Ucciso perché felice

È naturale, davanti a un’ammissione di questo tipo, reagire con i sentimenti più irrazionali e rabbiosi: «L’ho ucciso perché aveva un’aria felice».

Questa la notizia esplosa ieri sui media e, manco a dirlo, sui social network. Non si sapeva nulla, fino a ieri, del killer dei Murazzi a Torino. Stefano Leo era stato ucciso il 23 febbraio scorso mentre si recava al lavoro. Il movente? Sconosciuto fino a ieri, e viene da chiedersi se forse non sarebbe stato meglio ignorarlo. Said Machaouat si è consegnato ai carabinieri perché quelle voci che lo avevano guidato il 23 febbraio scorso erano tornate a farsi sentire, così dice.

Voleva uccidere un ragazzo della sua età, togliergli tutto. Ha scelto Stefano perché sorrideva, quella mattina, mentre camminava lungo i Murazzi recandosi al lavoro. Questo “movente”, così semplice e inaccettabile, scatena in ciascuno di noi una rabbia convulsa. Scatena i peggiori sentimenti, esattamente com’è irrazionale, ingiusto e bestiale uccidere qualcuno perché sembra felice. E questi sentimenti trovano terreno fertile dove il veleno viene sparso ogni giorno in abbondanza: le arene dei media e dei social.

Già a questo link avevo parlato di gogne mediatiche e di quali sentimenti vadano generandosi in rete.

Chiamare dunque in causa la razza, in questa vicenda dolorosa, è la strada più facile. Vedo fiorire, sulla home di Facebook, i commenti più disparati “Voleva uccidere un italiano felice, fino a quando dovremo sopportare?” La causa, a leggere i social, non pare essere una mente malata nutrita dal clima di odio e, in particolare, da quell’invidia sociale che sta uccidendo il nostro paese, non importa a quale razza appartenga.

No, la causa pare essere l’origine dell’assassino. Non importa che fosse cresciuto in Italia, dove si mangia pane e odio, l’unica cosa che conta è che fosse nato in Marocco. A dirla tutta, se anche fosse nato in Italia da genitori marocchini, non sarebbe cambiato poi nulla. Non sarebbe comunque considerato italiano.

Fare una riflessione di questo tipo e mettersi tutti una mano sulla coscienza, chiedendoci quale società stiamo costruendo, è molto difficile, forse anche comprensibile davanti a certe notizie. Credo sia uno sforzo, tuttavia, che ciascuno di noi debba compiere una volta smaltita la rabbia che una tale ammissione genera per la sua agghiacciante semplicità. L’assassino è un uomo con gravi problemi di mente, che uccide un ragazzo innocente perché gli appare felice.

Leggo ogni giorno di comportamenti meno gravi, ma ugualmente disprezzanti della felicità altrui. Commenti, battute, frecciate di ogni tipo. Dispetti infantili, irrispettosi degli altri e della loro proprietà.

E poi l’odio, l’invidia, la debolezza prendono vie più gravi e delittuose all’interno di menti malate. In fondo, uccidere una donna (solo ieri ne sono state uccise due, una a Enna e una Nuoro, ma se partiamo solo dall’inizio del 2019 la lista è molto più lunga) perché non si può accettare che possa essere felice con qualcun altro, non appartiene forse alla stessa matrice d’odio, radicata e insidiosa?

O forse no, perché si tratta di italiani? Temo, purtroppo, che l’odio non abbia razza. Così come la morte.

Noi siamo sempre sotto il cielo con un cane amico

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Nell’oscurità della notte tiepida

Una bocca umida e pelosa si strofina sulle mie dita

Non è un risveglio brusco, è affetto umido che bussa timido

I lati lunghi del suo muso si strofinano contro la mia mano addormentata

I lembi molli delle sue labbra si sollevano così che i denti affilatissimi passino sulle dita

È il suo modo per svegliarmi e dirmi che vuole che gratti la sua testa e il suo collo morbidi

È il suo modo per dirmi che mi vuol bene e che insieme dormiamo

In un rito ancestrale, accucciati nello stesso giaciglio a protezione delle tenebre

Sotto lo stesso cielo stellato e freddo che sovrastava uomini e cani molto più antichi

Non ci sono parole necessarie tra noi e non c’è momento:

Il tempo non ci appartiene

Noi siamo sempre sotto il cielo con un cane amico.

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La mia guerriglia gentile

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I suoi occhi sono grandi e lucidi e un po’ impauriti. La parte bianca dell’occhio, la sclera, è scura e screziata di venuzze rosse. È un ragazzo vestito bene, ha una felpa pulita e dei jeans non consumati né calati al di sotto del bacino. Stringe in mano il portafoglio e me lo porge. Con questo gesto disarmante vuole dirmi che non intende rapinarmi né chiedermi dei soldi. I suoi occhi impauriti e preoccupati mi raccontano che la pelle scura necessita di quest’assicurazione preventiva. Forse in passato l’aiuto che sta gentilmente chiedendo a me gli è stato rifiutato per paura. Mi chiede aiuto per fare il biglietto del treno.

È una stazione piccola e quasi mai affollata. Ci sono solo le macchine automatiche per fare il biglietto, la biglietteria è stata soppressa. Le macchine automatiche non sono sempre così intuitive: dicono che puoi scegliere la tua lingua, ma in realtà devi essere anche più che a tuo agio con la tecnologia e insistere particolarmente con le dita sullo schermo, tanto che a volte a me pare una lotta. Ci sono tanti treni che si fermano, tante persone che scendono e salgono. Ma, a parte questi momenti fugaci, la stazione è per lo più vuota e qualcuno dorme accucciato nell’ultimo binario, il quarto.

I viaggiatori che attendono hanno paura (sì, è una storia di paura), si guardano intorno preoccupati. Io mi chiedo perché. Io mi sento una stoica, un Buster Keaton che continua a fare capriole e cade. Un pò stupida, forse, ma continuo con la mia guerriglia gentile. Sì, io mi sento una guerrigliera col mio sorriso di protesta. Sorrido anche agli anziani che si spostano, in treno, e mugugnano perché anche io faccio loro paura, forse sono troppo colorata. Tiè, beccati sta pallottola di sorriso.

Non tocco il suo portafoglio e mi avvicino alla macchinetta. Lui mi spiega che deve andare a Bologna e in quali orari vorrebbe andare e tornare. Io acquisto il biglietto per lui e cerco di spiegargli tutti i numerosi passaggi che faccio, voglio essere sicura che capisca, voglio che se la cavi da solo la prossima volta. Lui mi guarda un pò sorpreso ma mi segue. Poi paga e raccoglie il suo resto. Mi accerto che sappia di dover obliterare il biglietto di ritorno solo prima di salire sul treno e non subito. Mi ringrazia e vola via. Io gli sorrido e penso che è l’unico volto umano in stazione, questa mattina.

Mi giro. Dietro di me c’è una mamma con lunghe treccine nere e un neonato fasciato a sé con un telo colorato. Stringe tra le mani il suo portamonete e me lo porge. Accanto a lei c’è una signora anziana con i capelli bianchi e la borsa stretta a sé, stringe tra le mani il suo portamonete e me lo porge.

Penso che ci sia bisogno di più guerriglieri gentili.

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Perché scrivo

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Scrivere è il verbo che ha contraddistinto in maniera preponderante gli ultimi dieci mesi della mia vita. Forse dovrei dire tutta la mia vita, ma qualcosa di significativo è accaduto quest’anno e mi ha permesso di evolvere in una nuova direzione.

Tu che mi stai leggendo, hai mai pensato a quale verbo corrisponde il tuo fare?

Io sì.

E non scelgo il verbo scrivere solo per il titolo del mio primo romanzo Scrivi, pubblicato proprio quest’anno da Geeko Editor. Il titolo di qualsiasi testo è già parte integrante di esso e ne descrive la natura; ne dà un assaggio importante e lo segnerà per sempre. Questo titolo, in particolare, è stato uno starter per me. Scrivi! Mi sono detta. E Scrivi è la risposta del mio romanzo. Ogni storia pone una domanda. La risposta si trova, di solito, alla fine. In questo romanzo, io fornisco la risposta in copertina, e poi racconto come: come la vita ti mette alla prova e viene a bussare alla tua porta. Sta a noi trovare quella risposta. Quella giusta.

Si devono fare delle scelte, e spesso anche delle rinunce, per intraprendere strade difficili, tortuose, che però rispecchino il nostro fare. Non c’è nessuna strada facile, e lasciare la propria comfort zone comporta fatica. Sono stata felice di lasciare il mio lavoro e dedicarmi alla scrittura, come ho scritto qua. Ma non sono andata in vacanza per fare ciò che amo: questo ha significato e significa impegno e studio costante per raggiungere risultati, quei risultati che vedo arrivare ogni giorno, piano piano, ma che sono ancora lontani dal mio obiettivo. Tuttavia, il mio obiettivo non è un punto morto, un punto finale, ma un fluido divenire, come le parole di un racconto. Dunque, in questo mondo ammorbato da odio e invidia sociale, pensate prima di sparare: ogni conquista si ottiene attraverso l’impegno. Ci si può mai realmente dire arrivati? Io credo di no, e credo, anzi, che studiare costantemente sia una condizione necessaria per ogni strada che si sceglie, non solo la mia, che per definizione richiede di stare sui libri continuamente. Ho dovuto imparare ad accettare le critiche, soprattutto perché mi portano del buono e mi aiutano a capire, ho dovuto imparare a rileggermi e a modificare tutto, una volta stesa la sfoglia: rimpastare daccapo, perché alla millesima stesura sarà una meraviglia. Anche se ora appare informe. Ho dovuto apprendere la pazienza e infine la costanza. Ho imparato, e lo imparo ogni giorno, a bussare alle porte per vendere le mie storie anche se a volte è imbarazzante e a credere in me stessa. Su dieci che se ne chiudono, ce n’è almeno una che si apre. Ma bisogna insistere, avere la testa d’ariete e se necessario sfondarle, quelle porte.

Dunque perché io Scrivo? Scrivo perché devo raccontare delle storie. Non solo ho da raccontare le mie storie, ma ci sono altre migliaia di storie che riguardano ognuno di voi e io sento di doverle raccontare.

Perché è attraverso il racconto che l’uomo vive e costruisce la sua narrazione ogni giorno della sua vita.

Scrivo perché le parole scorrono nelle vene del mio corpo al posto del sangue. Scrivo perché mi si strappa il cuore se ci penso, e la passione brucia il mio essere: scrivo perché non so fare niente altro a questo mondo e nient’altro voglio fare.

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L’isola bianca

Beautiful classic view of Santorini Greece with flowers

Un fascio d’intensa luce entra nella stanza e colpisce le sue palpebre, costringendole ad aprirsi. Come spesso accade, per una frazione d’istante si chiede dove si trovi, andando a cercare nella memoria tutte le stanze in cui ha dormito nella sua vita, sovrapponendo la loro immagine e la disposizione dei loro mobili all’immagine che si trova davanti in questo momento, come uno stencil. Infine la mente si sveglia e risponde allo stimolo della luce, riconoscendo la sua attuale stanza. Sa che deve alzarsi e si chiede se la sveglia abbia suonato. Tutto intorno a lei diventa a poco a poco familiare. La lunga tenda bianca che accarezza il pavimento non ha coperto completamente le grandi finestre, così che la luce è riuscita a entrare attraverso un minuscolo buchino della serranda non del tutto chiusa, portando con sé pulviscolo di sole.

Lunghi capelli finissimi, alcuni bianchi e alcuni biondo miele di castagno, disegnano arzigogoli sul lindo cuscino. Alcune goccioline di sudore imperlano la fronte, arricciando gli ancor più sottili capelli intorno alle tempie.

Scosta il bianco lenzuolo, profumato di detersivo. Appoggia i piedi spigolosi sul morbido tappeto bianco, portandosi a sedere sul letto. Una farfalla dorata sta dormendo sull’anta dell’armadio, ma lei non la vede. La farfalla muove impercettibilmente le piccole ali e nuova polvere di luce si diffonde attorno a lei.

La donna si alza e lentamente si avvia nel corridoio.

Appena entra in cucina, una voce quasi metallica, eppure calda, irrompe da una noce (o almeno a lei sembra una noce) all’interno del cesto della frutta. «Buongiorno Giulia. Ti stavamo aspettando. Il caffè è già caldo nella caffettiera. Vestiti, e poi esci, sarà una lunga giornata». Giulia si strofina gli occhi assonnati guardando la noce, non è stupita dalla voce, ma dalla noce. “Io non ho mai avuto un cesto della frutta”, pensa, cercando di ricordare come può essere finito nella sua cucina. Improvvisamente, un’altra sensazione di familiarità l’avvolge. Si tratta di tecnologia, e lei è abituata alle nuove tecnologie.

Si versa il caffè in una tazza, e si avvicina all’enorme finestra della sua sala. La meraviglia l’accoglie, “Come ogni mattina”, pensa. I bianchissimi tetti sotto di lei scendono gradualmente in direzione della distesa color crisopale. All’orizzonte, alcune vele stanno solcando la superficie increspata da un vento gentile. Lo stesso vento apre una finestra socchiusa nella stanza, muovendo con una carezza le tende, e spingendo delicatamente Giulia sul balconcino adorno di bouganville coloratissime. I fiori le appaiono improvvisamente come una presenza viva, come se stessero lì a guardarla. Li accarezza e si perde per un attimo nell’intenso fucsia dei petali, che contrasta col bianco luminescente delle pareti e delle strade, tutto intorno. Le pupille si fanno piccole piccole, aggredite da tanta luce. Giulia respira a pieni polmoni e annusa nell’aria un intenso profumo di erba appena tagliata e rondelle di banane spolverate di zucchero, come quelle che le preparava la nonna da bambina. “È ora di uscire”, si sorprende a pensare, come se qualcuno glielo avesse suggerito.

Si veste e si avvia alla porta. La strada all’esterno, anch’essa bianca, alza una sottile polvere che aleggia a pochi centimetri da terra, e quasi inghiotte i piedi. La via irregolare sembra vuota. Giulia istintivamente si avvia alla sua sinistra, nella direzione del luogo in cui lavora, dove si reca tutti i giorni da molti anni. Ma questa mattina qualcosa manca sulla sua strada, anche se non saprebbe dire cosa con certezza. O forse c’è qualcosa in più. A ogni porta sulla via, un alberello di magnolia cresce rigoglioso. Le loro fronde sono in fiore, i bianchi fiori bordati di rosa sono tutti aperti e ogni fronda pare toccare l’altra, trasformando la via in un corridoio di impalpabili nuvole di fiori di magnolia, i cui contorni si confondono nel bianco calce delle mura. Giulia guarda stupita sopra la sua testa, come per la noce e per la stanza, ma quel leggero stupore che le fa per un attimo girare la testa è prontamente sostituito dalla sensazione calda e piacevole di aver già visto tutto questo, ogni giorno della sua vita.

Giulia si sente quasi felice “Che bello riuscire a guardare le cose sempre con lo sguardo meravigliato della prima volta”.

Una vecchia signora vestita di nero, è seduta su un gradino poco più avanti.

Giulia non si era accorta di lei, ed è strano, perché la signora è uno squarcio di nero nel bianco candido. Ma probabilmente era troppo occupata ad ammirare i fiori.

«Buongiorno Giulia» le dice la signora. Ha un fazzoletto nero a coprirle il capo, pelle rugosa, incartapecorita dal tempo, dal vento e dal sole. Gli occhi, pepite azzurre luminose come bagliori nella notte, sono giovani. È come se i suoi occhi fossero appena nati, tondi e aperti al mondo come quelli di un neonato. Il viso è però antico come l‘origine del mondo. Il suo sguardo è dolce e rassicurante, avvolgente, conosce Giulia da una vita.

«Buongiorno signora» le risponde Giulia di rimando, sorprendendosi nel sederle accanto sullo stretto gradino di pietra.

«Ti stavo aspettando» le dice la signora, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

«Anche lei??» ride Giulia, ricordandosi della noce parlante. «Devo aver dormito per moltissimo tempo» e ride ancora, buttando la testa all’indietro e scoprendo i denti, con la piccola fessura al centro.

La signora non risponde e Giulia continua «Anche la mia noce questa mattina mi ha detto che mi stavano aspettando. Beh, non una noce vera, è uno di quei dispositivi nuovissimi che si mettono in cucina, sa… Ti prepara il caffè e ti dà il buongiorno»

«Certo, tutti ti stavamo aspettando – sorride la signora- Ma io un po’ di più. Giulia, hai ancora della strada da fare, devi andare».

«Sì, per arrivare al lavoro devo ancora camminare un po’ e temo di essere in ritardo… perciò è bene che io prosegua» e si alza, baldanzosa.

«Sì, quello che succederà oggi è quasi un lavoro, un lavoro molto importante, ma non quello che ti aspetti. Si tratta di riconoscere la tua condizione. Alcuni ci mettono un secondo, altri giorni interi, altri anni. Prendi questo…»

La signora si alza faticosamente e dall’albero sopra la sua testa stacca un rametto di magnolia, dove alcuni fiori sono ancora attaccati.

«Grazie…» sussurra spaesata Giulia.

«Portalo con te, per tutta la giornata. Quando l’ultimo petalo sarà caduto, saprai»

«Che cosa saprò?»

«Non adesso, quando è il momento.»

Giulia prosegue il cammino, interrogativa. “La vecchia deve essere un po’ andata…” pensa.

Il mare all’orizzonte, sopra i tetti bianchi, luccica. Giulia scende nella sua direzione. Improvvisamente, un languore infantile prende il suo stomaco. Come da bambina, quando i nonni la portavano al mare, e quando arrivavano in prossimità, lei vedeva oltre le strade, tra gli edifici, quella strisciolina azzurra luccicante e iniziava a fremere per arrivare in spiaggia. La nonna! Come le manca la sua nonna, e cosa darebbe per vederla ancora una sola volta. Molto tempo è passato dalla sua morte, molte cose sono successe da allora.

Un velo grigio copre per un attimo gli occhi di Giulia, pensieri di morte e dolore girano nella sua mente, pensieri che vengono spazzati via improvvisamente da una mano di fronte ai suoi occhi. Una mano che, come a voler togliere il velo grigio, solleva qualcosa d’invisibile e lo fa volare verso il cielo blu. Giulia si riscuote e indietreggia.

La mano appartiene a un uomo con una lunga barba bianca. Nell’altra mano regge un secchio, all’interno alcuni attrezzi per la pesca, tra cui una rete verde tutta aggrovigliata. Sul capo porta un cappellaccio di paglia, per difendersi dal feroce sole al largo della costa. Calza ciabatte di vecchissima pelle, ci si domanda quale pelle sia più vecchia e usurata, se quella del vecchio o quella delle ciabatte. Una canotta bucata a coprire il busto, mentre due forti braccia, colorate dal sole, sono infilate in una camicia aperta e logora anch’essa. Porta pantaloni di tela bianca, e guarda Giulia con un’espressione preoccupata, come se stesse aspettando che lo riconosca, che si risvegli dal coma.

«Giulia, sei pronta?» la apostrofa perplesso.

Giulia, ancor più sorpresa, si chiede di cosa stia parlando e come abbia fatto a trovarselo di fronte all’improvviso.

«Per cosa, mi scusi?»

«Dobbiamo andare, presto.»

«Io e lei??»

«Sì, presto. Dobbiamo andare a pesca.»

Giulia scoppia a ridere.

«Credo si stia sbagliando» dice sorridendo, mantenendo la sua innata gentilezza, quasi rincuorata e intenerita dall’aria fragile e confusa del vecchio «Io sto andando al lavoro. Forse lei stava aspettando qualcun altro».

“Eppure sa il mio nome”, pensa Giulia, di nuovo frastornata.

Il vecchio non sembra affatto darsi per vinta. Afferra la mano di Giulia, la quale si stupisce per la morbidezza di quella vecchia mano, e la tira dolcemente, guidandola nella sua direzione. Il gesto non è invadente, Giulia non si ritira.

«Giulia, non c’è nessun lavoro verso cui andare. Ora è tempo per te di salpare. Devi chiudere alcune questioni importanti, prima di prendere il volo»

«Ah! Dovrei anche volare oggi? Mi faccia capire, devo andare a pesca e poi prendere un volo?» è divertita, e si lascia trascinare lungo la discesa, il porto è ormai vicino.

«Non c’è alcun bisogno che tu ti rivolga a me dandomi del lei, mi chiamo Federico»

Un brivido corre lungo la schiena di Giulia e il sorriso le muore sulla bocca.

Federico era il nome di suo figlio, scomparso quando aveva solo pochi anni. Oggi Federico avrebbe dieci anni e sarebbe un bambino bellissimo.

Il vecchio Federico la guida verso il porto, lungo la banchina di pietra.

Numerose barche sono placidamente adagiate sull’acqua, legate alla banchina tramite vecchie funi molto grosse. Giulia si ritrova a osservare con stupore il fondo del mare nero, oltre uno strato di acqua trasparente e calma.

Un fondo nero come la pece, nero come ebano invecchiato, nero come carbone sul foglio ruvido di carta bianca, eppure invitante, ipnotico. Federico la porta verso una barca in particolare, una barca a cui è legato un fazzoletto bianco. Una volta giunto davanti, con destrezza scioglie le funi e sale sopra la barca, aiutando poi Giulia a salirvi a sua volta. Una volta salita, un turbine di emozioni la pervade. Sente che dovrebbe andare al lavoro, eppure sente anche che deve seguire il vecchio. Si sente confusa, all’improvviso, in bilico tra la sensazione di familiarità che la avvolgeva fino a poco fa e un’altra sensazione, di assoluta sorpresa e presa di coscienza, come se tutto ciò che sta vedendo questa mattina è nuovo, o forse troppo antico per essere compreso. Guarda verso il mare Giulia, e si chiede cosa ne sarà di lei, e di tutte le certezze costruite faticosamente in questi anni. Fino a poco fa, questa mattina, pareva non pensarci più. Tutto sembrava scorrere nel solito modo, quel modo che si era costruita per non soffrire più. Le abitudini, gli interessi, il lavoro. L’amore per la vita, nonostante tutto il dolore che l’aveva accompagnata. Giulia riusciva ancora a sorridere, dando amore al prossimo per lenire le ferite. Questa mattina, un cambiamento di percorso le ha fatto tornare in mente la fatica fatta per costruire un mondo dove il dolore fosse spinto fuori.

Dalle viscere del suo essere un’altra sensazione si fa strada, come se tutto ciò non fosse reale. A questo pensiero, un’alta onda solleva la barchetta con uno scossone, e poi la riporta giù, verso acque più calme.

«Non farti domande, Giulia, ora devi lasciare fare a me, devi fare quello che io ti dico. E, se lo farai, tutto andrà bene» dice Federico, intuendo i suoi pensieri.

Giulia si scopre con gli occhi gonfi di lacrime e, piena di paura e confusione, stringe la mano del vecchio che sta remando. Nell’altra mano, improvvisamente, si ricorda il rametto di magnolia che le ha donato la vecchia e lo guarda, mancano molti petali che prima c’erano. Guarda dietro di loro, oltre la barca, sulla superficie del mare, e vede i petali che galleggiano, trasportati dalle onde, andati per sempre.

Il vecchio rema per un tempo che pare essere infinito. Alcune gentili creature si avvicinano alla barca, delfini e gabbiani, ognuno di essi appoggia con delicatezza il muso, o le piccole zampe filiformi, sul bordo della barca e attende una carezza dal vecchio. Giulia ha la sensazione che lui stia comunicando con loro attraverso una lingua per lei sconosciuta.

In mare aperto, dove pare non esserci nulla se non acqua e cielo, il vecchio si ferma. Con estrema lentezza, prepara la sua rete. Scioglie ogni groviglio con calma, con le nodose dita cotte dal sole, poi getta la rete in mare.

La rete scompare, inghiottita dalle onde. Poi il vecchio si siede e prepara la sua pipa, sbriciolandovi dentro foglie di tabacco viola. Una volta pronta, accende la pipa e aspira una gran boccata, per poi soffiare un’enorme nuvola di fumo azzurrognolo verso Giulia.

Il profumo di rosa della nuvola di fumo la distoglie da pensieri dolorosi.

«È arrivato il momento, Giulia. Buttati in acqua.»

«Cosa?!» grida Giulia, risvegliata dal torpore «Perché? Cosa dovrei fare in acqua?»

«Temo che, a questo punto, tu non abbia altra scelta, e comunque non si tratta di qualcosa che puoi capire prima di farlo. Devi farlo e basta. Io ti aspetterò qua. Devi avere fiducia, Giulia, la stessa fiducia che hai messo nella vita, anche se è stata devastata in più momenti. Come quando hai perso il tuo bambino, ti ricordi Giulia?»

Giulia ammutolisce, segue le parole e le nuvole di fumo del vecchio.

«Proprio come allora, quando, nonostante il dolore, hai deciso di avere fiducia nella vita. Ancora un po’, ti sei detta, ancora un po’ di fiducia. Ora mi metto qua, hai pensato, mi chiudo nella mia vita, nelle mie cose, e non farò passare più nessun dolore. Sorriderò ogni mattina alle persone che incontro, e ogni sera mi ritirerò sola nel mio letto, sognando il mio bambino. È così che hai pensato, vero Giulia? E’ così che ti sei salvata, andando avanti un altro po’, un giorno ancora, e poi un altro… Beh, adesso è arrivato il tuo momento. Adesso puoi essere ricompensata per tutti i sorrisi che hai dispensato nonostante la morte che avevi dentro. Perché tu hai capito una cosa fondamentale, hai capito quella soave gentilezza che salva il mondo.»

Dalle profondità del mare, un azzurro delfino compare, appoggia il muso di nuovo all’imbarcazione e fa piccoli fischi di incoraggiamento verso Giulia, invitandola in acqua.

«Segui il mio piccolo amico, fidati di lui, e fidati di me»

Giulia, ormai dentro una situazione che non sa spiegarsi, ma dalla quale non sa nemmeno sottrarsi, si tuffa in mare. Una volta in acqua, il suo corpo pare esserci sempre stato. Non torna a galla, lassù, verso la barca, il cui profilo Giulia scorge oltre la coltre d’acqua, sopra la sua testa.

Il delfino è accanto a lei, le nuota intorno e le fa segno di seguirlo.

Le sta indicando il fondo del mare, un fondo non lontanissimo, e così nero.

Ricoperto di nera sabbia molto fine, il fondo del mare pare provenire da qualche vulcano ormai spento. I capelli di Giulia fluttuano intorno a lei, non sta trattenendo l’aria, non ha problemi a respirare, ora sente di essere in un luogo molto reale, eppure non è più la sua realtà, quella di ogni giorno, ma un’onirica realtà.

A questo pensiero, altri petali si staccano dal rametto ancora tra le sue mani, e scendono lentamente verso il fondo. Il delfino la incita e Giulia decide di seguirlo, nuotando verso di lui. Scendono dunque, lasciando la luce e penetrando un caldo buio e accogliente.

Sul fondo del mare, Giulia stupita pensa di riconoscere un mobile. Si avvicina, e lo stupore è ancora più forte. È la vecchia madia della nonna! La vecchia madia in cucina, sopra cui Giulia e la nonna impastavano il pane, e dentro cui si nascondevano sacchi di farina profumata e semi di papavero. Giulia passa la sua mano sopra la superficie, perfettamente conservata. Non si chiede nemmeno perché la vecchia madia si trovi là, nelle profondità del mare al largo di un’isola vulcanica, sono consapevolezze che improvvisamente non le servono più. Un altro petalo si stacca e scivola via.

Solleva il pesante coperchio con l’aiuto del delfino, e dentro la madia, adagiato sul fondo, trova uno specchio. Lo solleva, e ci si guarda dentro.

Sono le otto del mattino e Giulia va di fretta nella strada affollata sotto casa sua, ha perso l’autobus. I clacson suonano indispettiti, il rombo dei motori ruggisce, nuvole di fumo grigio e nocivo si alzano dai veicoli. Le persone parlano e corrono urtandola sul marciapiede. Piove, e la gente è ancora più nervosa quando piove, al mattino, e deve andare al lavoro, e l’autobus è andato. Quella notte Giulia ha sognato Federico che la chiamava, ma lei non riusciva a vederlo, si è svegliata tutta sudata e molto agitata. Sa che sarà una giornata difficilissima, perché sentirà la voce di suo figlio per tutto il giorno. Sa anche, però, che deve farcela e deve immergersi nel lavoro e sorridere. Ci deve provare, ci deve proprio provare, altrimenti saranno guai. Giulia ha quarant’anni, è una donna molto bella. Il dolore non ha rovinato del tutto il suo viso. Alcune rughe solcano le sue palpebre e la sua fronte, ma ancor di più i lati della sua bocca, le rughe del sorriso. Quella mattina, truccandosi di corsa, ha sbavato il rossetto che ora le fugge via dal lato sinistro della bocca, attirando lo sguardo di alcuni passanti che incrocia sul marciapiede, quelli che non corrono, ma che cercano di sopravvivere a un’altra giornata. Si stringe i lembi della cintura del cappotto in vita, è magra Giulia, non mangia molto. Un uomo, un bell’uomo, accenna un sorriso alla sua bocca. Ma Giulia ha lasciato fuori gli uomini dalla sua vita da molto tempo, da quando il padre di Federico li ha lasciati soli, e poi Federico se n’è andato in silenzio, stroncato dal brutto male che non gli ha lasciato scampo. Federico è spirato con la piccola veste verde ancora addosso, stringendo Ciccio, il suo pelouche, e la mano ossuta di Giulia. Dopo aver vissuto questo, Giulia ha rimosso l’amore carnale e ha tentato di vivere come si può, comprando libri, pensando a cosa avrebbe voluto leggere Federico da grande.

Deve attraversare la strada, Giulia. Ma ha la testa nel pallone quella mattina, sente la voce di Federico che la chiama. “Amore, dove sei?” gli risponde dentro sé, sentendo il suo stesso grido nelle profondità del suo cuore e un singhiozzo le muore in gola, poi è stridore di freni sull’asfalto, lo schianto ed il buio totale.

Nessun rumore, nessuna luce, nessun dolore. Il singhiozzo è scomparso e ora è solo pace, Giulia sente il suo respiro farsi calmo, calmissimo, poi lasciare il suo corpo con infinita pace.

Il delfino le bussa dolcemente alla spalla, Giulia sta ancora guardando il buio che è sopraggiunto nello specchio. Ora si ricorda tutto, Giulia, ora ha capito.

Il delfino tiene qualcosa in bocca, e glielo porge. È un fagotto morbido, è Ciccio, l’orsacchiotto di Federico. Con un moto di gioia e liberazione, abbraccia Ciccio e il delfino, felice Giulia, felice consapevolezza leggera si posa sulla sua testa, e piange. L’ultimo petalo si stacca dal rametto di magnolia, perché Giulia ora sa, ha capito. Improvvisamente il cuore le batte forte, la signora che ha incontrato quella mattina, e che le ha donato il rametto, era sua nonna. Era la cara nonnina, con i suoi vivi occhi azzurri, ma Giulia non era ancora in grado di riconoscerla, non era ancora pronta, ora invece tutto le appare chiaro.

Insieme a Ciccio e al delfino, leggera come una piuma, Giulia sale di nuovo verso la superficie.

Afferra il bordo della barca con entrambe le mani e si solleva, spinta dolcemente dall’amico delfino. Non alza ancora lo sguardo, perché sa cosa la aspetta e ha molta paura, paura che le scoppi il cuore di gioia, infinita gioia che riempie l’universo.

Si siede sul bordo e poi alza lo sguardo, e lui è lì.

Sulla barca non c’è più il vecchio Federico, a pescare fumando la pipa, ma c’è il suo Federico, il suo bambino scomparso cinque anni prima, che le sorride e allarga le braccia.

«Vieni, mamma»

Giulia scoppia in un pianto liberatorio e stringe a sé il suo bambino.

La nonna, accanto a loro, sistema le fronde rigogliose delle magnolie.

Perché non esiste tempo qua, non esiste spazio, allo stesso tempo si è in mare e lungo le vie di una bianca isola di origine vulcanica.

Una piccola farfalla dorata muove di nuovo le piccole ali, questa volta con più decisione, e prende a volare silenziosamente nella stanza di Giulia, ancora immersa nella penombra ammantata di luce prepotente.

Si posa su un disegno appeso accanto al letto di Giulia. È un cartoncino nero, un po’ usurato, con colorati tratti infantili. Una piccola mano paffuta, sporca di pastelli, lo ha fatto per la sua mamma, il posto in cui avrebbe voluto portarla in vacanza.

Il disegno ritrae case bianche con decisi tratti di pastello, adorne di fiori rosa, un verde mare all’orizzonte e una piccola barchetta al largo con un vecchio pescatore.

Presentazione Scrivi e Geeko Editor alla Confraternita dell’uva a Bologna

Venerdì 13 luglio Geeko Editor, io, Salvatore Improta e Alessandro Mambelli ci siamo ritrovati alla Confraternita dell’Uva a Bologna per un Aperitivo Letterario, durante il quale abbiamo raccontato un po’ di noi, del nostro lavoro, dei nostri progetti futuri, ma soprattutto per stare insieme e condividere un bicchiere di vino e qualche risata in mezzo ai libri.

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Nella foto, i tre autori emiliani di Geeko Editor, da sinistra Salvatore Improta, Alessandro Mambelli e io, Marianna Brogi

Già nel pomeriggio abbiamo iniziato a girare per Bologna, città meravigliosa piena di cultura e di ispirazioni interessanti per le nostre scritture…

 

Poi, con un po’ di emozione siamo andati alla bellissima Confraternita, un posto eccezionale per gli amanti dei libri perché, come potete vedere anche sulla loro pagina Facebook,  organizzano numerose presentazioni di libri, inoltre sono libreria ed enoteca… cosa si potrebbe desiderare di più da un luogo dove rilassarsi e fare due chiacchiere con gli amici?

 

Durante la presentazione, i nostri Fabio Antinucci e Alba Grazioli hanno raccontato del loro progetto editoriale, Geeko Editor appunto, con Lidia Verdone, il terzo membro del team che ci filmava dalla prima fila. Cos’è Geeko Editor? È una casa editrice online, social e interattiva, nata lo scorso anno grazie all’idea di questi tre fantastici ragazzi, alla loro passione e al crowdfunding su Eppela. Geeko nasce dall’esigenza, sempre crescente, di una maggiore interazione tra quelli che sono i desideri e i gusti del pubblico e le case editrici. Nasce così una community che permette agli iscritti, lettori e scrittori, di pubblicare racconti, partecipare ai contest, ma anche semplicemente leggere e votare, parlare insieme di libri e letteratura, insomma: interagire. Geeko Editor è anche, naturalmente, casa editrice e  seleziona alcuni manoscritti sottoponendoli poi al giudizio del suo pubblico. I vincitori dei contest di pubblicazione entrano nel catalogo degli eBook in vendita su Geeko, in seguito naturalmente a un attento e scrupoloso lavoro di editing. La serata è continuata con i racconti e le domande a noi Geeko autori. Il primo tra i tre eBook pubblicati degli autori presenti alla serata, Brucia di Salvatore Improta, narra una meravigliosa storia in cui dominante è la forza della creazione letteraria. Io personalmente ho molto apprezzato Brucia (potete leggere la mia recensione al link sopra), in particolare il sapiente gioco architettonico di costruzione dei vari livelli narrativi che dipanano le vite di questi giovani scrittori sullo sfondo della Bologna di vie centrali e di nebbia.

Nella famiglia Geeko siamo poi arrivati dall’Emilia Romagna anche io e Alessandro Mambelli, con i nostri Scrivi e Sunset Strip.

 

Vi ho già parlato a lungo del mio Scrivi, in ogni caso per ogni ulteriore info basta cliccare sul link sopra, oppure qui.

Sunset Strip di Alessandro Mambelli è una storia ambientata a Los Angeles, città delle luci scintillanti di Hollywood ma anche delle atmosfere decadenti e dei sogni infranti. Il suo protagonista, Paul Morry, si muove attraverso belle donne, ispirazioni letterarie e alcol. Mi riprometto di leggerlo quanto prima! Intanto, date un’occhiata anche voi all’anteprima, al link sul titolo del romanzo: molto promettente.

È stata una bella serata, ricca di risate tra amici, di racconti e di letture, di percorsi letterari differenti ma di passione comune, di luoghi narrati e sognati.

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il nostro pubblico presente alla Confraternita dell’Uva a Bologna

È stata in particolare una serata in cui era palpabile l’amicizia e l’empatia che c’è tra editori e autori, in quello che è davvero un lavoro intimo e importante: la condivisione delle proprie scritture. Credo fermamente che il futuro si debba fondare su progetti di questo tipo, dove la componente umana, la passione e la condivisione degli intenti superino gli interessi economici e dei grandi numeri.

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Vi invito dunque a visitare il sito di Geeko e a entrare numerosi nella community, per condividere insieme a noi questo cammino importante sulla lunga e prosperosa strada della letteratura.  Nell’attesa, naturalmente, del prossimo fantastico evento: la presentazione itinerante di Scrivi a Pennabilli, in programma per il 4 agosto presso l’Orto dei frutti dimenticati. Chi è da quelle parti, venga a farsi una passeggiata e a conoscere me e Geeko Editor! Saremo felici di avervi tra noi 🙂

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Aquarius, 629 volte questo augurio

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Dedicato a chi esulta:

Vi auguro di ritrovarvi in mare. Non sul materassino gonfiabile a pochi metri dalla riva a Gatteo Mare, ma a molte miglia marittime dalla costa, nel Mediterraneo. Su di una barca che cade a pezzi, con altre centinaia come voi, pelle contro pelle, i sudori che si mischiano. La sete sta bruciando la vostra gola, il sole sta trasformando le vostre labbra in braciole alla griglia, le stesse che state sognando perché il vostro stomaco si contorce dalla fame. Gli occhi lacrimano, per il sole, il vento, il sale, la disperazione. Non avete nulla con voi: nessun bagaglio, non siete in crociera. Nessuno smartphone, no, non potete postare su Facebook il vostro stato d’animo, con l’emoticon sofferente che indica che vi sentite “messi alla prova” oppure “a pezzi”. Non avete nemmeno la cosa più importante: la speranza. Lì dovete stare. Perché nessun porto vi vuole accogliere.

“Lì dovete crepare, voi e le vostre brutte facce da immigrati, che poi venite a calpestare i nostri orticelli ben delimitati e curati, a fare razzia dei nostri crocifissi (noi ci teniamo molto ai valori cristiani). Venite ad ammazzare e a stuprare, in questo paese così, storicamente incline alla legalità, così contrario alla violenza e alla delinquenza.”

No, tutto sommato credo di potervi augurare qualcosa di peggio che non una barca in mezzo al mare. Vi auguro di trovare l’umanità per un attimo. Un barlume di umanità nel fiele della frustrazione. Che la frustrazione e l’ignoranza si squarcino per attimo, che attraverso la sua luce gli altri esseri umani non siano più capri espiatori ma persone con problemi più grandi dei vostri. Per un solo, isolato istante. Attenzione, però, perché acceca. E allora, sì, che finisce la pacchia.

Lo sguardo sordo

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L’uomo sale lentamente le scale del palazzo, contando gli scalini, quaranticinque fino alla sua porta. L’odore acre dell’umidità penetra nelle sue narici. Arrivato alla sua porta, estrae la chiave e la gira nella toppa. Silenzio all’interno dell’appartamento. Dalla cucina di fronte a lui proviene il rumore sordo di un pacco di latte che precipita sul pavimento, aperto. L’uomo sente provenire dal buio il rumore del liquido che si sversa, e il miagolìo del gatto che lo saluta. Sbuffa, ricordandosi di aver lasciato il latte aperto alla mercé del gatto, ma non si arrabbia, sorride. Trova il latte sul pavimento, prende della carta assorbente dal ripiano della cucina, e asciuga, in ginocchio sul pavimento. Indossa pantaloni di velluto a costine, scarpe di pelle molto eleganti, che stridono col resto dell’abbigliamento. I capelli, un po’ lunghi e ancora folti, cadono in ciocche sottili e untuose sulla fronte e sulle orecchie. Prende in braccio il gatto, che gli si è avvicinato, lo accarezza, mentre la stanza si riempie di fusa appassionate. Il gatto strofina con amore il suo musino umido contro il mento ispido dell’uomo.

Cataste di libri sul tavolo, cerca di fare spazio alla piccola busta di spesa del mattino. Qualche libro cade sul pavimento.

L’appartamento è in penombra, fuori il cielo nuvoloso minaccia una pioggia primaverile. L’uomo capisce che è quasi ora. L’ora del suo appuntamento quotidiano.

Allora prende la caffettiera dal lavabo, la passa sotto l’acqua, la svita con cura, controllando con le dita la guarnizione un pò consunta. Poi getta il fondo, odoroso di caffé e acqua. Prende il piccolo barattolo di porcellana, fredda al tatto, e riempie la caffettiera di nuovo caffé profumato di tostatura, di cacao, di terre lontane e calde. Mette la caffettiera sul fornello e poi apre la finestra. È quasi ora.

D’inverno, quando è davvero freddo, non apre la finestra, oppure la apre solo per pochi istanti.Il freddo è tanto e la richiude quasi subito, tenendo scostate le tendine in modo da non sottrarsi al suo impegno nemmeno per un attimo, almeno fino a quando sa che è terminato. Ma in primavera e in estate è piacevole, anzi, diventa un rito, aprire entrambe le ante della finestra e lasciarle aperte per tutto il tempo necessario. Mentre il caffé piano piano viene sù, egli spalanca la finestra e si accende una sigaretta dalla quale fa una profonda boccata. È il suo momento. Si versa il caffé nero fumante nella tazzina, poi si siede al tavolo, con la sedia rivolta alla finestra, gira il cucchiaino fino a sciogliere lo zucchero e aspetta, tenendo il capo ben proteso e bevendo il nero caffé.

La donna abbassa lievemente la fiamma del ragù. La carne sfrigola nell’olio, allora svita il coperchio della bottiglia di pomodoro e lo versa nella pentola, mescolando. Si sprigiona profumo di pomodoro fresco. E’ molto concentrata, guarda dentro la pentola osservando il risultato e aggrottando le sopracciglia. Ha un grembiule stretto in vita e gli occhiali che cadono sul naso. Di solito non li porta, ma per leggere, o per fare qualche lavoretto di cucito, ormai le servono.

Il vapore del cibo riempie la cucina, sta pensando alla cena. Sta preparando la cena per il figlio. E’ ancora giovane, ma non troppo. Non è più una ragazzina, è una donna matura. All’improvviso le viene in mente qualcosa e guarda l’orologio appeso. E’ ora. Il cuore le salta in gola con un solo balzo cancellando l’espressione concentrata. Si sente presa alla sprovvista, come se fosse la prima volta. Ma non lo è. Si sente impreparata e inadeguata, scioglie frettolosamente il nodo del grembiule e getta sul tavolo gli occhiali. Dà un’occhiata alle sue gambe, lisciandosi la gonna, e si trova orribile. Ha una vestaglia da casa, di quelle che portavano le nonne, blu scuro, che s’infila come un grembiule e si annoda dietro la schiena, incrociandola. Eppure, nonostante manchi di tutti gli elementi necessari alla sensualità, sa che piacerà. Si sente come sempre anche un pò in colpa, anche se non dovrebbe, visto che non ha più un uomo. Ma è come se moralmente questa situazione non fosse accettabile nemmeno per sé stessa, perciò è qualcosa che vive solo in quel brevissimo lasso di tempo.

Esce nel corridoio e getta via le pantofole. I collant hanno un buco esattamente sull’alluce, ma calcola che non dovrebbe riuscire a vedersi.

E’ anche impregnata di odore di cipolla, di carote, di sedano, di pummarola, ma tanto lui non lo sentirà, è troppo distante.

Entra nella stanza e già dalla porta, attraverso le tende ruvide color pergamena, un pò trasparenti, distingue la sua figura. E’ pronto. Lui è seduto alla sua finestra, dall’altra parte della strada, in linea d’aria molto vicino a lei.

La stanza in cui entra la donna sa di vecchio. È  la sua stanza da letto. C’è un vecchissimo armadio di scuro legno lucido, con riccioli e ricami pretenziosi sia in alto, verso il soffitto, che in basso, verso il pavimento. Al centro dell’armadio uno specchio su due differenti ante, che, se ne apre una e la ripiega sull’altra, vede mille stanze e mille sé stesse. È  lo specchio che la aiuta, di solito, perché resta lì di fronte e ci si fissa, non distogliendo mai lo sguardo dai propri occhi, imbarazzati, e dal proprio viso paonazzo.

Il letto è pesante, alto, con un vecchio copriletto color crema. Una cassettiera altissima, nella parete opposta. C’erano alcune cornici con delle fotografie, un tempo, ma poi temeva di incrociare lo sguardo di qualcun altro, e non più solo il proprio, allora le ha spostate in sala.

C’era anche una Madonna di ceramica, sopra il letto, con un bambin Gesù, ma ha tolto anche quella, come se ogni particolare fosse lì per giudicare la sua dubbia moralità.

Chiude la porta dietro di sé, come ogni giorno, calcolando che il figlio non rincaserà fino a pomeriggio inoltrato, dunque si calma un pò. Attraversa la stanza, tira le pesanti tende e apre la finestra, spalancandola. Il traffico entra prepotente col suo rumore metallico, ma non importa, lei non lo sente. Per un attimo lo guarda, un attimo carico di intensità, e così tutto può avere inizio. Le tende diventano un sipario che si apre, e l’unico attore è lei. L’unico spettatore è lui.

Si sdoppia. Da una parte, si passa stancamente una mano tra i capelli e fa l’espressione che lei pensa possa avere una donna che si sta cambiando d’abito nella sua stanza. Recita. Come a proteggere sé stessa, come se potesse dire “io mi stavo solo cambiando”.

Ma mentre pensa questo, il suo petto emozionato fa su e giù per il sentimento di languore, timido e imbarazzato, che la invade. Si sente ubriaca, cerca di controllare il respiro e i movimenti.

Si volge allo specchio e si guarda. Vuole prolungare l’attesa. I capelli rossi, in caldi ricci, ricadono sulle sue spalle. Passa un dito sulla cucitura della sua veste. Segue il seno abbondante, materno, al di sotto della sua veste. Procede lungo i fianchi, tondi e morbidi, la pancia strizzata nella guaina che ha messo quella mattina, quelle anni cinquanta. Non ha biancheria intima eccitante e non potrebbe mai andarla a comprare, dovrebbe fare i conti col peggiore degli inquisitori, sé stessa.

Però ha trovato qualcosa che potrebbe risaltare le sue forme, anche se ricorda esattamente che quando si accorse di lui, dall’altra parte della strada, lei si stava semplicemente sfilando delle calze di lana stoppose.

Scrolla la testa piena di riccioli, con un gesto che sa di civetteria lontana nel tempo, e mai più esercitata. Si sente forte così, si sente attraente, nonostante il collo rugoso, le braccia un pò molli, il seno che non sta più sù come una volta, si sente forte dei suoi ricci, dei suoi occhi penetranti, della sua abbondanza un pò felliniana.

Incrocia le braccia dietro la schiena, restando sempre di fronte allo specchio e dando il profilo alla finestra, e scioglie piano il nodo della veste. Come a voler prendere qualcosa sulla cassettiera, si gira verso la finestra, la veste si apre leggermente e lascia intravedere il suo corpo fasciato in un intimo antico. Il reggiseno color carne, con grosse spalline robuste che solcano le spalle, con inserti di pizzo delicato. La guaina, sempre color carne, e i collant tirati sopra e scomposti. Si vergogna, di nuovo, per un attimo, ricordandosi i collant. Poi si gira ancora e apre bene la veste verso lo specchio, lasciandola cadere sul letto dietro di lei.

E’ silenzio, tra loro. Non un soffio. Non sentono il traffico, sulla loro strada. Non sentono le voci, nella strada. Quel momento è quanto di più intenso essi possano vivere nella loro esistenza fatta di sughi da far bollire piano, e gatti pasticcioni.

Com’è nata, forse non riescono più nessuno dei due a risalirvi. E’ nata piano piano, con sguardi furtivi rubati dietro le tende, con centimetri di pelle svelati a poco a poco, per cedere a un attimo di sensualità sorda, mai appagata, poi respinta decisamente dietro la porta della stanza richiusa con un tonfo. Lei non sa il nome di lui, ha troppa paura per indagare, ma sa che vive al di là della strada da moltissimi anni, e sa che è sempre stato solo.

Lui conosce il nome di lei, ha chiesto in giro. Ma mai si sono avvicinati.

Si sono incrociati in strada, forse volutamente, ma lui sembrava non vederla, se ne stava lì fermo, dietro gli occhiali scuri, e sembrava quasi annusare l’aria. Lei è fuggita via, imbarazzata.

Questo è il massimo del rapporto con l’altro sesso che entrambi conoscono, da anni. Eppure sembra già sufficientemente appagante. Eppure, due persone sole possono essere vicine, vicinissime a qualcuno che non conoscono affatto e non conosceranno mai.

La donna è senza abiti, ora. Un brivido di freddo la pervade, come ogni giorno, anche col più torrido dei caldi. Lui aspetta, dall’altra parte della strada. Lui non si muove. Non fai mai nulla, semplicemente sta lì e aspetta. Sorride compiaciuto e felice verso di lei.

Lei non è nemmeno sicura che lui possa piacerle, non lo ha mai davvero guardato. Lei ha una relazione con lo sguardo di lui, ed è una relazione che la appaga.

Se ne vergogna, se pensa che si sta esibendo per lui, ma se pensa che lo sta facendo per il suo sguardo, allora va bene. Allora si lascia andare un pò, se pensa che quello sguardo è solo puro guardare, ed è magari staccato rispetto ad un cervello che potrebbe giudicarla.

Oggi ha deciso di fare ancora qualcosa in più. Piano piano, i gesti sono diventati sempre più audaci nel corso degli anni. Ma ci è voluto moltissimo tempo per arrivare a questo punto.

Così, non si slaccia il reggiseno. E’ ancora presto per il seno, e lei se ne vergogna. Si toglie lentamente i collant, seduta sul letto e guardandosi allo specchio. Si alza di nuovo, si gira, donandogli le spalle, e poi afferra l’elastico della guaina, tirando giù con un movimento veloce. Il suo fondoschiena è adesso libero e proteso verso di lui. Non è il fondoschiena di una ragazza, non è sodo, la pelle non è liscia, non è tirata. È un pò molle, quasi come un budino, è ampio, è accogliente. È il fondoschiena di una donna sola, in là con gli anni, che sta vivendo la relazione più eccitante della sua vita. È un fondoschiena attraente, perché freme d’eccitazione, e forse anche d’amore, l’amore per uno sguardo molto bramato. È seducente, perché vuole essere guardato. È dolce, è rassicurante.

I sensi dell’uomo hanno una scossa, ma non per il fondoschiena, ma perché con la sua sensibilità intuisce un gesto di ulteriore apertura, pieno di amore e di fiducia. Come un donarsi ancora di più al suo sguardo, non a lui, e questo lui lo sa.

Poi, per lei è come risvegliarsi dal torpore: improvvisamente sente giungere il traffico dalla strada e una risata che passa, e  quasi come se ridesse di lei, si sente nuda e inerme, afferra la guaina e corre via dalla stanza sbattendo la porta. Rientrerà solo più tardi, per chiudere tutto, e lui non sarà più dall’altra parte. Lui sente il tonfo della porta, dall’altra parte della strada, e capisce che per quel giorno è finito tutto.

La donna gira il ragù, immergendosi di nuovo nella concentrazione della cucina, si chiede se ha messo il sale. Di fuori, un’ombra vela il cielo. Tra poco pioverà.

L’uomo finisce la sigaretta e con calma chiude la finestra. Mette via la tazzina, dentro il lavabo. Cerca la ciotola, a tastoni, la riempie di croccantini, posandola a terra. Poi resta lì, accovacciato, cercando la morbidezza del gatto con le mani, ad ascoltare il suo ritmico sgranocchiare, come se fosse rimasto sordo fino a quel momento, e quello fosse il primo rumore che sente dopo moltissimo tempo.

In realtà ha sentito tutto, ogni singolo rumore, ogni fruscìo di vesti, e ha annusato nell’aria l’eccitazione, la vergogna, la paura, e quando le ha percepite, si è sentito felice, perché ha capito di avere riempito la vita di lei anche quel giorno, solo sedendosi e facendo da spettatore. Uno spettatore che non può vedere, se non con i sensi più profondi.

Il buio cala lentamente, fuori dalla finestra, ma lui non lo vede.

Lui non può vedere, il suo è uno sguardo sordo.

Insegnami a scendere sugli sci

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Seduta non raggiungevo il tavolo

Aroma di biscotti secchi

L’antica bacinella bianca avanzava

dal corridoio buio

Sciabordante come scialuppa

Luccicante nella tempesta

Attendevo quieta.

Sopra il tavolo la schiuma morbida

usciva da un serpente di plastica

Ti sedevi con equilibrio, la scialuppa si posava

Il pennello strofinavi energico

sulle tue guance rubiconde

riflesse nello specchio obliquo

Sopra il tavolo

Ti guardavi dentro

Occhi di lago turchese

Pelle cotta dal sole

Capo liscio e naso adunco

La bocca una sottile linea

Larga tra la neve bianca

Allora è neve!

Ti vedo con la tuta blu sugli sci

Accarezzando generoso le discese

Puntellate di abeti

Il rasoio lento sulla tua guancia

Come gli sci eleganti sulla neve

Fruscìo sulla pelle.

Ho tenuto con me

Gli aromi

gli oggetti

I gesti

I tuoi passi decisi

Uno dopo l’altro

Tutti i giorni ti aspetto

Nei sogni

Ascolto la tua risata

Fragore di gioia

Sopra il tavolo, al mattino

I biscotti e il caffè

La schiuma

Il pennello

Io ti guardo nello specchio

Insegnami a scendere sugli sci

Amaro rimpianto

Insegnami a ricordare

Ricordarti scroscio di risa

Ricordarti voce che tuona

Ricordarti, gioia infinita.