Donna over trenta, senza figli, luogo Italia. Condanna senza appello

Sei in fila alla cassa della Coop. Hai avuto una giornata di merda, ma non importa, perché ora sei nel pieno della tua vita sociale: la spesa alla Coop. Ti sei presa qualcosa che ti piace, un po’ di birra e gli ingredienti per fare la pizza.  Ti stai rilassando, nonostante il mondo. Non vedi l’ora di arrivare a casa, di buttarti sul divano, di portare fuori il cane, di vedere la prossima puntata di Orange is the new black .Cose così, ma c’è sempre qualcuno nei paraggi pronto a farti capire che ti trova abbastanza inutile. Lei è lì, davanti a te. Spinge il carrello, ma nel frattempo imbraccia cinque bambini di età compresa tra i 2 e i 3 anni -che io mi chiedo sempre- come cazzo ha fatto a partorirli tutti insieme? Oppure un po’ alla volta? E mi metto a calcolare i tempi ma proprio non tornano i conti. Oltre ai bambini imbraccia anche il passeggino e siccome i pannolini non ci stavano tutti dentro il carrello, prende anche  a calci qualche confezione. È incazzata nera, più di me dieci minuti fa, glielo leggi in faccia. Non ce la fa più. Vorresti quasi aiutarla, ma sai che se allungassi le braccia per prendere un bambino a caso, il suddetto bambino scoppierebbe in un pianto a dirotto che manco se avesse visto Belzebù. È magrissima e bellissima, nonostante tutti i bambini, e oltre all’incazzatura ha scritto in faccia anche la dieta e l’esercizio fisico che farà nelle 3 ore che eccedono le 24 dei comuni mortali. Provi empatia, istintiva. D’altra parte, è umana anche nella sua perfezione. Non importa che tu non sia mamma, non importa che tu non faccia una dieta da ottocentocinquant’anni e che pur di non alzarti dal divano preghi il cane che ti porti il telecomando, un po’ di empatia si prova così, a istinto, a meno che tu non sia incazzata col mondo intero. E lei sembra sentire i tuoi pensieri perché si gira come Regan ne L’Esorcista e proprio come lei ti fulmina. Tu sai perfettamente cosa vede quando ti guarda con tutto quell’odio. Si riflette la forma uterina nelle palle dei suoi occhi. Vede un enorme, gigantesco utero vuoto. E vecchio. “Perché si vede che hai 36 anni, eh cara.” Alla sua vista tu non ci sei, sparisci, rimangono solo i tuoi organi riproduttivi inutilizzati e tutti gli ovuli che ogni mese sprechi, senza arredare il tuo utero sfitto. Io lo vedo, tutto quell’odio, e improvvisamente ai suoi occhi mi sento così:

_il-grande-lebowski_tappeto
Drugo ne “Il grande Lebowski”, spero non ci sia bisogno di dire altro

Mi si infilano anche le ciabatte da spiaggia. Insomma, una cazzona senza nè arte nè parte, anche un po’ egoista, che si dedica al divertimento e alla spensieratezza. Sì, perché non importa quale lavoro tu faccia, e non importa neanche che magari negli ultimi anni ti sei fatta un culo così, perché il fatto che tu non abbia bambini significa che non hai niente da fare e che nemmeno ti rendi conto. “No, tu non ti rendi conto”, dicono i loro occhi e a volte anche la loro bocca. “Poi insomma, perché a 36 anni non hai ancora riempito l’utero? Ci dev’essere qualcosa che non va in te. Sicuramente è una scelta, la scelta della cazzoneria in ordine sparso. No, non hai sicuramente problemi fisici, no, non hai sicuramente problemi economici (ti ho vista con la macchina nuova, io ti vedo e ti faccio il 730 in mezzo secondo), non hai nessun cazzo di problema, sei solo estremamente egoista. Ma non lo sai che i figli sono la cosa più bella del mondo? Ah no, che non lo sai: perché tu che non li hai ancora fatti, non hai ancora capito nulla della vita.”

Tra i trenta e i quaranta anni, donna, e senza figli. Queste tre caratteristiche non possono convivere, almeno non in Italia. C’è qualcosa che non va, e loro te lo devono dire in qualche modo, te lo devono far capire che quello che fanno loro è giusto e quello che fai tu è a tratti persino amorale.  Vorrebbero immergerti nell’acqua santa per farti rinsavire. “Non hai ancora compiuto la tua missione, quella per cui sei nata, e probabilmente non lo farai mai. Perché comunque sei parecchio in ritardo, ti sei voluta divertire fino ad adesso e adesso È TARDI. Redimiti, ma fallo subito. Oddio, hai anche un uomo??? E cosa fate ogni giorno? Ma non lo sai che gli uomini servono a quello? Sì, perché da quando ho mio figlio a me di mio marito non me ne frega niente, io sono super mamma che fa tutto da sola e vive per i figli, ma sono anche super perfetta perché mi hanno detto che bisogna essere così. Sì, così mio marito se ne va in giro soddisfatto della sua bella moglie con le unghie laccate, eh va beh poi se non lo degno di uno sguardo pazienza, in fin dei conti io ho i bambini, che cazzo vuole? Io gli ho fatto la prole, io sono bella, io sono la moglie di rappresentanza, adesso non è che posso essere pure carina e affettuosa. Ma tu, tu, non puoi capire cosa vuol dire perché non hai partorito.  Già mi stanno sui coglioni quelle che non hanno partorito con dolore, figurati se puoi starmi simpatica tu, che al massimo hai avuto una colica dopo il tiramisù. Tu, tu, tu, con la tua stupida spesa di patatine fritte e il tuo stupido cane, ti vedo in giro senza figli! A cosa servi??? Tu, tu, tu! Tu… tu… tu….” – Mentre gli sputazzi mi stanno facendo lo shampoo nonostante, in verità, lei stia solo pensando! – e il suo odio mi dà improvvisamente alcune certezze, che sono sempre utili nella vita: ho dimenticato la Nutella, poi c’è un unicorno che sta passando nel parcheggio, devo andare a fotografarlo.

 

 

 

 

 

Netflix e l’apologia del reato 2 – Orange is the new black

Attenzione, presenza di spoiler fino alla quarta serie di Orange is the new black! 

Continuo il mio viaggio attraverso le (adorate) serie originali di Netflix. Dopo aver preso in considerazione Narcos nel primo post su questo argomento, voglio parlare di un’altra serie che ha avuto grandissimo successo, Orange is the new black. Arrivati alla fine della quarta serie, siamo tutti in ansiosa attesa della quinta, che uscirà il 9 Giugno prossimo. Iniziamo dalla fine, la quarta serie ci ha salutati in questo modo:

daya_gun2

Quest’immagine ci spiega molto di questa serie televisiva, che si svolge quasi completamente all’interno delle mura del carcere femminile di Litchfield  e narra le vicende delle sue detenute. La serie è ispirata ad una storia vera, la storia narrata da Piper Kerman nelle sue memorie:  Orange Is The New Black: My Year in a Women’s Prison. Nella prima serie assistiamo all’entrata di Piper (Chapman nella serie TV) all’interno del carcere. Piper appartiene alla middle class bianca americana, e si trova a dover pagare un errore commesso 10 anni prima, aver fatto da corriere della droga per la sua fidanzata dell’epoca, Alex Vause, escursione lesbica e accuratamente insabbiata in seguito, grazie al fidanzato Larry Bloom. Piper pensa di essersi lasciata alle spalle sia la vita da trafficante di droga, sia i gusti sessuali, e sta progettando la sua vita con Larry, quando qualcosa va storto, Alex fa il suo nome e Piper viene condannata ad un anno di carcere. La sua vita cambia, e non solo perché in carcere entra a contatto con realtà diversissime dalla sua, con donne estremamente problematiche e con situazioni da gestire, ma anche perché in carcere incontra nuovamente Alex.

All’interno del carcere si crea un microcosmo, un mondo a parte, un mondo che però può offrire un’alternativa alla strada e che per questo uscirne può spaventare, come dimostra  il personaggio di Taystee che, una volta scontata la pena, decide di farsi beccare di nuovo per tornare dalla sua famiglia all’interno di Litchfield. Le detenute di Litchfield non solo dipingono uno scorcio della situazione sociale e multiculturale americana, con le stesse ricchezze di linguaggio e di contrasti, ma delineano un vero e proprio catalogo delle caratterizzazioni femminili: ognuna di loro ha commesso un reato per un motivo ben preciso, e così ogni puntata offre flashback nel passato di ciascuna detenuta per capire qual è questo motivo. Galina Red Reznikov, cuoca e leader del carcere, è un’immigrata russa che si è trovata a fronteggiare la mafia del suo paese natale una volta giunta negli Stati Uniti,  per tenere a galla il market aperto col marito e ripagare qualche debito dovuto al suo brutto carattere. Red è estremamente materna con le sue protette, non accetta la droga all’interno del carcere, detta legge con detenute e secondini. Nicky Nichols, figlioccia di Red, è una ricca ragazza di New York che ha passato l’infanzia con la baby sitter e non ha mai avuto attenzioni a sufficienza, per questo si droga e spinge sé stessa verso l’autodistruzione. Anche all’interno del carcere, Nicky cerca amore. Taystee è una ragazza di colore senza famiglia, ma molto dotata, che si è trovata in difficoltà nel trovare la sua strada e si è affidata alla trafficante Vee, che le ha assicurato una casa, un pasto caldo e affetto, in cambio di qualche lavoretto. Suzanne “Crazy eyes” Warren è una ragazza di colore adottata da una coppia bianca, con un mondo interiore e un modo di rapportarsi con le persone estremamente bizzarro, infantile, ludico ma a tratti inquietante,  modo di essere che  l’ha portata a trovarsi in situazioni difficilmente spiegabili anche per lei. Suzanne soffre di problemi mentali e probabilmente è sempre rimasta una bambina, la sua storia e il suo cuore suggeriscono allo spettatore che si trovi nel posto sbagliato per poter essere un giorno recuperata e riabilitata all’interno della società. Pennsatucky sembra provenire dal profondo sud bianco degli Stati Uniti, povero, razzista, ignorante, senza possibilità di riscatto, con il grilletto facile. Nel suo passato pochissimo rispetto verso sé stessa e nessun valore dell’essere donna e civilmente esistente, violenze sessuali subite a metà tra un “lasciami fare” ed il sentirsi accettata dagli altri, come le succede anche all’interno del carcere, numerosi aborti e uso smodato di droga, che la portano ed uccidere a sangue freddo l’infermiera della clinica dove si reca quotidianamente per abortire, la cui unica colpa é stata criticare la frequenza dei suoi aborti come sistema contraccettivo. C’è Sophia Burset, che prima era un uomo, e si trova a fronteggiare la discriminazione sia dentro che fuori il carcere. Anche le ragazze latine hanno grande spazio in OITNB, ognuna vittima della povertà, del barrio, della droga, degli uomini, mariti e padri padroni che le costringono a fare figli e a condurre una vita ai margini della società.

1466451898-orange-is-the-new-black-cast-1

La storia di ognuna di queste donne, anche quelle che hanno ucciso e compiuto i crimini più spietati, ci ispira simpatia e comprensione. Ognuna di loro è stata portata a fare determinati gesti dalla peggiore dei colpevoli: la società. E in questa serie tv la società americana entra prepotentemente, seppur restando sempre fuori (dal carcere), perché è per colpa sua che queste donne si trovano dentro, per le sue mancate possibilità, per la sua mancata integrazione, per averle costrette a scegliere una via “alternativa”: il reato. Ma in fondo, anche i secondini e lo staff tutto del carcere, non sono forse vittime della società, dei suoi sistemi selettivi e lucrativi? Uomini soli che si sentono forse un pò “castrati” dal loro ruolo e ricorrono a mogli online, sbiadite copie del macho anni ’80 che affermano la propria mascolinità nel portare la pistola all’interno di un carcere femminile, problemi di alcool o di soldi, problemi ad essere accettati, ricerca di amore o di identità, ognuno di essi condivide lo stesso macro-problema con le detenute: la società americana e il suo non riuscire ad integrare una realtà estremamente sfaccettata e non più catalogabile. Orange is the new black spinge ancora una volta il pubblico, attraverso gli schermi di Netflix, a guardare al reato dall’altra parte, a reinterpretarlo e forse a giustificarlo, a chiedersi se il modello che applichiamo alle colpe non sia obsoleto nei confronti di una realtà che cambia ogni giorno, non solo attraverso le strade, ma anche e soprattutto ora, attraverso la rete. Orange is the new black inserisce al suo interno i devices digitali che diventano strumento di potere e il sentirsi “fuori dal mondo” senza social network.  L’amore ed il genere sono trattati come nel mondo vero, ma si scontrano coi modelli televisivi precedenti e ne escono super vincenti: il genere, la razza, lo status sociale non esistono più se non nella mente di chi ancora discrimina e crea élite chiuse e schematiche. E’ forse la rivoluzione non solo dei modelli con i quali guardiamo la realtà, ma anche dei modelli con cui comunichiamo? Dobbiamo forse applicare criteri diversi, che aggiustino il tiro dove la società si crea e non dove va a finire? Siamo un’epoca di passaggio, il cambiamento siamo noi stessi. Io il cambiamento di vedute lo sento sfrigolare benissimo dentro OITNB, e quello che chiede alla società americana è chiarissimo: comprensione, inclusione, condivisione, flessibilità, aiuto. 

 

Perdonare se stessi

img_5982

Oggi voglio scrivere del perdono. Che tema difficile! Ma attenzione, non si tratta di morale cattolica, ritengo che il perdonare qualcuno sia sempre una scelta molto soggettiva e legata alle situazioni ancora più che alle persone. A volte non perdonare ci dà l’esatta misura con cui possiamo andare avanti e vivere.

Ma c’è qualcuno che nessuno ci ha mai insegnato a perdonare, qualcuno a cui chiediamo sforzi sovrumani e a cui non lasciamo tregua: noi stessi. Perdonare noi stessi diventa, ad un certo punto della vita, un atto dovuto. Un atto di accettazione, ma non di rassegnazione, bensì un’amorevole accettazione che sa di accoglienza di sé, come un caldo abbraccio di qualcuno che ci ama così come siamo.
Sì, questa volta sto scrivendo in modo molto personale, cosa che non mi concedo su questo blog. Ma non mi concedo(evo) molte altre cose che sto imparando invece ad apprezzare.
Negli ultimi anni ho investito tutto il mio tempo libero e molto denaro nel cercare di tornare indietro. Scritta così, sembra che io abbia passato il tempo a farmi lifting e liposuzioni per riavere 20 anni! No, per carità: il mio corpo l’ho accettato da tempo.
Non sono magra e mangio molto, non ho nessuna intenzione di mettermi a dieta, l’idea di affannarmi in palestra mi fa un pò ridere e mi piaccio moltissimo, peraltro.
E’ ad altro che cercavo di porre rimedio.
All’età di 31 anni, quasi 32, mi sono iscritta all’ Università. Più o meno nell’età in cui le mie coetanee, mosse da retaggi culturali o da genuino amore per la famiglia, si interessano ai pannolini.  Non era un “riprendere” gli studi, come capita in certi casi, perché dopo il diploma ero talmente impegnata a diventare grande e a divertirmi, o a diventare grande divertendomi, che non ci ho proprio pensato ad iscrivermi all’ Università. Si trattava di iniziare un percorso nuovo, da capo. Tutti felici, tutti contenti: io a scuola ero brava, senza nessuna fatica.
Non nelle materie scientifiche, ma soprattutto in Lettere, Storia, Lingue e soprattutto nello scrivere, sono sempre stata “brava”. Avevo lasciato perdere quando era il momento, e ora, con almeno 10 anni di ritardo, volevo riprendere da capo.
Naturalmente, scegliere una facoltà umanistica in Italia è un azzardo enorme. E non potevo permettermelo alla mia età. La maggior parte dei giovanissimi sceglie Ingegneria, alcuni perché ci sono davvero portati, altri perché le statistiche dicono che gli Ingegneri trovano più facilmente lavoro, e non gli dò torto. Ma io stacco il cervello non appena si parla di meccanica o matematica o fisica, dunque… La scelta dell’area era abbastanza obbligata. Ma dura. Che cosa avrei fatto con una laurea in Storia o in Lettere alla veneranda età di 35-36 o più anni? Ambire alla carriera in ateneo richiede ulteriori anni di studio e di dedizione completa, oltre che a delinearsi come utopia ormai, viste le difficoltà della ricerca universitaria in Italia anche solo scientifica, figuriamoci umanistica… poi ci sono i conti da pagare, il mutuo, la macchina, la vita.
Avrei potuto fare l’insegnante? Ma chi, io?! Io che non ho nessuna pazienza? E col precariato che c’è in Italia per l’insegnamento? Ma per favore: avrebbe significato fare qualcosa che non amo e sacrificare molti altri anni prima di avere un posto.
Allora ho scelto una facoltà che potesse avere qualche applicazione  pratica e magari un (lontano) aggancio con quello per cui lavoro. Ho scelto Comunicazione.
Fin da subito però, ho capito che del Marketing non è che mi interessasse poi tantissimo. E’ nato invece un amore per la Semiotica. Ah, che amore! E’ stata dura all’inizio, ma poi, col primo 30, ho capito che avevo intrapreso la strada giusta. “Brava, bravissima!” tutti a lodarmi. Grazie, grazie.
Ma di nuovo incontriamo un nodo, in questa storia: si tratta sempre di un interesse accademico, dunque significava di nuovo scostarsi da una strada più “semplice” e meno percorribile in pratica, per sceglierne una irta e in salita. Ma in fondo, cos’avevo da perdere? Nulla, perché nonostate gli anni passassero e continuassi a mietere successi universitari, e m’interessassi parallelamente anche a Marketing e Web (corsi SEO e bla bla bla).. a nessuno interessava il mio profilo, e perché mai avrebbe dovuto? Ci sono orde di ragazze e ragazzi che escono della mia facoltà, hanno l’età dalla loro, la freschezza e nessuna esperienza. Già, vero, nessuna esperienza: io ce l’ho invece. Dovrebbe essere un plus? No, perché ecco, appunto: io un lavoro ce l’ho, pagato, e dunque non posso accettare stage malpagati o non pagati, e non sono disponibile subito. Ma poi, come si pensa spesso in Italia, una persona già “navigata” nel mondo del lavoro, crea sempre più grattacapi di una giovane e senza precedenti esperienze. Senza considerare il fattore donna con più di trent’anni (=gravidanza), e qui mi ricollego al mitico #FertilityDay .
In realtà, anche se avessi accettato di regredire e accettare stage malpagati o sottopagati o non pagati affatto, cosa a cui ho pensato seriamente e con umiltà, non c’è stato nessuno che me lo abbia anche solo lontanamente paventato, in questi anni. E dire che di curriculum ho riempito internet e non solo. Proprio così, ho pensato anche a questo, a lasciare un lavoro pagato decentemente e sicuro (per come può essere sicuro un posto di lavoro oggi) per buttarmi a capofitto in un altro settore e riniziare da capo. Avrei accettato stage, rimborsi spese miseri, qualsiasi cosa, pur di approdare verso un lavoro più stimolante, qualcosa che avesse attinenza con gli studi che stavo facendo, che mi permettesse di utilizzare la mia creatività. Ma queste erano più o meno le possibilità lavorative che si delineavano ogni qualvolta che rispondevo ad un annuncio o inviavo candidature spontanee:
tumbleweed_rolling
Ecco che mentre cambiare lavoro diventava sempre più impossibile, quel SE ha iniziato a cadere come la goccia che scalfisce la pietra… Se avessi fatto prima, se avessi deciso… “ Quelle frasi che distruggono la serenità.
Ma ahimè, indietro non si torna.
E nel frattempo, molte cose erano cambiate dai tempi in cui io andavo a scuola, anche se in fondo sono passati solo 10 anni. Solo?? Sembra un secolo.
Innanzitutto, sono cambiata io. Essere catapultata nel mondo del lavoro molto giovane ti impone un ritmo di vita che in ambito universitario è sconosciuto. Soprattutto per chi si ritrova a lavorare nel frenetico mondo del commerciale, come me. Tutto dev’essere istantaneo e super efficiente. Ed io i tempi dilatatissimi dell’Università proprio non riesco a farli miei.
Mi sono rotta in due, o anche più, in questi anni: c’era il lavoro, da portare avanti con sempre la stessa dedizione, lo stesso impegno e responsabilità crescenti, c’era la casa, c’era mio marito, e c’era lo studio. Un mondo completamente diverso dal mio lavoro, dove gli studenti parlano di sveglie a mezzogiorno e i professori non sono tanto più mattinieri. Dove per rispondere ad una mail ci vogliono settimane e dove si parte dal presupposto che lo studente sia cazzone perché… In fondo lo è. E magari fa anche bene, alla sua età.
Non si possono fare differenze, tra gli studenti, tra chi si rimette a studiare dopo anni e anni ed è davvero serio quando studia e si impegna con DISPERAZIONE, per tentare di cambiare la propria carriera, la propria vita, e tutti gli altri che scelgono distrattamente e puntano al pezzo di carta, non si può seguire qualcuno con particolare attenzione. D’altra parte, come si conquista quest’attenzione, come si fa a farsi vedere, a farsi riconoscere quando devi passare le tue giornate in ufficio e fai fatica a prendere permessi per fare un esame? Si, ottimo esame, certo. Ma sei sempre in mezzo a tutti gli altri (cazzoni). Ed è giusto così, alla fine.
Ho passato i miei week end sui libri, il mio prezioso tempo libero. Sperando in qualche modo di essere speciale. Sperando di dire finalmente, vittoriosa: Ah si, mi sono proprio sbagliata a non continuare gli studi, ma ora ho azzerato tutto e ripartiamo da capo! Ora anche io ho una carriera soddisfacente, ora sono riconosciuta per quello che valgo.
Mi sono mangiata il fegato per questo, continuavo a martoriare la mia anima non riuscendo a PERDONARMI. Chissà che rompicoglioni sono stata.
Ero un treno in corsa contro un muro.
Poi ho incontrato il muro, finalmente. SBAM! Ho passato circa 3 mesi sull’ ESAME. Eh si, perché io sono sempre stata un piccolo genio in Storia, adoro la Storia. E dunque al terzo anno ho scelto Storia Contemporanea, un malloppo mostruoso di più di 1500 pagine che io avrei dovuto studiare nei week end di maggio giugno e luglio.
Si, signori, l’ho fatto veramente. Mi sono presentata all’esame col colorito verde di chi non mangia e sta nascosto nelle tenebre, ma ce l’ho fatta. E ce l’ho fatta un cazzo, perdonate il francesismo, perché ho preso un 23 che ha suonato nella mia testa come una mazza da baseball. Sono uscita piangendo e ho pianto tutto il giorno. Ho girato Bologna piangendo e ho parlato con le persone piangendo, spiegando, singhiozzando, ai turisti che mi chiedevano le vie. Era come se vedessi nello studio un riconoscimento personale, una rivincita sulla vita. Allora lì ho capito che ero patetica e che mi stavo rovinando una vita meravigliosa.
E poi sono risalita. STI CAZZI. Un sonoro STI CAZZI. Si, sti cazzi se non ho preso 30, quell’esame non doveva giudicare la mia persona. Quell’esame è stato straordinariamente duro ed interessante ma non cambia la mia vita. Nè la laurea la cambierà, nè un cambio di carriera la cambierà. Io SONO QUESTA, non posso continuare a rovinare la mia vita e ad indossare cilici sull’anima perché non ho fatto questo e non sono diventata quello.
STI GRAN CAZZI. Ho 35 anni, ormai 36. Sono dotata di autoironia e mi piace ridere di me stessa. Ho un marito meraviglioso che a differenza di me di lauree ne ha prese 2 e fa un lavoro che fino a poco tempo fa avrei definito invidiabile e sicuramente lo è, ma lui è lui, e io sono io. Sicuramente ho anche cercato di essere alla sua altezza, in tutto ciò, e non perché lui me lo richiedesse, ma perché sono i retaggi culturali che spesso impongono a noi donne di non sentirsi mai abbastanza e di dover dare e dimostrare sempre di più.  E parlo di noi donne, seppur non mi piaccia farne una questione di genere,  perché gli uomini sono innegabilmente molto più rilassati di noi in questo. Perciò, ho pensato,se lui mi ha scelta quando non avevo né arte né parte, qualcosa di bello in me avrà trovato, no? Se quando mi ha chiesto cosa mi aspettassi dal futuro, il mio pensiero più futuristico era mangiare il gelato di lì a 10 minuti, forse il mio modo di pensare gli sarà piaciuto, no?
Ognuno di noi ha la propria strada, ed io ho la mia. Forse la mia strada è quella di adottare altri cani come la mia amatissima Nerotta, e non quella di avere bambini. Ah dimenticavo, perchè mi fustigavo anche per questo.
Forse la mia strada è quella di stirare la domenica pomeriggio mentre guardo “Il mio grosso grasso matrimonio Gipsy” e non mi vergogno, no! Non mi vergogno, guardo quello che mi pare.
Forse la mia strada è morire  dentro un ufficio, oppure finire a dipingere quadri in una capanna in Bretagna, che ne so. Io sono aperta a tutto. E comunque ho una gran voglia di dipingere e non vedo l’ora di laurearmi per dedicare i fine settimana a dipingere.
Nella mia strada ci sono ancora tanti libri, tutti quelli che non ho letto in questi anni, mentre studiavo, e si sono impilati sul mio comodino. Nella mia strada ci sono i tortellini che voglio fare per Natale, e qualche bel viaggio intorno al mondo che ancora voglio concedermi. Ma soprattutto voglio essere come loro:
amici-miei-e1439398104959
E vivere leggermente, con gioia e grazia, e andare a mettere in sicurezza le torri se proprio devo fare qualcosa.
Io sono questa, mi sono perdonata, mi sono ripresa per mano e mi sono detta: vai bene così.
Ci insegnano che dobbiamo credere nei sogni, che dobbiamo lottare per farli diventare realtà. E’ vero, guai se non fosse così. Ma ci sono i momenti giusti, e ci sono le modalità giuste. Ma soprattutto, ci sono le persone, che sono quelle che sono anche in base a ciò che hanno vissuto. Si, signori, io non sono una giornalista e non lo sarò mai, neanche una scrittrice. Non sono niente di niente e nella mia “nientezza” molto gioiosa, leggera e scalza oggi vi saluto, ho un sacco di niente da fare. Lascio che siano i giovani a trovare un lavoro, lascio che siate voi a fare carriera, che facciate grandi cose.
La mia anima è vagabonda e prosegue diritta per la sua strada come un personaggio di Mark Twain che si arrampica sugli alberi.