Concerto per Jan Palach a Verona

È notizia di queste settimane: l’associazione culturale Nomos – terra e identità di Verona promuove un concerto per il 19 gennaio in commemorazione di Jan Palach, a cinquant’anni dal gesto estremo che lo vide darsi fuoco in piazza Venceslao a Praga, come protesta contro l’invasione sovietica. Le truppe sovietiche, infatti, erano entrate a Praga soltanto cinque mesi prima, come ho ricordato qui, mettendo fine alla Primavera di Praga e stringendo le maglie di un regime molto restrittivo.

Il concerto è patrocinato dalla Provincia e presentato alla stampa dal consigliere comunale Andrea Bacciga, salito alla ribalta delle cronache l’estate scorsa per il saluto romano in risposta alle femministe di Non una di meno contrarie alla mozione della 194. Nella scaletta del concerto, a quanto pare, sono presenti diversi gruppi appartenenti al circuito nazi e di estrema destra del veronese, dei quali non citerò nomi per evitare pubblicità.

Non è solo l’estrema destra ad appoggiare questo evento, anche Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno votato a favore in sede di Consiglio comunale. Massimo Mariotti, presidente Serit ed esponente di Fratelli d’Italia a Verona, rivendica il diritto dei giovani di destra di commemorare Jan Palach.

Commemorare non significa però dare una connotazione politica del tutto arbitraria.

Con un pò di sollievo, leggo ieri che il teatro della Congregazione delle sacre stimmate ha ritirato la disponibilità dei propri spazi per accogliere l’evento, a ventiquattr’ore dalla concessione del patrocinio da parte del Comune di Verona. Le polemiche infatti erano piovute negli ultimi giorni sull’organizzazione dell’evento, sia da parte della sinistra sia da alcuni esponenti politici in Repubblica Ceca, i quali attaccano duramente il tentativo, da parte della destra, di appropriarsi della memoria di Jan Palach. Il gesto di Jan Palach fu di protesta estrema nei confronti di tutti i totalitarismi e della mancanza dei più basilari diritti civili e di libertà di stampa: un gesto apolitico, un gesto di libertà, che non va, in nessun caso, strumentalizzato.

Il presidente del Consiglio comunale di Verona, a quanto riportato da La Repubblica, si affretta a difendere la propria scelta ricordando che i ricavati del concerto sono destinati alle popolazioni venete colpite dal maltempo. Un gesto nobile, allora perché dare un orientamento politico a questa commemorazione?

In quale modo il gesto di Jan darebbe voce al clima di xenofobia e intolleranza che si respira negli ambienti di estrema destra della Verona più nera? È proprio necessario sottolineare il fatto che Jan protestava contro qualsiasi tipo di regime, di restrizione e di intolleranza, non importa il colore? È ancora possibile, nel 2019, pensare che una protesta contro il regime sovietico equivalesse a una presa di posizione nelle file della destra più radicata?

A causa del mio grande interesse per la storia di Praga e in particolare per il gesto di Jan, che mi hanno portato alla scrittura di un nuovo romanzo ancora inedito, non posso evitare di esprimere la mia opinione e la mia indignazione. Mi chiedo, e se lo chiedono anche gli studenti di filosofia dell’Università Carlo di Praga, la stessa frequentata da Jan, i quali hanno scritto una lettera di protesta nei confronti di questo evento, con quale diritto l’estrema destra si appropria del gesto di questo ragazzo, rivendicandolo come simbolo?

A pensarci bene, non dovrei stupirmi più di tanto. Come ha scritto pochi giorni fa Pierluigi Battista su Il Corriere, all’epoca persino i giovani di sinistra in Italia reagivano indignati al nome di Jan Palach. Impregnati di ideologia, erano pronti, in nome del potere operaio e della Revolucion cubana, a chiudere un occhio di fronte alle restrizioni terribili che stavano angariando i paesi sotto egemonia sovietica. Protestare contro l’Unione Sovietica equivaleva a essere di destra. Bisogna però specificare che questo usciva dalle bocche di chi, in Occidente, se ne stava comodo a protestare con tutte le libertà di cui poteva godere. La verità è che non possiamo nemmeno immaginare quello che hanno passato questi popoli durante quei decenni. O forse sì, dovremmo portarne memoria, perché non deve essere così differente dagli anni sotto il fascismo: la repressione e i negati diritti non hanno colore, sono uguali sotto qualsiasi totalitarismo.

Ancora oggi, dunque, e in particolare oggi, è impossibile descrivere la realtà attraverso una visione dicotomica e ideologizzata della stessa: è tutto molto più complicato di così. O forse è più semplice?

Avrei voluto, oggi, a cinquant’anni dalle fiamme che divamparono sul corpo di Jan in piazza Venceslao, scrivere un post in sua memoria. Ringraziarlo per l’ispirazione che mi ha dato, per la commozione che porto nel mio cuore per il suo gesto. Un gesto estremo: Jan non voleva protestare, voleva essere la protesta, dargli un volto. Dopo queste polemiche mi sento oggi di ricordarlo difendendo la sua memoria e la sua scelta. Liberiamo il suo gesto da orientamenti politici, Jan non scelse schieramenti: il suo fu un gesto di LIBERTA’.

Viaggio di un’esordiente nel mondo dell’editoria

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Oggi vi racconto un viaggio, uno di quei viaggi con una partenza per definizione molto precisa, ma senza meta. E forse senza biglietto di ritorno. Vi racconto il mio personale viaggio -tutt’ora in corso- nel mondo dell’editoria italiana, nella speranza che possa essere d’aiuto ai tanti aspiranti scrittori là fuori che inviano i loro manoscritti nella convinzione di avere tra le mani un capolavoro. Ma, prima ancora di arrivare agli scrittori, vorrei che la mia riflessione arrivasse in modi occulti a qualche editore. Sì, perché la sensazione che ho è che ci sia da lavorarci parecchio.

Mi sono imbattuta in un post su Instagram proprio questa mattina, che diceva: “The publishing world is very timid. Readers are much braver” (il mondo dell’editoria è molto timido, i lettori sono più coraggiosi). Ottimo, ho pensato: allora non è così solo in Italia. Ed è significativo che il post venga da un utente che offre consulenza agli autori per raggiungere un maggior numero di lettori utilizzando il web. Ma, ci chiediamo tutti, di questo non dovrebbe occuparsi la casa editrice?

Facciamo un passo indietro. Circa quindici anni fa ricevetti una proposta di pubblicazione per una versione ancora embrionale di Scrivi, il mio romanzo d’esordio che ha visto la luce solo quest’anno e con una versione molto differente da allora, ma tant’è. La proposta di pubblicazione mi lusingò parecchio, avevo partecipato a un concorso letterario e quello fu il risultato. Non avevo la benché minima idea di come funzionassero le cose, io, ragazzotta poco più che ventenne che veniva dalla campagna con un mazzolin di rose e viole, e pensai di aver fatto colpo sulla casa editrice. Sicuro, cara. Peccato che la casa in questione chiedesse un piccolo, modesto contributo per la pubblicazione, pari a circa due dei miei stipendi di allora. Ma, d’altra parte, tuonava la “proposta”, se l’autore non investe su se stesso, su chi dovrebbe investire? Fui costretta a rifiutare, ma lo feci a malincuore, ci tengo a sottolineare la mia dabbenaggine. Col tempo poi imparai a distinguere e capii che quello era solo l’inizio dell’epoca d’oro delle famigerate case editrici a pagamento. Che oggi, per fortuna, non incontrano più i favori del pubblico, anche e soprattutto grazie a internet, al Self Publishing e alla possibilità di far arrivare copie del proprio libro ai lettori anche senza una casa editrice vera e propria come intermediario. Penso ad esempio al servizio offerto da Amazon, al quale sono contraria per principio ma se devo proprio dirla tutta: meglio il Self Publishing che l’editoria a pagamento.

Insomma, il cliente pagante della casa editrice, in quel caso, non era il pubblico di lettori, ma l’autore. Che si trovava con parecchie copie in giro per casa ed era costretto a sbattersi per venderle e ricavarci qualcosa. Da autore a ragioniere, che brutta fine. E lo sappiamo tutti quanto la situazione sia drammatica, quanto i lettori siano diminuiti (ma rispetto a quando?) e quanto alti siano oggi i costi di pubblicazione e distribuzione. Comunque, continuiamo sulla strada: l’editoria a pagamento non riscuote più successo. Dunque, tutto risolto? Siamo tornati a una situazione felice, in cui l’editore fa una selezione di qualità e propone all’autore un contratto giusto e cerca di sostenerlo nella promozione e nella giungla della vita di quell’opera? No way. O almeno, non funziona sempre così. Non funziona quasi mai così.

Arriviamo ai giorni nostri. Finisco di scrivere il mio secondo romanzo, decido di farlo partire sul binario della fortuna? No, lo leggo e lo riscrivo. Poi soltanto dopo, forse, sarà pronto. Insomma, va bene che sto scrivendo un post che spiega quanto tanto cattive siano le case editrici e quanto tanto sfigati i poveri bravissimi autori, ma insomma: io credo innanzitutto che, prima di fargli lasciare il nostro ventre materno, il manoscritto debba essere impeccabile. A livello di contenuto, a livello di impaginazione e di refusi. Piacevole da leggere anche alla vista, giustificato e con un carattere discreto, non certo Walt Disney.  Questo lo leggerete in qualsiasi pagina delle ce dove sia possibile inviare manoscritti inediti.

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Ecco, magari evitiamo certi font per i manoscritti

Bene, allora lui è pronto e io decido che per questa seconda pubblicazione tenterò la via del cartaceo. Perché, mi chiedete? Eh no, non chiedetelo a me, chiedetelo alla marea di gente che mi ha scartavetrato le balle chiedendo copie cartacee del mio primo romanzo. Poi va beh, c’è anche un altro motivo: io sono una lettrice compulsiva e compro talmente tanti libri su Amazon che spesso me li porta a casa Jeff Bezos in persona. Allora mi sono detta che forse sarebbe bello essere su Amazon io stessa. Ma, oltre a questo, che dio mi fulmini! Credo che, dovessi andare avanti in qualsiasi modo, rimpiangerò il lavoro prezioso, l’editing e la promozione accuratissima e appassionata di Geeko Editor per sempre. Ottimo, andiamo avanti.

Inizio a informarmi. Perché ti dicono che devi scegliere con cura le case editrici a cui mandare il tuo manoscritto, devi conoscere bene cosa fanno, che generi prendono in considerazione e non devi mandarlo a tappeto. Devi preparare una sinossi degna e accattivante, e una lettera di presentazione che al confronto Chiara Ferragni di marketing non capisce nulla. Ed è tutto verissimo. Allora io scelgo, e punto molto in alto. All’inizio. E non posso certo dire di essermi (ancora) pentita, anche perché quando e se avrò loro notizie è probabile io sia ormai da Taffo, ma nell’eventualità lascerò il loro recapito. Infatti, la triste verità è che le grandi case editrici difficilmente scelgono per il loro catalogo un totale o quasi esordiente, e se anche fosse il loro programma è già tutto occupato per gli anni a venire. Comprensibile. Allora mi sposto e scelgo le piccole-medie case editrici, le vado a scovare alle fiere, sui social network, ovunque. E inizio a preparare lettere di presentazione e a spedire. Devo dire che nel frattempo ho scoperto gioielli editoriali che altrimenti non avrei mai trovato.  E inizio a chiedermi come mai questo: forse che siano nascosti da una marea di “altro”? E capisco che posso mettermi comoda: anche con le piccole ce c’è da aspettare. Ma è giusto così: ci vuole tempo per la valutazione di un manoscritto e poi chissà quanti ne ricevono. È corretto, io voglio essere scelta per la qualità. Non voglio essere scelta per fare cassa, ed è qui che le possibilità si riducono in modo imbarazzante.

Nel giro di un mese vengo contattata da diverse case editrici, alcune piccole, alcune di proprietà di altre grandi e rinomate di cui mai farò il nome nemmeno sotto tortura, e che dicono di occuparsi di una sorta di scouting per la loro proprietaria. Alcune avevano ricevuto il mio manoscritto una settimana prima. Cristo, penso, ma non ci volevano mesi? Si dicono interessate, però, cosa vuoi che possa ascoltare oltre a questo? Nulla. Evidentemente, penso, il mio manoscritto è davvero fantastico. Sicuro, cara. E così metto da parte l’entusiasmo iniziale e inizio a cercare. Inizio a capire non solo quello che si dice su internet, ma anche a valutare, senza opinioni, il loro lavoro che è sotto i miei occhi. Quanto pubblicano? Quanti libri al mese? Quante presentazioni fanno affiancando l’autore? I loro libri sono davvero reperibili? E soprattutto, cosa dice Writer’s dream???

Una volta fatto questo e essermi fatta un’idea abbastanza chiara, vado avanti con gli appuntamenti di persona. Sì, perché le ce (case editrici) che mi hanno contattata volevano subito vedermi di persona, richiesta piuttosto strana per chi vive molto distante e soprattutto come primissimo contatto. Magari prima chiariamo due-tre cose su Skype, poi ci vediamo, che dici? No, e poi ho capito perché. Così prendo l’economicissimo trenino per Roma e mi avvio all’appuntamento ben consapevole di voler già rifiutare, ma ormai la mia missione pare non essere più quella di pubblicare il mio secondo lavoro ma scoprire ogni buio anfratto dell’editoria italiana. Al primo appuntamento mi si presenta una situazione piuttosto sconsolante: uno stretto spazio di lavoro in cui coabitano varie figure professionali. Io vengo sistemata nello stesso spazio in mezzo a persone che lavorano e lì parliamo del contratto. È chiaro come l’acqua cristallina che scende da una sorgente di montagna che nessuno lì ha letto il mio romanzo: avrei potuto chiedere “ma che ne pensate delle scene hot alla Harmony che ho messo a pagina 450?” e avrebbero risposto che andavano benissimo. Al di là delle condizioni del contratto, desolanti, ci tengono a sottolineare a più riprese che non chiedono un contributo economico. E te lo credo, mi stai praticamente assumendo come venditore porta a porta. Mi chiedono infatti di presentare un programma di varie presentazioni organizzate da me con un format innovativo di mia invenzione e che siano ovunque tranne che in una libreria. Perché??? si chiede la mia testolina ingenua: la libreria non dovrebbe essere l’ambiente naturale del libro? È che in libreria è il libraio a ordinare i libri e nel resto delle presentazioni, invece, sono io che mi sbatto per acquistarle e rivenderle alla persone presenti manco fosse una riunione della Avon. E oltretutto mi sento dire “tanto nessuno pensa di viverci con quest’attività, giusto?”

FERMI TUTTI.

Da quando pubblicare libri è diventato un hobby? Da quando fare lo scrittore è come dire faccio giardinaggio il sabato pomeriggio per rilassarmi? Si dà il caso che io abbia lasciato il lavoro per scrivere, e so che la maggior parte delle persone intorno a me crede che io dorma fino a mezzogiorno e per il resto del tempo mi gratti le balle che non ho, ma… invece, strano a dirsi, sto scrivendo e producendo materiale come una pazza e di certo non sono e non sarò mai Camilleri, ma che ca… spita, se devo pubblicare il mio romanzo per vedere il mio nome su una copertina vado in tipografia. Se devo intraprendere quest’avventura pensando che non sarà mai il mio lavoro, allora NON la intraprendo affatto. Io voglio fare la scrittrice, non voglio arricchirmi (e poi che male c’è, non lo capisco): voglio solo continuare a scrivere e pubblicare libri.

E voi editori, perché pubblicate?

Pubblicate chiunque vi mandi il suo manoscritto perché siete tipo la Caritas dell’editoria?  O perché volete vendere dei libri? Avete mai fatto una selezione qualitativa dei manoscritti che ricevete, oppure forti del fatto che non richiedete un contributo economico, vi sentite eticamente in linea col proporre a tutti la pubblicazione con un contratto di durata ridicola, un numero di copie stampate esiguo e un prezzo di copertina tale per cui l’edizione della Divina Commedia disegnata a mano da Gustav Doré diventa un economico tascabile, per coprire in ogni caso i costi di stampa? Per poi, una volta pubblicato l’autore di turno, non muovervi mai da dentro quell’ufficio: l’autore deve fare tutto da solo, promozione e presentazioni, e possibilmente anche originali perché LA GENTE SI ANNOIA. E in ufficio, si sa, devono continuare gli appuntamenti vis à vis come in una catena di montaggio, con la stessa, identica formula: proporre contratti editoriali.

Editori seri, medi, piccoli e molto piccoli, lo so che ci siete là fuori, adesso parlo contro il mio interesse: perché magari ciò che scrivo è banale e insignificante. Ma non importa, io amo troppo la letteratura per sporcarla ulteriormente. Non pubblicate tutti. È questo il problema per cui siamo portati a dire che di questo lavoro è impossibile vivere: si pubblica troppo. E molto probabilmente i lettori sono diminuiti in relazione al numero enorme di pubblicazioni che vengono fatte ogni anno. Fate selezione e fatelo seriamente. Valutate anche le intenzioni dell’autore, e nel limite del possibile accompagnatelo in questo viaggio: un autore serio verrà in ogni presentazione e fiera e si darà da fare per organizzare nuove occasioni ma dovete farlo INSIEME. Stampate un numero decente di copie e distribuitele dove è possibile. Soprattutto, pubblicate un’opera solo se credete davvero in quell’opera, prestate servizio serio di editing (cliccare qui per il vero EDITING), non una correzione di bozze! E per questa pubblicazione impegnatevi insieme all’autore per un lasso di tempo congruo, non è una pizza d’asporto che domani farà schifo.

Insomma, io continuo a insistere e attendo proposte serie. Non milionarie magari, non lusinghiere o con strade facili: io sono qui per impegnarmi a promuovere ciò che faccio e a farlo sempre meglio. Ma se tutti vengono pubblicati come pura operazione commerciale esautorando oltremodo il mercato,  come ci può essere  una possibilità per chi davvero ha qualcosa da raccontare?

Cari amici, ho finito il sermone. Forse tra un anno mi troverete in Self Publishing su Amazon e allora vorrà dire che le mie intenzioni sono andate a farsi benedire. Ma nessuno mi ha, per il momento, smosso di un millimetro dall’amore per il mio sogno e nessuno mi ha fatto provare nemmeno un briciolo di scoramento, perciò, grande mondo dell’editoria, non ti libererai di me tanto facilmente.

🙂

La mia guerriglia gentile

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I suoi occhi sono grandi e lucidi e un po’ impauriti. La parte bianca dell’occhio, la sclera, è scura e screziata di venuzze rosse. È un ragazzo vestito bene, ha una felpa pulita e dei jeans non consumati né calati al di sotto del bacino. Stringe in mano il portafoglio e me lo porge. Con questo gesto disarmante vuole dirmi che non intende rapinarmi né chiedermi dei soldi. I suoi occhi impauriti e preoccupati mi raccontano che la pelle scura necessita di quest’assicurazione preventiva. Forse in passato l’aiuto che sta gentilmente chiedendo a me gli è stato rifiutato per paura. Mi chiede aiuto per fare il biglietto del treno.

È una stazione piccola e quasi mai affollata. Ci sono solo le macchine automatiche per fare il biglietto, la biglietteria è stata soppressa. Le macchine automatiche non sono sempre così intuitive: dicono che puoi scegliere la tua lingua, ma in realtà devi essere anche più che a tuo agio con la tecnologia e insistere particolarmente con le dita sullo schermo, tanto che a volte a me pare una lotta. Ci sono tanti treni che si fermano, tante persone che scendono e salgono. Ma, a parte questi momenti fugaci, la stazione è per lo più vuota e qualcuno dorme accucciato nell’ultimo binario, il quarto.

I viaggiatori che attendono hanno paura (sì, è una storia di paura), si guardano intorno preoccupati. Io mi chiedo perché. Io mi sento una stoica, un Buster Keaton che continua a fare capriole e cade. Un pò stupida, forse, ma continuo con la mia guerriglia gentile. Sì, io mi sento una guerrigliera col mio sorriso di protesta. Sorrido anche agli anziani che si spostano, in treno, e mugugnano perché anche io faccio loro paura, forse sono troppo colorata. Tiè, beccati sta pallottola di sorriso.

Non tocco il suo portafoglio e mi avvicino alla macchinetta. Lui mi spiega che deve andare a Bologna e in quali orari vorrebbe andare e tornare. Io acquisto il biglietto per lui e cerco di spiegargli tutti i numerosi passaggi che faccio, voglio essere sicura che capisca, voglio che se la cavi da solo la prossima volta. Lui mi guarda un pò sorpreso ma mi segue. Poi paga e raccoglie il suo resto. Mi accerto che sappia di dover obliterare il biglietto di ritorno solo prima di salire sul treno e non subito. Mi ringrazia e vola via. Io gli sorrido e penso che è l’unico volto umano in stazione, questa mattina.

Mi giro. Dietro di me c’è una mamma con lunghe treccine nere e un neonato fasciato a sé con un telo colorato. Stringe tra le mani il suo portamonete e me lo porge. Accanto a lei c’è una signora anziana con i capelli bianchi e la borsa stretta a sé, stringe tra le mani il suo portamonete e me lo porge.

Penso che ci sia bisogno di più guerriglieri gentili.

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Perché scrivo

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Scrivere è il verbo che ha contraddistinto in maniera preponderante gli ultimi dieci mesi della mia vita. Forse dovrei dire tutta la mia vita, ma qualcosa di significativo è accaduto quest’anno e mi ha permesso di evolvere in una nuova direzione.

Tu che mi stai leggendo, hai mai pensato a quale verbo corrisponde il tuo fare?

Io sì.

E non scelgo il verbo scrivere solo per il titolo del mio primo romanzo Scrivi, pubblicato proprio quest’anno da Geeko Editor. Il titolo di qualsiasi testo è già parte integrante di esso e ne descrive la natura; ne dà un assaggio importante e lo segnerà per sempre. Questo titolo, in particolare, è stato uno starter per me. Scrivi! Mi sono detta. E Scrivi è la risposta del mio romanzo. Ogni storia pone una domanda. La risposta si trova, di solito, alla fine. In questo romanzo, io fornisco la risposta in copertina, e poi racconto come: come la vita ti mette alla prova e viene a bussare alla tua porta. Sta a noi trovare quella risposta. Quella giusta.

Si devono fare delle scelte, e spesso anche delle rinunce, per intraprendere strade difficili, tortuose, che però rispecchino il nostro fare. Non c’è nessuna strada facile, e lasciare la propria comfort zone comporta fatica. Sono stata felice di lasciare il mio lavoro e dedicarmi alla scrittura, come ho scritto qua. Ma non sono andata in vacanza per fare ciò che amo: questo ha significato e significa impegno e studio costante per raggiungere risultati, quei risultati che vedo arrivare ogni giorno, piano piano, ma che sono ancora lontani dal mio obiettivo. Tuttavia, il mio obiettivo non è un punto morto, un punto finale, ma un fluido divenire, come le parole di un racconto. Dunque, in questo mondo ammorbato da odio e invidia sociale, pensate prima di sparare: ogni conquista si ottiene attraverso l’impegno. Ci si può mai realmente dire arrivati? Io credo di no, e credo, anzi, che studiare costantemente sia una condizione necessaria per ogni strada che si sceglie, non solo la mia, che per definizione richiede di stare sui libri continuamente. Ho dovuto imparare ad accettare le critiche, soprattutto perché mi portano del buono e mi aiutano a capire, ho dovuto imparare a rileggermi e a modificare tutto, una volta stesa la sfoglia: rimpastare daccapo, perché alla millesima stesura sarà una meraviglia. Anche se ora appare informe. Ho dovuto apprendere la pazienza e infine la costanza. Ho imparato, e lo imparo ogni giorno, a bussare alle porte per vendere le mie storie anche se a volte è imbarazzante e a credere in me stessa. Su dieci che se ne chiudono, ce n’è almeno una che si apre. Ma bisogna insistere, avere la testa d’ariete e se necessario sfondarle, quelle porte.

Dunque perché io Scrivo? Scrivo perché devo raccontare delle storie. Non solo ho da raccontare le mie storie, ma ci sono altre migliaia di storie che riguardano ognuno di voi e io sento di doverle raccontare.

Perché è attraverso il racconto che l’uomo vive e costruisce la sua narrazione ogni giorno della sua vita.

Scrivo perché le parole scorrono nelle vene del mio corpo al posto del sangue. Scrivo perché mi si strappa il cuore se ci penso, e la passione brucia il mio essere: scrivo perché non so fare niente altro a questo mondo e nient’altro voglio fare.

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Sulla mia pelle

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Non sono un critico cinematografico, dunque la mia non sarà una critica oggettiva e organica. D’altra parte, come si può restare oggettivi davanti ad un flusso di emozioni così intenso?

Sto parlando di Sulla mia pelle, film del 2018 di Alessio Cremonini presentato nella sezione Orizzonti del 75° Festival Cinema di Venezia e distribuito in contemporanea nelle sale e su Netflixgià di per sé quest’operazione commerciale ha generato  polemiche, e il 12 settembre è stato definito addirittura il D-Day del cinema italiano da La Stampa. Il film fa discutere anche per la decisione di alcuni collettivi studenteschi e associazioni di proiettarlo gratuitamente, scegliendo così di ignorare i diritti di copyright in virtù della divulgazione di una storia molto importante.

Questo film, infatti, non solo è una novità per il modo in cui viene proposto al pubblico, ma è anche e soprattutto un racconto asciutto e delicato su una vicenda di cronaca che ha fatto molto discutere negli ultimi anni, la storia di Stefano Cucchi. L’intento del regista non è quello di santificare la figura del ragazzo morto durante la custodia cautelare in seguito all’arresto, ma di presentare i fatti come sono scritti negli atti. Stefano viene fermato dai Carabinieri il 15 Ottobre del 2009 mentre passa ad un’altra persona una bustina contenente dell’hashish. Viene perquisito e trovato in possesso di altre bustine, apparentemente pronte per essere vendute. Viene arrestato e portato in Caserma con l’accusa di detenzione e spaccio. Stefano, al momento dell’arresto, era molto magro ma stava bene.  Il giorno dopo, in Tribunale, si presenta con evidenti lividi e ha difficoltà a parlare e camminare. Il 22 Ottobre Stefano viene trovato morto nel suo letto all’Ospedale Sandro Pertini. Che cosa sia veramente successo, questo la Legge deve ancora stabilirlo, ma il 10 Luglio 2017, alla conclusione delle indagini preliminari in seguito alla riapertura dei fascicoli sulla morte di Stefano, viene chiesto il rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e abuso di potere nei confronti di tre Carabinieri dell’Arma. E questa non è soltanto una storia di violenza, bensì anche di incuria da parte dei medici che lo hanno visitato e che hanno ignorato le sue gravi condizioni.

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Di questo film si è già detto molto e in tanti, ma dopo averlo visto su Netflix, mi sento il cuore gonfio di dolore e rabbia e vorrei dedicare a Stefano un ricordo sul mio blog: è attraverso la ricostruzione oggettiva delle storie e la loro corretta divulgazione che si può creare una coscienza tra le persone e vincere la paura che potrebbe spingere altri giovani, nella stessa situazione di Stefano, a non denunciare immediatamente le violenze subite. L’abuso di potere è un tema delicato, ricordo la storia di Federico Aldrovandi, eventi orribili che non devono accadere mai più, ma che dobbiamo però ricordare per fare informazione.

Perché molti non sanno esattamente come sia andata, perché molti pensano ancora che, trattandosi di un ex tossicodipendente trovato in possesso di droga, forse un po’ “se lo meritava”. Per vincere le dure e ataviche mentalità è allora necessario non soltanto divulgare questo film attraverso proiezioni gratuite nelle associazioni o università, ma anche nelle scuole superiori, dove va piantato il seme per difendere i diritti civili di tutti quanti noi.

Infine, da un punto di vista puramente cinematografico, ho apprezzato molto la scelta del regista di evitare la violenza esplicita, le scene del pestaggio subito da Stefano. Credo che vederlo riapparire sullo schermo con gli occhi neri e ripiegato su se stesso dia allo spettatore ancor di più il senso di quanto, in alcuni ambienti, viene taciuto e nascosto: come se non fosse mai successo, nonostante i segni evidenti. Alessandro Borghi deve essere molto orgoglioso del suo lavoro, una trasfigurazione straordinaria, un lavoro sulla postura e sulla voce per restituire a Stefano la giusta memoria: quello che ognuno di noi merita.

 

Presentazione Scrivi e Geeko Editor alla Confraternita dell’uva a Bologna

Venerdì 13 luglio Geeko Editor, io, Salvatore Improta e Alessandro Mambelli ci siamo ritrovati alla Confraternita dell’Uva a Bologna per un Aperitivo Letterario, durante il quale abbiamo raccontato un po’ di noi, del nostro lavoro, dei nostri progetti futuri, ma soprattutto per stare insieme e condividere un bicchiere di vino e qualche risata in mezzo ai libri.

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Nella foto, i tre autori emiliani di Geeko Editor, da sinistra Salvatore Improta, Alessandro Mambelli e io, Marianna Brogi

Già nel pomeriggio abbiamo iniziato a girare per Bologna, città meravigliosa piena di cultura e di ispirazioni interessanti per le nostre scritture…

 

Poi, con un po’ di emozione siamo andati alla bellissima Confraternita, un posto eccezionale per gli amanti dei libri perché, come potete vedere anche sulla loro pagina Facebook,  organizzano numerose presentazioni di libri, inoltre sono libreria ed enoteca… cosa si potrebbe desiderare di più da un luogo dove rilassarsi e fare due chiacchiere con gli amici?

 

Durante la presentazione, i nostri Fabio Antinucci e Alba Grazioli hanno raccontato del loro progetto editoriale, Geeko Editor appunto, con Lidia Verdone, il terzo membro del team che ci filmava dalla prima fila. Cos’è Geeko Editor? È una casa editrice online, social e interattiva, nata lo scorso anno grazie all’idea di questi tre fantastici ragazzi, alla loro passione e al crowdfunding su Eppela. Geeko nasce dall’esigenza, sempre crescente, di una maggiore interazione tra quelli che sono i desideri e i gusti del pubblico e le case editrici. Nasce così una community che permette agli iscritti, lettori e scrittori, di pubblicare racconti, partecipare ai contest, ma anche semplicemente leggere e votare, parlare insieme di libri e letteratura, insomma: interagire. Geeko Editor è anche, naturalmente, casa editrice e  seleziona alcuni manoscritti sottoponendoli poi al giudizio del suo pubblico. I vincitori dei contest di pubblicazione entrano nel catalogo degli eBook in vendita su Geeko, in seguito naturalmente a un attento e scrupoloso lavoro di editing. La serata è continuata con i racconti e le domande a noi Geeko autori. Il primo tra i tre eBook pubblicati degli autori presenti alla serata, Brucia di Salvatore Improta, narra una meravigliosa storia in cui dominante è la forza della creazione letteraria. Io personalmente ho molto apprezzato Brucia (potete leggere la mia recensione al link sopra), in particolare il sapiente gioco architettonico di costruzione dei vari livelli narrativi che dipanano le vite di questi giovani scrittori sullo sfondo della Bologna di vie centrali e di nebbia.

Nella famiglia Geeko siamo poi arrivati dall’Emilia Romagna anche io e Alessandro Mambelli, con i nostri Scrivi e Sunset Strip.

 

Vi ho già parlato a lungo del mio Scrivi, in ogni caso per ogni ulteriore info basta cliccare sul link sopra, oppure qui.

Sunset Strip di Alessandro Mambelli è una storia ambientata a Los Angeles, città delle luci scintillanti di Hollywood ma anche delle atmosfere decadenti e dei sogni infranti. Il suo protagonista, Paul Morry, si muove attraverso belle donne, ispirazioni letterarie e alcol. Mi riprometto di leggerlo quanto prima! Intanto, date un’occhiata anche voi all’anteprima, al link sul titolo del romanzo: molto promettente.

È stata una bella serata, ricca di risate tra amici, di racconti e di letture, di percorsi letterari differenti ma di passione comune, di luoghi narrati e sognati.

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il nostro pubblico presente alla Confraternita dell’Uva a Bologna

È stata in particolare una serata in cui era palpabile l’amicizia e l’empatia che c’è tra editori e autori, in quello che è davvero un lavoro intimo e importante: la condivisione delle proprie scritture. Credo fermamente che il futuro si debba fondare su progetti di questo tipo, dove la componente umana, la passione e la condivisione degli intenti superino gli interessi economici e dei grandi numeri.

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Vi invito dunque a visitare il sito di Geeko e a entrare numerosi nella community, per condividere insieme a noi questo cammino importante sulla lunga e prosperosa strada della letteratura.  Nell’attesa, naturalmente, del prossimo fantastico evento: la presentazione itinerante di Scrivi a Pennabilli, in programma per il 4 agosto presso l’Orto dei frutti dimenticati. Chi è da quelle parti, venga a farsi una passeggiata e a conoscere me e Geeko Editor! Saremo felici di avervi tra noi 🙂

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Nel mezzo dell’Europa o forse no

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Era una notte senza nuvole, un cielo blu Van Gogh era sopra la mia testa, letteralmente. Un cielo tempestato di stelle luminose. Uno di quei cieli che solo in montagna, d’estate, in pieno Agosto, si può avere la fortuna di ammirare. Montagna? Quindi ci trovavamo in montagna? O collina? O solo una zona molto boscosa? Infatti, se già non fosse abbastanza chiaro… ci eravamo persi. Eravamo partiti quella mattina per affrontare il rientro in Italia dopo un lunghissimo viaggio attraverso buona parte dell’ Europa.

Quello fu uno di quei viaggi che si fanno poche volte nella vita, che durano molte settimane, e che alla fine neanche ti ricordi più quando sei partito esattamente, e com’eri quando sei partito. Perché hai visto tante facce, conosciuto tanti luoghi nuovi, le cui dinamiche sono diventate anche un po’ tue. Hai scandagliato le mappe delle metropolitane e imparato quali linee prendere e in quali direzioni. Hai imparato a riconoscere strade e parole, odori e colori.

Eravamo partiti con le prime luci dell’alba di un mattino di Agosto. È un mese caldo in Italia, di solito, ma quell’anno non smetteva mai di piovere. E così sarebbe stato anche lungo tutto il nostro viaggio, ma senza rovinarcelo. Anzi, la pioggia aveva regalato profumi nuovi all’erba e alla strada, alzando nuvole panoramiche e disegnando nuovi sfondi solo per noi.

Eravamo partiti, dicevo, in direzione Nord. Eravamo arrivati a Monaco di Baviera nel pomeriggio, incontrando, appunto, pioggia, tedeschi e buona birra.

Avevamo poi proseguito verso la meravigliosa Praga, per la quale dovrei scrivere un’enciclopedia a parte e non dodicimila caratteri, ma ci sto lavorando. Quella fu la prima volta che incontrai Praga, ma della nostra relazione ho già parlato in altri luoghi.

La linea del nostro viaggio continuò poi a tracciarsi verso Nord Est, riprendendo la Germania: quella parte di Germania che una volta era chiamata dell’Est, di diritto all’interno della cortina di ferro sovietica.

Giunti a Berlino, capii che quel viaggio non si stava rivelando affatto rilassante né semplice, ma mi stava donando una delle linee di interesse più importanti della mia vita. Non era un viaggio di piacere, bensì di intensa conoscenza. L’essere a Est implicava vedere un mondo molto lontano da quello da noi conosciuto, un mondo cresciuto, negli ultimi decenni del ventesimo secolo, all’interno di una bolla che a Occidente non conosciamo. All’interno di quella bolla c’erano moltissime altre cicatrici, risalenti alla Seconda Guerra Mondiale: era dunque un viaggio a ritroso nella storia. Berlino in particolare fu capace di raccontarci com’era la vita di una città divisa in due, il riverbero del Muro continuava insistente nonostante fossero passati decenni da quando era caduto. Berlino era ancora divisa in due, anche se le differenze erano meno accentuate e anche se non c’era più il Muro – non dappertutto – o il filo spinato, e soprattutto non c’erano militari a sparare sulla tua voglia di muoverti. Quelle due parti ancora presenti erano come l’eco della dicotomia che stava morendo, delle due ideologie messe a confronto, e proprio perché stava morendo, la città le stava amalgamando, a fatica, come il caffè del mattino. Quando giri il cucchiaino e mischi zucchero e liquido nero fumante. Da Berlino avevamo proseguito per Schwerin, un incantevole lago all’estremo Nord della Germania, immerso in un’atmosfera da favola. Il castello ci sembrò quello della Walt Disney, si affacciava pieno di guglie e torrette nel lago verde che si perde all’orizzonte. L’acqua era trasparente e celava, come un portagioie, una rigogliosa flora subacquea, mentre le anatre scivolavano sopra il pelo dell’acqua, in fila indiana. Le nuvole lunghe chilometri riempivano il cielo quel giorno, e si specchiavano anch’esse nel lago fresco. Lì si è sufficientemente a Nord perché la luce, in estate, duri molto più a lungo, e quella sera si crearono giochi di luci fatate sull’acqua, tra il sole che non voleva andarsene  a dormire, il cielo misterioso e la luna insolente. Il viaggio proseguì attraverso Olanda, Belgio, poi finalmente Francia del Nord, dove abbandonammo le metropoli e ci stendemmo languidamente sulle spiagge fredde della Normandia, e poi sugli scogli granitici della Bretagna. La Bretagna è un buffo posto, ci sembrò di arrivare nella Contea de Il Signore degli Anelli: i nomi francesi erano sottotitolati in celtico, in ogni cartello stradale, le persone non avevano nulla a che vedere con i francesi un po’ spocchiosi, la loro fu un’accoglienza genuina e verace. Partecipammo a piccole feste su altrettanto piccoli porti sull’Atlantico, dove le barche non sempre si trovano in acqua, ma improvvisamente sulla terra ferma. Ascoltammo musica celtica con i pescatori di ostriche, e prendemmo parte ad antichi rituali per il mare e la terra. E poi ci perdemmo, come stavo dicendo all’inizio.

È così che dev’essere in ogni viaggio che si rispetti, bisogna partire organizzati e sapere dove si vuole andare, ma poi anche lasciar perdere e perdersi, ad un certo punto, per ritrovare con più magia la strada di casa. La mattina della partenza, dal Nord della Francia superammo Rennes, ed è lì, più o meno, che prendemmo la decisione di uscire dall’autostrada. Già di per sé le autostrade, in quel punto di Francia, avevano qualcosa di veramente curioso. Seguivano infatti le pendenze vertiginose delle colline con troppa meticolosità, creando un effetto montagne russe che faceva venire le vertigini. Perciò si crearono lente colonne che salivano, salivano, salivano, pareva che stessero scalando il tetto del mondo, e arrivati sulla cresta n alto… ecco che ci si fiondava giù, sempre più giù con la stessa pendenza folle, con la sensazione che i freni non avrebbero mai funzionato. Prendemmo delle strade secondarie, certi di riuscire ad arrivare ad Avignone in serata, dove avevamo l’ultimo albergo prenotato prima di far rientro in Italia.  Passata Limoges, i cellulari smisero di funzionare e il pomeriggio pareva inoltrarsi verso la sua fine, benché ancora lontana a fine Agosto. Ci addentrammo in una serie di parchi nazionali bellissimi, dove non era possibile però incontrare anima viva. Pareva di essere tornati indietro nel tempo, e soprattutto pareva di essere fuori dal mondo. Che buffo, no? Quando guidi per ore e non incontri nessuno, e soprattutto non trovi cartelli che indichino le grandi città che conosci, pensi di esserti perso. In realtà, è allora che il viaggio ti sta offrendo l’opportunità migliore: fuggire via. Attraversammo il parco regionale di Millevaches en Limousin e, una volta giunti a Saint Flour, ci rendemmo conto di essere molto in ritardo sulla tabella di marcia. Ricordo la telefonata all’albergo di Avignone per avvisare che saremmo arrivati in tarda serata. La signora mi chiese dove fossimo, e quando risposi : «Nous sommes à Saint Flour», il silenzio calò dall’altra parte della cornetta: era impossibile pernottare ad Avignone, almeno per quella sera. Noi proseguimmo comunque, impavidi. E, dalle parti di Mendes, prendemmo una strada che solo molto vagamente chiamava verso Sud, e che ci avrebbe condotto dritti dritti in un inferno dantesco: la terribile strada N106, che ancora a volte vado a controllare, su Google Maps, per essere sicura di aver davvero percorso, che sia reale e non frutto della mia fervida fantasia. Quella strada attraversava l’ennesimo parco naturale, scendendo a Sud, e quando dico scendere sto scegliendo un eufemismo. Era, letteralmente, un tornante dietro l’altro che scendeva, piombava, anzi. Senza sapere dove ti trovi, senza incontrare (di nuovo!) altre persone, senza avere indicazioni. Scendere, scendere, scendere… senza che arrivi mai la fine. Ci chiedevamo: «Prima o poi smetteremo di scendere, no? Non arriveremo al centro della terra.» E invece niente, quella strada continuava a serpeggiare vertiginosamente attraverso il bosco fittissimo per centinaia di chilometri. Il buio stava calando e il mio volto, per via delle curve, stava raggiungendo nuove tonalità di verde, mai viste prima sulla terra.  A mezzanotte dovemmo arrenderci: se mai avessimo trovato un’altra strada che incrociava quell’inferno di asfalto e boschi, non saremmo mai arrivati nel Sud della Francia prima del mattino, ed eravamo davvero troppo stanchi. Nerina, il nostro meticcio, languiva pigramente sul sedile posteriore, e naturalmente stava morendo di fame. Avevamo del cibo per lei, ma per noi solo qualche biscotto. Non esiste nessun ristorante sulla famigerata N106, né supermercato. Però ci sono parcheggi dove le persone dormono. Eh, già, perché non eravamo soli in quell’avventura. Il buio era calato e numerose auto e camper avevano deciso di sostare in quel parcheggio per la notte, benché la strada fino a dieci minuti prima fosse deserta.  Quella notte passata a dormire in auto, sotto il cielo stellato, da qualche parte al centro, forse, della Francia, m’insegnò due cose fondamentali: la prima è che dormire all’addiaccio mi rende paranoica, e la seconda è che le curve provocano meteorismo nel mio cane. Tutto il parcheggio si era sonoramente addormentato, compresi i miei compagni di viaggio, sia quello a due che a quattro zampe, io invece  ero ancora con gli occhi sbarrati a fissare il cielo. Non erano le altre auto o camper a darmi pensiero, bensì quelle piccole luci sopra di me, nell’immensità del cielo, che facevano avanti e indietro. C’erano queste piccole luci, una dietro l’altra come le anatre al lago di Schwerin, che non erano stelle, e che proseguivano lentamente attraverso il cielo. Camminavano placide. Mi misi a fissarle. A un certo punto si bloccarono e iniziarono a tornare nella direzione opposta, a fare il percorso inverso. Sgranai gli occhi, forse ero davvero stanca. Provai a dormire, ma niente. Era come se sentissi la loro presenza. Riaprii gli occhi ed erano ancora lì, e appena le guardavo si bloccavano e tornavano indietro. Mi convinsi che chiunque fosse all’interno di quelle piccole sfere luminose, poteva vedermi. Poteva vedere me, a testa all’insù dentro l’auto parcheggiata in un bosco enorme sperduto da qualche parte in Francia, in un luogo introvabile sulla cartina, e poteva farmi capire che mi stava controllando. Controllando per cosa? Forse ero io allora che guardavo loro? Non so come mi ritrovai all’interno della spirale di questi assurdi pensieri, spirale infinita così come le curve della strada N106, ma in qualche modo devo essermi addormentata, nonostante i rumorosi peti del mio cane, e il finestrino che per forza di cosa veniva mandato su e giù. Mi svegliai quando il chiarore timidissimo dell’alba stava già scaldando il parabrezza dell’auto, creando un fastidiosissimo effetto serra.

Era tempo di ripartire. Ormai la notte all’albergo era andata, doviziosamente addebitata sulla mia carta di credito. Con lo stomaco vuoto, tentammo di trovare un posto dove mangiare, alcune centinaia di chilometri dopo, nei pressi di Nimes. Sì, la strada N106 effettivamente arrivava da qualche parte, ma era sempre qualche parte troppo lontana. Avevamo già avuto esperienza nel sud della Francia con la ricerca di luoghi in cui rifocillarsi, anche se questa è un’altra storia, di un altro viaggio, e dovevamo ricordarci che nessuno ci avrebbe sfamati: nel sud della Francia per mangiare è sempre troppo presto o troppo tardi, questo per quel che ci riguarda. Insomma, decidemmo di mangiare solo una volta toccato il suolo italico. La stanchezza era troppa, a quel punto. E così, guidati dal miraggio di un enorme piatto di spaghetti, rientrammo in Italia, dove ogni strada ci sembrò familiare e meno fastidiosa.

Questa notte imprevista mi insegnò, tutto sommato, anche altre cose: che è bello perdersi, è bello disfare i programmi e lasciare che il caso faccia come preferisce, a volte. Ed è bello anche rientrare a casa, dove un altro viaggio sicuramente inizierà.

 

Viaggio in Polonia: visitare Cracovia

Di tutto il viaggio on the road in Polonia, di cui ho iniziato a parlarvi qui, Cracovia si riserva un posto speciale, un posto dal sapore discreto, elegante, non opulento, ma molto raffinato. Una città piccola, verde, con tesori deliziosi nascosti tra le vie e alcuni scorci assolutamente affascinanti. Benvenuti a Cracovia.

Rynek Glowny - piazza del mercato a Cracovia
Rynek Glowny – Piazza del Mercato a Cracovia

Siamo arrivati a Cracovia attraverso una strada statale che da Oswiecim (dove abbiamo visitato Auschwitz, che merita, naturalmente, un post a parte), porta in città. Una piccola strada verdissima che tutto preannuncia tranne l’entrata in una città. I piccoli centri polacchi sembrano fermi nel tempo, in realtà basta fermarsi un poco per capire che qua tutto é in fermento, come già ci eravamo accorti con Wroclaw. E anche quando si entra, finalmente, dentro Cracovia, il verde continua ad accompagnare il paesaggio quasi fino in centro. Abbiamo affittato un appartamento tramite Airbnb, come avevo spiegato qui, ma questa volta non avevamo degli host ad accoglierci, abbiamo trovato un bell’appartamento tutto per noi in una zona residenziale molto tranquilla e molto vicina al centro. Era sufficiente attraversare la strada e seguire la Vistola in direzione del Castello di Wavel, che si erge maestoso su una collina che domina la città, affacciandosi sul fiume placido che attraversa la città serpeggiando tra i quartieri.

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Mi piace la Vistola, è un fiume amichevole, che scorre al tuo fianco mentre cammini: le sue rive sono ampie e comode e permettono di camminare a filo dell’acqua. Non come nelle altre città fluviali che ho visitato, i cui fiumi scorrono solitamente più in basso del suo lungofiume e le rive sono quasi inaccessibili. Ecco che giunta qua capisco tutta la scena finale, prima un pò strana per me, del libro Nella città vecchia di Israel J. Singer. Questo mi piace dei viaggi, che alimentano i libri e dai libri vengono alimentati. 

Nel prossimo viaggio è necessario continuare a seguire il corso della Vistola fino sù a Varsavia e vedere come sono le sue rive più a nord fino a tuffarsi nel Mar Baltico.

Cracovia è popolata di numerose chiese, l’amore dei polacchi per papa Wojtyla è palpabile ovunque. Ci sono statue, memoriali, cartelloni e foto sui muri delle case dove ha soggiornato o dove ha studiato. Una guida ci ha detto che papa Wojtyla è un padre per i polacchi, e come ogni padre è molto amato, ma poco ascoltato.

Rynek Glowny, la città del mercato, è il cuore di Cracovia. Una piazza dalle mille prospettive, ampia e capace di far girare la testa. Non entrerete praticamente mai dalla stessa via, gli accessi sono molti, alcuni ampi e alcuni più piccoli, a sorpresa. Attorno alla piazza, si dipanano numerose strade e tutto intorno il parco cinge il centro storico, la Città Vecchia. Nella piazza del mercato molte sono le cose da vedere, da assaporare e da annusare. Innanzitutto la bellissima Basilica di Santa Maria, che vi riserverà una sorpresa dal gusto leggendario, che io ho apprezzato e amato moltissimo, nelle serate trascorse a Cracovia. La leggenda di Hejnal Mariacki: durante le invasioni tartare, un trombettiere aveva il compito di suonare la “chiamata a raccolta” dalla torre della Basilica nella piazza del mercato.  Nel 1241 purtroppo una lancia tartara lo trafisse mentre suonava, uccidendolo, e i suoi concittadini udirono la melodia spezzarsi all’improvviso. Per ricordarlo, ad ogni ora viene suonata la stessa melodia, un trombettiere si affaccia sulla torre altissima e suona, rivolto verso i punti cardinali, interrompendosi come successe al primo sfortunato trombettiere. Così, se vi troverete nella piazza del mercato, vi capiterà di sentire questa melodia e vedere con i vostri occhi il trombettiere affacciarsi. E’ un momento in cui la piazza, gremita di gente, si ferma, e l’atmosfera è densa di storia.

Ma Rynek Glowny non è solo storia, è anche cibo, e dalle sue bancarelle si alzano profumi deliziosi. Certo è che a Cracovia non si può morire di fame, i ristoranti sono dappertutto, propongono moltissimi buoni piatti polacchi e birra, a prezzi davvero abbordabili. Ma come resistere al buon cibo di strada? Le salsicce che ho mangiato nelle bancarelle di Rynek Glowny sono tra le più buone mai provate: affumicate, speziate, succose e gustose. Per non parlare dei buonissimi pierogi, per i quali siamo stati molto fortunati: nella piazzetta accanto a Rynek Glowny, dietro la Basilica, era in corso il Festival annuale dei pierogi, perciò se pensate di andare in città, segnatevi i giorni subito prima di Ferragosto, potrete assaggiare pierogi con mille ripieni diversi.

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Le mille luci del mercato al coperto

Ma Cracovia non ha soltanto la piazza principale, potrete da qui partire e raggiungere le mura della Porta di San Floriano, tappezzate di opere d’arte e da lì, subito dopo, il Barbacane, altra fortificazione intorno al centro storico della città.

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La passeggiata a Cracovia, tra la città vecchia e Kazimierz, l’antico quartiere ebraico, racconta moltissimo. Racconta la storia, ma anche l’incontro con le altre culture, i simboli e la cultura di questa città  gioiello, come l’ambra calda e abbagliante che offre nelle sue vetrine, per tutta la città.

Girare Cracovia è facilissimo, sia a piedi, che sul tram. I biglietti hanno costi molto contenuti, e la città è servitissima ovunque. Buona notizia inoltre per i viaggiatori a 6 o 8 zampe come noi: i cani non pagano il biglietto, e sono davvero ben accetti dappertutto!

Perciò, se vi trovate lontani dalla fabbrica di Schindler, prendete subito il tram e andate a visitarla. La troverete oltre il fiume, dopo Kazimierz. Non è un memoriale dedicato a Oskar Schindler, come io credevo. E’ molto di più, e vi trascinerà in un’altra dimensione temporale. La fabbrica è infatti completamente dedicata alla ricostruzione e al racconto della Cracovia ai tempi dell’occupazione nazista. Ci sono luoghi angusti e freddi, come il ghetto, luoghi bui e inquietanti, dove sentirete voci terrorizzate, come la prigione. Ci sono i tram dell’epoca, schermi con i ricordi degli ebrei, ma non solo, anche dei polacchi e di persone di altre etnie. Troverete la storia dell’Università di Cracovia, che si oppose alla sua chiusura, come imposto dal nazismo, e la storia dei suoi coraggiosi professori e studenti che resistettero al regime e finirono arrestati. Da visitare assolutamente!

Dentro la fabbrica di Schindler:

Un ultimo consiglio che vorrei dare a chi si appresta a visitare questa città é di quello di lasciarsi prendere dal languore di Cracovia, di sedersi sulle rive della Vistola, guardare le barche passare, bere una birra polacca al tramonto, parlare con i polacchi, lasciarvi consigliare i luoghi, i sapori, i tempi, immergervi nella vita di questa città così dolce da farvi riappacificare col mondo.

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Io ci ho lasciato il cuore, si sente, eh?

Viaggio in Polonia, Wroclaw o Breslavia

Vi ho parlato qualche mese fa del viaggio on the road pianificato per quest’estate qui, e dato che sono appena tornata, comincerò col descrivervi il paese che maggiormente mi ha affascinato: la Polonia. Mentre la Repubblica Ceca era una vecchia conoscenza, che volevo approfondire attraverso le misteriose strade di Praga, di cui non mancherò di raccontare… in Polonia si trattava della mia prima volta.

Primo elemento da considerare per un viaggio on the road è che la Polonia è enorme. Vero è che i colossali lavori per la costruzione di un’efficiente rete autostradale sono quasi ultimati, e hanno portato alla creazione di una moderna e scorrevolissima autostrada che in Italia per lo più ci sogniamo. Ma la dimensione del Paese resta sempre la stessa, e le strade cosiddette statali, come ho potuto verificare andando in direzione Zakopane, sono ancora congestionate. Mi risultava abbastanza incomprensibile come fosse possibile impiegare 3 ore per percorrere i 100 km tondi tondi che da Cracovia portano a Zakopane, stando a quanto affermava il navigatore. Ma in pratica abbiamo superato le 3 ore previste. Inizialmente, partendo da Cracovia, c’è una moderna superstrada, che prosegue per qualche chilometro. Poi, però, la strada diventa una normalissima strada di montagna, con cantieri aperti in ogni dove per finire la superstrada e costruire viadotti enormi, e il traffico é molto intenso, perché, come vedremo, Zakopane sta diventando meta gettonatissima per il turismo, anche se per il momento si tratta quasi esclusivamente di turismo polacco. Quindi, tutto questo bel preambolo per dire cosa? Che purtroppo, se si sceglie l’auto come mezzo di trasporto, la Polonia va fatta a pezzetti: noi abbiamo scelto per questa volta la Polonia sud-occidentale, maggiormente raggiungibile dall’Italia. Ma, essendosi rivelato un paese straordinario, ed essendoci ancora moltissimo da visitare a nord (Danzica, e naturalmente Varsavia), ci siamo ripromessi di tornare presto. La prima tappa in Polonia è stata una tipica casa in legno, come ne vedrete moltissime in questa zona del paese, in un villaggio sperduto a sud di Breslavia (in polacco Wroclaw).

casa in legno Polonia

Pur essendo un villaggio di poche anime, con praticamente zero ristoranti o servizi, Czernica é collegato in maniera ottimale alla città. Eravamo ospiti di una famiglia, abbiamo prenotato la nostra stanza su Airbnb, come vi ho spiegato qui, e decisamente non potevamo fare scelta migliore. Ci siamo quindi alzati di buon ora, dopo esserci addormentati con il canto del gufo che ogni sera viene a salutare i proprietari di casa sotto il porticato, e ci siamo avviati verso una vetusta stazione ferroviaria. La stazione non esiste più, c’è solo la vecchia costruzione che cade a pezzi, con l’insegna che vi avvisa del posto in cui vi trovate, ma nessuna possibilità di fare biglietti, non c’è anima viva. Però ecco che arriva il treno…

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IO (parecchio addormentata) e Nerina alla stazione di Czernica, nella Polonia sud-occidentale, in attesa del treno.

Un piccolo trenino, molto moderno ed equipaggiato: a bordo non mancava nulla, per un viaggio di circa 20 minuti che collega i villaggi più distanti a Wroclaw. Il costo, contenutissimo: l’equivalente di 4 euro per due adulti ed un cane che naturalmente ha dovuto indossare la museruola. In perfetto orario siamo arrivati alla stazione centrale di Wroclaw. La città è piccola ma con un’animo estremamente moderno e improntato al futuro, città universitaria che ci potrebbe ricordare la nostra Bologna, anche per numero di abitanti, ma ahimé, molto più pulita. Le città polacche sono davvero pulitissime. Cinque sono i fiumi che attraversano Wroclaw, il più importante è l’Oder, sul quale è d’obbligo fare un giro in barca, ce ne sono moltissimi e per tutti i gusti. Noi abbiamo avuto la fortuna di fare la conoscenza di un simpaticissimo signore che conduce queste barche e che ci ha raccontato un sacco di cose interessanti su questa città, di cui gli abitanti vanno orgogliosissimi e a ragione: il benessere è nell’aria. Ho potuto constatare che i polacchi sono estremamente calorosi e desiderosi di rapportarsi con gli altri, molto rispettosi e pieni di riguardo, cosa che non ho riscontrato in tutti i paesi visitati. E’ inoltre un paese davvero dog-friendly: i polacchi adorano i cani, li fanno entrare quasi dappertutto e hanno sempre carezze e buone parole da dispensare. Sui mezzi pubblici, treno a parte, i cani non pagano il biglietto, e appena salirete vedrete i volti, fino ad un attimo prima chiusi nei propri pensieri, aprirsi in sorrisi sinceri e calorosi alla vista del cane. Cosa che, come ben sanno i possessori di cani di mezzo mondo, non è proprio così scontata sui mezzi pubblici e nemmeno per strada. Wroclaw è una città in via di espansione, con un’ università all’avanguardia che offre ottimi programmi per l’inserimento dei neolaureati all’interno delle numerose aziende, in particolare del settore informatico ed elettronico, che hanno scelto di stabilire qua alcune filiali importanti. Ed effettivamente è una città giovane, piena di bei locali sul fiume, di servizi e di persone sorridenti. Ecco una cosa che in Polonia abbonda e che qua si dovrebbe recuperare maggiormente: il sorriso.

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Wroclaw, Breslavia

Wroclaw come città degli gnomi, potrete vedere queste figure ad ogni angolo della città, sono in continuo aumento, oggi sono arrivati a 400, e noi ne abbiamo visto solo qualche decina! Perché gli gnomi? Gli gnomi come forma di protesta pacifica. Dagli anni ’80 in avanti, quando ancora la Polonia era sotto controllo sovietico, e quindi ogni manifestazione, riunione, idea era bandita e i cittadini strettamente controllati, questo era il simbolo e il modo di protestare di un gruppo della popolazione di Wroclaw contro il comunismo, un modo che non poteva essere capito dai sovietici e dunque nemmeno combattuto. Oggi gli gnomi continuano ad essere creati e posti in vari punti della città, anche lungo il fiume, come simbolo della città e della sua pacifica protesta contro la mancanza di libertà di quegli anni.

Infine, a tutti gli amanti della birra, dei piatti tipici dei posti in cui si recano in viaggio, di quei luoghi speciali, sperduti e poco frequentati dai turisti, voglio segnalare un ristorante che è anche una brauerei, ovvero una casa di produzione di birra artigianale. Si chiama Gospoda Pod Czarnym Kurem , è parecchio fuori Wroclaw, ma in una zona davvero bella, immersa nel verde, che vale la pena visitare. Qui l’Oder si stacca dalla città e diventa fiume selvaggio, fare una passeggiata lungo le sue rive può riservare molte sorprese, come l’incontro con mucche e caprioli. Ma dicevo, questo ristorante è una chicca, con ottimi piatti polacchi e una selezione di birre eccezionale. L’inglese non è molto diffuso in queste zone fuori città, ma noi abbiamo incontrato qui Michael, un ragazzo davvero gentile e disponibile, che per due sere di seguito ci ha elencato i piatti, con dovizia di particolari, e le birre, descrivendoci sapori e sensazioni. Questi sono quei posti per cui vale la pena viaggiare, sempre. Ecco qualche immagine degli interni e delle birre:

Volevo fare un post dedicato a tutta la Polonia, ma ecco che già ho scritto troppo anche solo per uno dei posti visitati. Dunque, anche la Polonia diventa a puntate, nella prossima vi parlerò di Cracovia.

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Tramonto a Czernica, Polonia

 

Le serie TV vintage su Netflix &co

Avevo già parlato di quell’atmosfera di nostalgia presente sui media ed in particolare sui social network, quel sentimento, o gusto, che ci porta a creare contenuti, a fare meme, video, creare account, e chi più ne ha più ne metta, sui bei tempi andati. Sulle mode, sugli oggetti usati in altre epoche, sui film e telefilm dei decenni passati. Naturalmente, questa tendenza influenza anche pubblicità e marketing, e ha influenzato in particolare negli ultimi tempi la creazione delle serie TV.

Torno dunque a parlare di nuovo del mio amico Netflix, di cui vi ho già parlato qui e qui. E  a quanto pare, non solo Netflix è coinvolto in questa ondata di nostalgia. Quante serie ci sono in questo momento ambientate nei decenni passati? Moltissime. Narcos a parte, che per forza di cose è ambientato negli anni 80-90, visto che parla di avvenimenti di quegli anni, anche altri soggetti vengono comunque affrontati con un’ambientazione vintage. Stranger Things ad esempio, della quale è stata pubblicata la prima serie nel luglio 2016, e che ha ottenuto grande successo di pubblico, è ambientata negli anni ’80. E’ anzi, a tutti gli effetti, un vero e proprio omaggio al cinema di fantascienza degli anni ’80, ma anche ai teen movies degli stessi anni. I suoi simpaticissimi protagonisti, armati di bicicletta, ci ricordano non soltanto i ragazzi di E.T., di Steven Spielberg,  ma anche gli amatissimi Goonies, di Richard Donner.

Così come ci ricordano tutto quel filone americano in cui protagonisti erano i ragazzi, adolescenti, alle prese con mirabolanti avventure, primi baci e musicassette da riavvolgere. Sì, perché la cosa che più mi ha colpita di questo filone filo-ottantanovanta, è l’attenzione per i particolari. Particolari che parlano non solo di un’epoca, ma anche e soprattutto del cinema di un’epoca, un’operazione dunque metacomunicativa: é il cinema – o la serie, come in questo caso- che mette in scena sé stesso. Un’attenzione maniacale e feticista, che mi dà, a buona ragione, un certo brivido nostalgico e godurioso. Un pò come lo studio particolareggiato che fece  Peter Bogdanovich per il suo L’ultimo spettacolo, film del 1971 ma ambientato nei primi anni cinquanta. Bogdanovich, da grande cinefilo qual era, volle che ogni particolare fosse curato, risalendo persino alle sigarette dell’epoca. In Stranger Things e altri film o serie TV di oggi, ritroviamo quindi le musicassette che hanno accompagnato la nostra infanzia o adolescenza, il rito del loro inserimento nello stereo e i tasti Play, Rewind, Eject. Quelle piccole cose che ci sembrano lontane anni luce, e per questo molto affascinanti. Vediamo i telefoni con i fili, le cabine telefoniche, il videoregistratore, le videocassette, le TV a tubo catodico. Siamo quindi di fronte ai media nuovi, moderni, che ci raccontano dei vecchi media. E tutto ciò ci evoca atmosfere così rassicuranti e confortanti. Per non parlare dell’abbigliamento e delle pettinature. I particolari, in questo caso, sono molto curati ed evocativi anche in Narcos, con i maglioni di Pablo. E tutto concorre a creare nuovamente mode, le immagini diventano iconiche e sono diffuse sui social network e, immancabilmente, vendono. Quanti maglioni blu con l’ancora sono stati lanciati sul mercato dopo la messa in onda di Narcos?

Voglio segnalarvi inoltre, sempre a proposito di Stranger Things, il cortometraggio girato con l’attrice protagonista, dal titolo Yes God Yes, ambientato negli anni ’90 e che narra i primi approcci alla masturbazione da parte di una giovane studentessa cattolica alle prese con le primitive, rozze e arcaiche – almeno secondo il nostro occhio di oggi- chat.

Anche in Italia non mancano esempi di interesse per il nostro recente passato, anche se da un punto di vista maggiormente impegnato, e forse meno metacomunicativo poiché non citazioniste rispetto al nostro cinema. Segnalo infatti le serie 1992 e 1993, da un’idea di Stefano Accorsi, ma questa volta in onda su Sky.

Sul genere impegnato, come riflessione sulla Guerra Fredda, a cui comunque non manca avventura e sentimento, una nota di merito va alla serie The Americans, di casa FX Networks, pluripremiata. La serie narra le vicende di due spie del KGB che vivono in incognita a Washington DC negli anni 1980-1984, era reaganiana, e che tramano alle spalle della Casa Bianca. Non è solo l’intreccio ad essere interessante e a tenere sul filo del rasoio puntata dopo puntata, ma anche l’atmosfera paranoica e tesa della Guerra Fredda, della dicotomia tra Oriente ed Occidente, con particolari e ambienti curati fin nei dettagli.

E’ una storia che si ripete, come un loop infinito: al cinema, all’audiovisivo, alle storie da raccontare, piace parlare del passato, ma soprattutto celebrarlo e sognarlo. Intanto, aspettiamo di vedere la seconda serie di Stranger Things.