalla riva a Gatteo Mare, ma a molte miglia marittime dalla costa, nel Mediterraneo. Su di una barca che cade a pezzi, con altre centinaia come voi, pelle contro pelle, i sudori che si mischiano. La sete sta bruciando la vostra gola, il sole sta trasformando le vostre labbra in braciole alla griglia, le stesse che state sognando perché il vostro stomaco si contorce dalla fame. Gli occhi lacrimano, per il sole, il vento, il sale, la disperazione. Non avete nulla con voi: nessun bagaglio, non siete in crociera. Nessuno smartphone, no, non potete postare su Facebook il vostro stato d’animo, con l’emoticon sofferente che indica che vi sentite “messi alla prova” oppure “a pezzi”. Non avete nemmeno la cosa più importante: la speranza. Lì dovete stare. Perché nessun porto vi vuole accogliere.

“Lì dovete crepare, voi e le vostre brutte facce da immigrati, che poi venite a calpestare i nostri orticelli ben delimitati e curati, a fare razzia dei nostri crocifissi (noi ci teniamo molto ai valori cristiani). Venite ad ammazzare e a stuprare, in questo paese così, storicamente incline alla legalità, così contrario alla violenza e alla delinquenza.”

No, tutto sommato credo di potervi augurare qualcosa di peggio che non una barca in mezzo al mare. Vi auguro di trovare l’umanità per un attimo. Un barlume di umanità nel fiele della frustrazione. Che la frustrazione e l’ignoranza si squarcino per attimo, che attraverso la sua luce gli altri esseri umani non siano più capri espiatori ma persone con problemi più grandi dei vostri. Per un solo, isolato istante. Attenzione, però, perché acceca. E allora, sì, che finisce la pacchia.