Ucciso perché felice

È naturale, davanti a un’ammissione di questo tipo, reagire con i sentimenti più irrazionali e rabbiosi: «L’ho ucciso perché aveva un’aria felice».

Questa la notizia esplosa ieri sui media e, manco a dirlo, sui social network. Non si sapeva nulla, fino a ieri, del killer dei Murazzi a Torino. Stefano Leo era stato ucciso il 23 febbraio scorso mentre si recava al lavoro. Il movente? Sconosciuto fino a ieri, e viene da chiedersi se forse non sarebbe stato meglio ignorarlo. Said Machaouat si è consegnato ai carabinieri perché quelle voci che lo avevano guidato il 23 febbraio scorso erano tornate a farsi sentire, così dice.

Voleva uccidere un ragazzo della sua età, togliergli tutto. Ha scelto Stefano perché sorrideva, quella mattina, mentre camminava lungo i Murazzi recandosi al lavoro. Questo “movente”, così semplice e inaccettabile, scatena in ciascuno di noi una rabbia convulsa. Scatena i peggiori sentimenti, esattamente com’è irrazionale, ingiusto e bestiale uccidere qualcuno perché sembra felice. E questi sentimenti trovano terreno fertile dove il veleno viene sparso ogni giorno in abbondanza: le arene dei media e dei social.

Già a questo link avevo parlato di gogne mediatiche e di quali sentimenti vadano generandosi in rete.

Chiamare dunque in causa la razza, in questa vicenda dolorosa, è la strada più facile. Vedo fiorire, sulla home di Facebook, i commenti più disparati “Voleva uccidere un italiano felice, fino a quando dovremo sopportare?” La causa, a leggere i social, non pare essere una mente malata nutrita dal clima di odio e, in particolare, da quell’invidia sociale che sta uccidendo il nostro paese, non importa a quale razza appartenga.

No, la causa pare essere l’origine dell’assassino. Non importa che fosse cresciuto in Italia, dove si mangia pane e odio, l’unica cosa che conta è che fosse nato in Marocco. A dirla tutta, se anche fosse nato in Italia da genitori marocchini, non sarebbe cambiato poi nulla. Non sarebbe comunque considerato italiano.

Fare una riflessione di questo tipo e mettersi tutti una mano sulla coscienza, chiedendoci quale società stiamo costruendo, è molto difficile, forse anche comprensibile davanti a certe notizie. Credo sia uno sforzo, tuttavia, che ciascuno di noi debba compiere una volta smaltita la rabbia che una tale ammissione genera per la sua agghiacciante semplicità. L’assassino è un uomo con gravi problemi di mente, che uccide un ragazzo innocente perché gli appare felice.

Leggo ogni giorno di comportamenti meno gravi, ma ugualmente disprezzanti della felicità altrui. Commenti, battute, frecciate di ogni tipo. Dispetti infantili, irrispettosi degli altri e della loro proprietà.

E poi l’odio, l’invidia, la debolezza prendono vie più gravi e delittuose all’interno di menti malate. In fondo, uccidere una donna (solo ieri ne sono state uccise due, una a Enna e una Nuoro, ma se partiamo solo dall’inizio del 2019 la lista è molto più lunga) perché non si può accettare che possa essere felice con qualcun altro, non appartiene forse alla stessa matrice d’odio, radicata e insidiosa?

O forse no, perché si tratta di italiani? Temo, purtroppo, che l’odio non abbia razza. Così come la morte.

Concerto per Jan Palach a Verona

È notizia di queste settimane: l’associazione culturale Nomos – terra e identità di Verona promuove un concerto per il 19 gennaio in commemorazione di Jan Palach, a cinquant’anni dal gesto estremo che lo vide darsi fuoco in piazza Venceslao a Praga, come protesta contro l’invasione sovietica. Le truppe sovietiche, infatti, erano entrate a Praga soltanto cinque mesi prima, come ho ricordato qui, mettendo fine alla Primavera di Praga e stringendo le maglie di un regime molto restrittivo.

Il concerto è patrocinato dalla Provincia e presentato alla stampa dal consigliere comunale Andrea Bacciga, salito alla ribalta delle cronache l’estate scorsa per il saluto romano in risposta alle femministe di Non una di meno contrarie alla mozione della 194. Nella scaletta del concerto, a quanto pare, sono presenti diversi gruppi appartenenti al circuito nazi e di estrema destra del veronese, dei quali non citerò nomi per evitare pubblicità.

Non è solo l’estrema destra ad appoggiare questo evento, anche Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno votato a favore in sede di Consiglio comunale. Massimo Mariotti, presidente Serit ed esponente di Fratelli d’Italia a Verona, rivendica il diritto dei giovani di destra di commemorare Jan Palach.

Commemorare non significa però dare una connotazione politica del tutto arbitraria.

Con un pò di sollievo, leggo ieri che il teatro della Congregazione delle sacre stimmate ha ritirato la disponibilità dei propri spazi per accogliere l’evento, a ventiquattr’ore dalla concessione del patrocinio da parte del Comune di Verona. Le polemiche infatti erano piovute negli ultimi giorni sull’organizzazione dell’evento, sia da parte della sinistra sia da alcuni esponenti politici in Repubblica Ceca, i quali attaccano duramente il tentativo, da parte della destra, di appropriarsi della memoria di Jan Palach. Il gesto di Jan Palach fu di protesta estrema nei confronti di tutti i totalitarismi e della mancanza dei più basilari diritti civili e di libertà di stampa: un gesto apolitico, un gesto di libertà, che non va, in nessun caso, strumentalizzato.

Il presidente del Consiglio comunale di Verona, a quanto riportato da La Repubblica, si affretta a difendere la propria scelta ricordando che i ricavati del concerto sono destinati alle popolazioni venete colpite dal maltempo. Un gesto nobile, allora perché dare un orientamento politico a questa commemorazione?

In quale modo il gesto di Jan darebbe voce al clima di xenofobia e intolleranza che si respira negli ambienti di estrema destra della Verona più nera? È proprio necessario sottolineare il fatto che Jan protestava contro qualsiasi tipo di regime, di restrizione e di intolleranza, non importa il colore? È ancora possibile, nel 2019, pensare che una protesta contro il regime sovietico equivalesse a una presa di posizione nelle file della destra più radicata?

A causa del mio grande interesse per la storia di Praga e in particolare per il gesto di Jan, che mi hanno portato alla scrittura di un nuovo romanzo ancora inedito, non posso evitare di esprimere la mia opinione e la mia indignazione. Mi chiedo, e se lo chiedono anche gli studenti di filosofia dell’Università Carlo di Praga, la stessa frequentata da Jan, i quali hanno scritto una lettera di protesta nei confronti di questo evento, con quale diritto l’estrema destra si appropria del gesto di questo ragazzo, rivendicandolo come simbolo?

A pensarci bene, non dovrei stupirmi più di tanto. Come ha scritto pochi giorni fa Pierluigi Battista su Il Corriere, all’epoca persino i giovani di sinistra in Italia reagivano indignati al nome di Jan Palach. Impregnati di ideologia, erano pronti, in nome del potere operaio e della Revolucion cubana, a chiudere un occhio di fronte alle restrizioni terribili che stavano angariando i paesi sotto egemonia sovietica. Protestare contro l’Unione Sovietica equivaleva a essere di destra. Bisogna però specificare che questo usciva dalle bocche di chi, in Occidente, se ne stava comodo a protestare con tutte le libertà di cui poteva godere. La verità è che non possiamo nemmeno immaginare quello che hanno passato questi popoli durante quei decenni. O forse sì, dovremmo portarne memoria, perché non deve essere così differente dagli anni sotto il fascismo: la repressione e i negati diritti non hanno colore, sono uguali sotto qualsiasi totalitarismo.

Ancora oggi, dunque, e in particolare oggi, è impossibile descrivere la realtà attraverso una visione dicotomica e ideologizzata della stessa: è tutto molto più complicato di così. O forse è più semplice?

Avrei voluto, oggi, a cinquant’anni dalle fiamme che divamparono sul corpo di Jan in piazza Venceslao, scrivere un post in sua memoria. Ringraziarlo per l’ispirazione che mi ha dato, per la commozione che porto nel mio cuore per il suo gesto. Un gesto estremo: Jan non voleva protestare, voleva essere la protesta, dargli un volto. Dopo queste polemiche mi sento oggi di ricordarlo difendendo la sua memoria e la sua scelta. Liberiamo il suo gesto da orientamenti politici, Jan non scelse schieramenti: il suo fu un gesto di LIBERTA’.

Presentazione Scrivi e Geeko Editor alla Confraternita dell’uva a Bologna

Venerdì 13 luglio Geeko Editor, io, Salvatore Improta e Alessandro Mambelli ci siamo ritrovati alla Confraternita dell’Uva a Bologna per un Aperitivo Letterario, durante il quale abbiamo raccontato un po’ di noi, del nostro lavoro, dei nostri progetti futuri, ma soprattutto per stare insieme e condividere un bicchiere di vino e qualche risata in mezzo ai libri.

c4baae5e-53d8-42c5-a269-6376e4733c6f
Nella foto, i tre autori emiliani di Geeko Editor, da sinistra Salvatore Improta, Alessandro Mambelli e io, Marianna Brogi

Già nel pomeriggio abbiamo iniziato a girare per Bologna, città meravigliosa piena di cultura e di ispirazioni interessanti per le nostre scritture…

 

Poi, con un po’ di emozione siamo andati alla bellissima Confraternita, un posto eccezionale per gli amanti dei libri perché, come potete vedere anche sulla loro pagina Facebook,  organizzano numerose presentazioni di libri, inoltre sono libreria ed enoteca… cosa si potrebbe desiderare di più da un luogo dove rilassarsi e fare due chiacchiere con gli amici?

 

Durante la presentazione, i nostri Fabio Antinucci e Alba Grazioli hanno raccontato del loro progetto editoriale, Geeko Editor appunto, con Lidia Verdone, il terzo membro del team che ci filmava dalla prima fila. Cos’è Geeko Editor? È una casa editrice online, social e interattiva, nata lo scorso anno grazie all’idea di questi tre fantastici ragazzi, alla loro passione e al crowdfunding su Eppela. Geeko nasce dall’esigenza, sempre crescente, di una maggiore interazione tra quelli che sono i desideri e i gusti del pubblico e le case editrici. Nasce così una community che permette agli iscritti, lettori e scrittori, di pubblicare racconti, partecipare ai contest, ma anche semplicemente leggere e votare, parlare insieme di libri e letteratura, insomma: interagire. Geeko Editor è anche, naturalmente, casa editrice e  seleziona alcuni manoscritti sottoponendoli poi al giudizio del suo pubblico. I vincitori dei contest di pubblicazione entrano nel catalogo degli eBook in vendita su Geeko, in seguito naturalmente a un attento e scrupoloso lavoro di editing. La serata è continuata con i racconti e le domande a noi Geeko autori. Il primo tra i tre eBook pubblicati degli autori presenti alla serata, Brucia di Salvatore Improta, narra una meravigliosa storia in cui dominante è la forza della creazione letteraria. Io personalmente ho molto apprezzato Brucia (potete leggere la mia recensione al link sopra), in particolare il sapiente gioco architettonico di costruzione dei vari livelli narrativi che dipanano le vite di questi giovani scrittori sullo sfondo della Bologna di vie centrali e di nebbia.

Nella famiglia Geeko siamo poi arrivati dall’Emilia Romagna anche io e Alessandro Mambelli, con i nostri Scrivi e Sunset Strip.

 

Vi ho già parlato a lungo del mio Scrivi, in ogni caso per ogni ulteriore info basta cliccare sul link sopra, oppure qui.

Sunset Strip di Alessandro Mambelli è una storia ambientata a Los Angeles, città delle luci scintillanti di Hollywood ma anche delle atmosfere decadenti e dei sogni infranti. Il suo protagonista, Paul Morry, si muove attraverso belle donne, ispirazioni letterarie e alcol. Mi riprometto di leggerlo quanto prima! Intanto, date un’occhiata anche voi all’anteprima, al link sul titolo del romanzo: molto promettente.

È stata una bella serata, ricca di risate tra amici, di racconti e di letture, di percorsi letterari differenti ma di passione comune, di luoghi narrati e sognati.

IMG_6803
il nostro pubblico presente alla Confraternita dell’Uva a Bologna

È stata in particolare una serata in cui era palpabile l’amicizia e l’empatia che c’è tra editori e autori, in quello che è davvero un lavoro intimo e importante: la condivisione delle proprie scritture. Credo fermamente che il futuro si debba fondare su progetti di questo tipo, dove la componente umana, la passione e la condivisione degli intenti superino gli interessi economici e dei grandi numeri.

a26d8f3d-34df-4231-889f-037d78bffad1

Vi invito dunque a visitare il sito di Geeko e a entrare numerosi nella community, per condividere insieme a noi questo cammino importante sulla lunga e prosperosa strada della letteratura.  Nell’attesa, naturalmente, del prossimo fantastico evento: la presentazione itinerante di Scrivi a Pennabilli, in programma per il 4 agosto presso l’Orto dei frutti dimenticati. Chi è da quelle parti, venga a farsi una passeggiata e a conoscere me e Geeko Editor! Saremo felici di avervi tra noi 🙂

IMG_6667

 

 

Donna over trenta, senza figli, luogo Italia. Condanna senza appello

Sei in fila alla cassa della Coop. Hai avuto una giornata di merda, ma non importa, perché ora sei nel pieno della tua vita sociale: la spesa alla Coop. Ti sei presa qualcosa che ti piace, un po’ di birra e gli ingredienti per fare la pizza.  Ti stai rilassando, nonostante il mondo. Non vedi l’ora di arrivare a casa, di buttarti sul divano, di portare fuori il cane, di vedere la prossima puntata di Orange is the new black .Cose così, ma c’è sempre qualcuno nei paraggi pronto a farti capire che ti trova abbastanza inutile. Lei è lì, davanti a te. Spinge il carrello, ma nel frattempo imbraccia cinque bambini di età compresa tra i 2 e i 3 anni -che io mi chiedo sempre- come cazzo ha fatto a partorirli tutti insieme? Oppure un po’ alla volta? E mi metto a calcolare i tempi ma proprio non tornano i conti. Oltre ai bambini imbraccia anche il passeggino e siccome i pannolini non ci stavano tutti dentro il carrello, prende anche  a calci qualche confezione. È incazzata nera, più di me dieci minuti fa, glielo leggi in faccia. Non ce la fa più. Vorresti quasi aiutarla, ma sai che se allungassi le braccia per prendere un bambino a caso, il suddetto bambino scoppierebbe in un pianto a dirotto che manco se avesse visto Belzebù. È magrissima e bellissima, nonostante tutti i bambini, e oltre all’incazzatura ha scritto in faccia anche la dieta e l’esercizio fisico che farà nelle 3 ore che eccedono le 24 dei comuni mortali. Provi empatia, istintiva. D’altra parte, è umana anche nella sua perfezione. Non importa che tu non sia mamma, non importa che tu non faccia una dieta da ottocentocinquant’anni e che pur di non alzarti dal divano preghi il cane che ti porti il telecomando, un po’ di empatia si prova così, a istinto, a meno che tu non sia incazzata col mondo intero. E lei sembra sentire i tuoi pensieri perché si gira come Regan ne L’Esorcista e proprio come lei ti fulmina. Tu sai perfettamente cosa vede quando ti guarda con tutto quell’odio. Si riflette la forma uterina nelle palle dei suoi occhi. Vede un enorme, gigantesco utero vuoto. E vecchio. “Perché si vede che hai 36 anni, eh cara.” Alla sua vista tu non ci sei, sparisci, rimangono solo i tuoi organi riproduttivi inutilizzati e tutti gli ovuli che ogni mese sprechi, senza arredare il tuo utero sfitto. Io lo vedo, tutto quell’odio, e improvvisamente ai suoi occhi mi sento così:

_il-grande-lebowski_tappeto
Drugo ne “Il grande Lebowski”, spero non ci sia bisogno di dire altro

Mi si infilano anche le ciabatte da spiaggia. Insomma, una cazzona senza nè arte nè parte, anche un po’ egoista, che si dedica al divertimento e alla spensieratezza. Sì, perché non importa quale lavoro tu faccia, e non importa neanche che magari negli ultimi anni ti sei fatta un culo così, perché il fatto che tu non abbia bambini significa che non hai niente da fare e che nemmeno ti rendi conto. “No, tu non ti rendi conto”, dicono i loro occhi e a volte anche la loro bocca. “Poi insomma, perché a 36 anni non hai ancora riempito l’utero? Ci dev’essere qualcosa che non va in te. Sicuramente è una scelta, la scelta della cazzoneria in ordine sparso. No, non hai sicuramente problemi fisici, no, non hai sicuramente problemi economici (ti ho vista con la macchina nuova, io ti vedo e ti faccio il 730 in mezzo secondo), non hai nessun cazzo di problema, sei solo estremamente egoista. Ma non lo sai che i figli sono la cosa più bella del mondo? Ah no, che non lo sai: perché tu che non li hai ancora fatti, non hai ancora capito nulla della vita.”

Tra i trenta e i quaranta anni, donna, e senza figli. Queste tre caratteristiche non possono convivere, almeno non in Italia. C’è qualcosa che non va, e loro te lo devono dire in qualche modo, te lo devono far capire che quello che fanno loro è giusto e quello che fai tu è a tratti persino amorale.  Vorrebbero immergerti nell’acqua santa per farti rinsavire. “Non hai ancora compiuto la tua missione, quella per cui sei nata, e probabilmente non lo farai mai. Perché comunque sei parecchio in ritardo, ti sei voluta divertire fino ad adesso e adesso È TARDI. Redimiti, ma fallo subito. Oddio, hai anche un uomo??? E cosa fate ogni giorno? Ma non lo sai che gli uomini servono a quello? Sì, perché da quando ho mio figlio a me di mio marito non me ne frega niente, io sono super mamma che fa tutto da sola e vive per i figli, ma sono anche super perfetta perché mi hanno detto che bisogna essere così. Sì, così mio marito se ne va in giro soddisfatto della sua bella moglie con le unghie laccate, eh va beh poi se non lo degno di uno sguardo pazienza, in fin dei conti io ho i bambini, che cazzo vuole? Io gli ho fatto la prole, io sono bella, io sono la moglie di rappresentanza, adesso non è che posso essere pure carina e affettuosa. Ma tu, tu, non puoi capire cosa vuol dire perché non hai partorito.  Già mi stanno sui coglioni quelle che non hanno partorito con dolore, figurati se puoi starmi simpatica tu, che al massimo hai avuto una colica dopo il tiramisù. Tu, tu, tu, con la tua stupida spesa di patatine fritte e il tuo stupido cane, ti vedo in giro senza figli! A cosa servi??? Tu, tu, tu! Tu… tu… tu….” – Mentre gli sputazzi mi stanno facendo lo shampoo nonostante, in verità, lei stia solo pensando! – e il suo odio mi dà improvvisamente alcune certezze, che sono sempre utili nella vita: ho dimenticato la Nutella, poi c’è un unicorno che sta passando nel parcheggio, devo andare a fotografarlo.

 

 

 

 

 

Omicidi, gogne mediatiche e altri reati

Oggi mi sento spaesata, in un modo ideologico, filosofico. Oggi, di fronte a determinate notizie, ho sentito fortemente la mancanza di punti di riferimento, di verità, di umanità persino. Lo spaesamento è tipico delle epoche di grandi passaggi, almeno per chi cerca di ricondurre il tutto all’interno di percorsi predefiniti, di definizioni, di correnti. Ma il punto è che questi non esistono più, i modelli non reggono più, non c’è nulla di confrontabile e nulla che spieghi a noi esseri umani dove stiamo andando. Mi riferisco a due notizie in particolare. La prima, una mamma che dimentica la figlia in auto, condannandola a morte. La seconda, un ragazzo che spinge una donna in un burrone, naturalmente senza motivo, e naturalmente uccidendola. In un primo momento, lo sgomento: la perdita, la morte, il destino inspiegabile, due morti atroci e senza spiegazione logica. Se la morte, a parte quella per vecchiaia, può mai averne una. Mi chiedo come si possa giungere a tanto, dimenticarsi la propria figlia in auto, spingere una donna in un burrone. Sono due atti estremamente diversi e anche con implicazioni sociali molto diverse. Ma hanno generato morte, in entrambi i casi. E questo, a noi tutti spaventa moltissimo. E’ forse proprio la banalità di queste azioni, e il loro risultato, a generare in noi una reazione proporzionale di odio smodato. Sto provando a dare qualche spiegazione alle reazioni mediatiche.

teatro-elisabettiano

Per il primo caso, mi sento in dovere di citare il bellissimo articolo di Antonella Boralevi su La Stampa, “Quando si spezza una mamma”. Sì, perché dato che non si tratta di un caso isolato, come la Boralevi e come per fortuna molte altre donne, non mi sento di condannare la mamma in via definitiva. Intendiamoci: non da un punto di vista giuridico, perché sempre di omicidio si tratta, ma morale. Non mi sento di invocare per lei il rogo e la pena di morte, perché la grande colpevole non è solo lei. E probabilmente non si può nemmeno parlare di disagio familiare. La spiegazione potrebbe essere molto più banale e per questo molto più spaventosa. Io credo, con profondo disgusto e raccapriccio, che i ritmi di vita che facciamo ogni giorno, sì… con questi ritmi, con queste aspettative, nessuno può dirsi completamente al sicuro da determinati gesti involontari. Io ho lasciato varie volte il fornello della cucina acceso, uscendo di casa. No, non è successo niente. Ma sì, poteva andare a fuoco la casa, e con qualcuno dentro anche. Non l’ho fatto volontariamente, è chiaro, ed è una dimenticanza molto diversa rispetto a questo fatto di cronaca, ma fa comunque parte della vita di ogni giorno. E’ proprio con questo sentimento di ansia e autocontrollo continuo che ci martoriamo quotidianamente e siamo portati a fare cose così stupide, così banali, ma così irrimediabili. E invece i giudizi, di tipo morale appunto, che leggo in rete, sono terribili. Leggo orde di persone, di profili anzi, uomini e donne senza distinzioni, che si ergono a giudici ed invocano qualsiasi tipo di maledizione e castigo, con annesse riforme del codice penale. E meno male, verrebbe da dire, che i giuristi non si fanno consigliare su Facebook. Ma fino a quando? Ne ho parlato anche nella mia tesi di laurea. Fino a quando il diritto sarà al sicuro dal sentimento popolare, che tanto infiamma la rete e diventa pervasivo all’interno delle nostre vite? Gogna mediatica, si dice. Un pò come un tempo, quando le persone venivano condannate alla gogna pubblica. Parliamo di altre epoche, eppure il sentimento popolare è sempre lo stesso: può uccidere, se fomentato. E non è forse questa stessa violenza che proviamo quando leggiamo queste notizie, quando scriviamo i post carichi di rabbia augurando morte e pene terribili, non è forse questo sentimento che genera nel mondo solo altra violenza?

Nel secondo caso, se si è trattato di effetti di droga o no, non lo so. Ma un disagio c’è, in entrambi i casi. Questo ragazzo è un assassino, e prima di questo ha dei seri problemi. Mi è venuto naturale cercare il ragazzo su Facebook, non è forse incredibile e al tempo stesso macabro, vedere come spietati killer abbiano postato le foto col proprio cane fino all’altro ieri, esattamente come noi? Ho visto le sue foto, la sua mamma, i commenti degli utenti, tutti piovuti nelle ultime ore. C’è chi si domanda semplicemente come abbia potuto fare una cosa simile ad una povera donna che raccoglieva fiori, c’è chi si chiede se la droga possa spiegare determinati gesti. E fin qui, nulla da dire, a parte il domandarmi perché si sentano tutti così in dovere di dire la loro, ma siamo su Facebook… poi però fiumi di insulti, non solo al ragazzo ma anche alla madre: “uomo di merda”, ma anche “ebreo di merda”, dunque commenti razzisti, odio e violenza colmano ogni singola parola. Guardo la sua mamma sorridente e mi sento improvvisamente figlia e madre anche io. Guardo la foto di questo ragazzo e mi fa, sinceramente, pena. Questo ragazzo si è rovinato la vita e l’ha rovinata alla famiglia di questa povera donna. Merita il carcere, come ogni cittadino che viene riconosciuto colpevole di un reato. Ma chi siamo noi per giudicarlo? Questo ragazzo, forse la sua famiglia, ha dei problemi. Problemi di droga, problemi psichici, io non posso saperlo. Ma chi non ha un problema? Siamo proprio sicuri che i nostri problemi non degenereranno mai e non faranno mai del male a nessuno? Perché ci sentiamo così obbligati ad odiare tutto il male del mondo, quando è proprio l’odio a generarlo? Io non sono esente dal provare odio verso chi, a volte improvvisamente, a volte meno, interrompe lo scorrere della vita, l’ordine, l’equilibrio, la parvenza che ci siamo creati, e fa del male a qualcuno. Un odio che parte dalla paura, e che dunque acceca. Ma da qui a riempire la rete dello stesso odio che genera il male, ne passa.  E’ necessario lasciare che gli organi competenti facciano il loro lavoro, perché polemiche a parte, i nostri auguri di morte, i nostri giudizi intransigenti (sempre nei confronti degli altri), non salveranno il mondo, anzi… lo renderanno sempre più pieno di violenza.

Non è l’empatia che sono qui ad invocare, ma un sentimento estremamente più umano, la pietà.

 

 

Quegli stereotipi da abbattere con la lupara

“L’età della simulazione comincia con l’eliminazione di tutti i referenti – peggio: con la loro resurrezione artificiale in un sistema di segni, che sono una materia più duttile dei significati perché si prestano a qualsiasi sistema di equivalenza, a ogni opposizione binaria, e a qualsiasi algebra combinatoria. Non è più una questione di imitazione, né di duplicazione o di parodia. È piuttosto una questione di sostituzione del reale con segni del reale; cioè un’operazione di cancellazione di ogni processo reale attraverso il suo doppio operazionale. […] sarà un iperreale, al riparo da ogni distinzione tra reale e immaginario, che lascia spazio solo per la ricorrenza di modelli e per la generazione simulata di differenze.” (Jean Baudrillard – Simulacres et simulation)

Semplificando le parole di Jean Baudrillard,  con l’espressione “la precessione del simulacro” si fa riferimento a ciò che è avvenuto nell’epoca del grande consumo dei prodotti mediali e di massa, ovvero il concetto secondo cui l’immagine che è stata costruita di qualcosa o qualcuno, diventi la sua realtà perché conosciuta come tale, l’immagine si sostituisce quindi al reale.

Considerando questo, e tutto ciò che ne consegue, è doppiamente imbarazzante il fatto che dei professionisti abbiano scelto, nel 2017, questa foto per presentare la città di Taormina, scelta come sede del G7, alla stampa estera:

132302433-d34de710-0ed5-4fc7-b28b-4fb271289475

Prima di parlare dell’immagine, vediamo brevemente il fatto, raccontato dal Corriere qui. Matteo Renzi annuncia, lo scorso anno, che il G7 si sarebbe tenuto a Taormina, messaggio forte, per mettere in luce la Sicilia e rilanciarne l’economia e l’immagine. Un anno dopo, il Governo mette a disposizione dei media stranieri un app all’interno della quale, tra le immagini rappresentative da poter usare per i loro articoli, l’immagine di cui sopra. La vogliamo rilanciare questa Sicilia, o affossare definitivamente sotto i colpi degli stereotipi radicati su questa regione, così come sul Sud e sul nostro Paese intero? Naturalmente, dopo aver ricevuto un mare di critiche, il Governo fa togliere l’immagine. Ma il Corriere utilizza l’immagine sopra per un parallelo eccellente ed estremamente efficace:

comboCoppola-kvLC-U433001073190839SfC-656x249@Corriere-Web-Sezioni

L’uomo con la coppola è lo stereotipo un pò vecchiotto ed inflazionato, che ne Il Padrino di Francis Ford Coppola tanto funzionò. Certo, eravamo nel 1972 e si metteva in scena una Sicilia post seconda guerra mondiale, che dava riparo al figlio del padrino all’interno di un clan mafioso. Nonostante il contesto fosse fortemente indirizzato e parlasse essenzialmente di mafia, l’immagine intera degli italiani ne risentì, non solo in questo e per questo film, ma in generale nei media stranieri, legandosi indissolubilmente all’uomo con la coppola, che non era solo vezzo d’abbigliamento, ma che rappresentava molto di più. L’uomo con la coppola rappresenta il mafioso, l’uomo al limite della malvivenza e della latitanza, di poche parole e anche un pò ignorante, vestito di scuro, che si gira a guardare lascivamente, e anche un pò seduttivamente, le donne che passano. E’ l’uomo dell’immagine scelta per l’app del Governo. Veste abiti fuori moda, come se la Sicilia e l’Italia intera fossero rimasti al dopoguerra, fuma, veste i panni della maschera machista e maschilista dell’uomo italiano. Uomo e donna nell’immagine sono all’opposto, figurativamente, plasticamente e cromaticamente. Uno all’estrema destra, l’altro all’estrema sinistra. Linee dure e diritte per l’uomo, morbide e arrotondate per la donna, ad iniziare dal sorriso all’insù e dall’ombrellino vezzeggiante. Colori scuri per lui, colori accesi e caldi per lei. Lei veste il rosso della passione, lui non resiste e la guarda non con ammirazione, non con simpatia, non con amore: con desiderio. Il connubio classico, uomo italiano conquistatore e maschilista. Tant’è che lei abbassa lo sguardo, le farà piacere? Sarà intimidita? Non lo sappiamo, in questa foto è presente anche lo stereotipo sulla donna che deve tenere nascosto il suo pensiero (ed il suo sguardo), per salvaguardare l’onore, insomma abbiamo tutti gli stereotipi sugli italiani, in particolare del Sud. Stereotipi che, se cinquant’anni fa erano ancora perdonabili e facevano un pò folklore, oggi è tempo di cancellare. Di abbattere appunto, a colpi di lupara.

Ma chi meglio del nostro Governo dovrebbe e potrebbe accollarsi l’onere e l’onore di svecchiare la nostra immagine? Se non partiamo noi a vederci con occhi diversi, e rappresentare di conseguenza la nostra immagine in modo nuovo, con i valori che vorremmo, con l’uguaglianza e il grado di progresso che i rapporti hanno raggiunto in questi decenni, come possono farlo gli altri? Gli altri, i media esteri, già drogati da decenni di stereotipi su di noi.

Poi, scrivendo poco sopra che abbiamo fatto progressi nei rapporti sociali, mi vengono in mente tutti i femminicidi che avvengono, in continuazione. Dicevamo, la precessione del simulacro? L’immagine, di cui sopra, ha preso il posto della realtà.

Netflix e l’apologia del reato 2 – Orange is the new black

Attenzione, presenza di spoiler fino alla quarta serie di Orange is the new black! 

Continuo il mio viaggio attraverso le (adorate) serie originali di Netflix. Dopo aver preso in considerazione Narcos nel primo post su questo argomento, voglio parlare di un’altra serie che ha avuto grandissimo successo, Orange is the new black. Arrivati alla fine della quarta serie, siamo tutti in ansiosa attesa della quinta, che uscirà il 9 Giugno prossimo. Iniziamo dalla fine, la quarta serie ci ha salutati in questo modo:

daya_gun2

Quest’immagine ci spiega molto di questa serie televisiva, che si svolge quasi completamente all’interno delle mura del carcere femminile di Litchfield  e narra le vicende delle sue detenute. La serie è ispirata ad una storia vera, la storia narrata da Piper Kerman nelle sue memorie:  Orange Is The New Black: My Year in a Women’s Prison. Nella prima serie assistiamo all’entrata di Piper (Chapman nella serie TV) all’interno del carcere. Piper appartiene alla middle class bianca americana, e si trova a dover pagare un errore commesso 10 anni prima, aver fatto da corriere della droga per la sua fidanzata dell’epoca, Alex Vause, escursione lesbica e accuratamente insabbiata in seguito, grazie al fidanzato Larry Bloom. Piper pensa di essersi lasciata alle spalle sia la vita da trafficante di droga, sia i gusti sessuali, e sta progettando la sua vita con Larry, quando qualcosa va storto, Alex fa il suo nome e Piper viene condannata ad un anno di carcere. La sua vita cambia, e non solo perché in carcere entra a contatto con realtà diversissime dalla sua, con donne estremamente problematiche e con situazioni da gestire, ma anche perché in carcere incontra nuovamente Alex.

All’interno del carcere si crea un microcosmo, un mondo a parte, un mondo che però può offrire un’alternativa alla strada e che per questo uscirne può spaventare, come dimostra  il personaggio di Taystee che, una volta scontata la pena, decide di farsi beccare di nuovo per tornare dalla sua famiglia all’interno di Litchfield. Le detenute di Litchfield non solo dipingono uno scorcio della situazione sociale e multiculturale americana, con le stesse ricchezze di linguaggio e di contrasti, ma delineano un vero e proprio catalogo delle caratterizzazioni femminili: ognuna di loro ha commesso un reato per un motivo ben preciso, e così ogni puntata offre flashback nel passato di ciascuna detenuta per capire qual è questo motivo. Galina Red Reznikov, cuoca e leader del carcere, è un’immigrata russa che si è trovata a fronteggiare la mafia del suo paese natale una volta giunta negli Stati Uniti,  per tenere a galla il market aperto col marito e ripagare qualche debito dovuto al suo brutto carattere. Red è estremamente materna con le sue protette, non accetta la droga all’interno del carcere, detta legge con detenute e secondini. Nicky Nichols, figlioccia di Red, è una ricca ragazza di New York che ha passato l’infanzia con la baby sitter e non ha mai avuto attenzioni a sufficienza, per questo si droga e spinge sé stessa verso l’autodistruzione. Anche all’interno del carcere, Nicky cerca amore. Taystee è una ragazza di colore senza famiglia, ma molto dotata, che si è trovata in difficoltà nel trovare la sua strada e si è affidata alla trafficante Vee, che le ha assicurato una casa, un pasto caldo e affetto, in cambio di qualche lavoretto. Suzanne “Crazy eyes” Warren è una ragazza di colore adottata da una coppia bianca, con un mondo interiore e un modo di rapportarsi con le persone estremamente bizzarro, infantile, ludico ma a tratti inquietante,  modo di essere che  l’ha portata a trovarsi in situazioni difficilmente spiegabili anche per lei. Suzanne soffre di problemi mentali e probabilmente è sempre rimasta una bambina, la sua storia e il suo cuore suggeriscono allo spettatore che si trovi nel posto sbagliato per poter essere un giorno recuperata e riabilitata all’interno della società. Pennsatucky sembra provenire dal profondo sud bianco degli Stati Uniti, povero, razzista, ignorante, senza possibilità di riscatto, con il grilletto facile. Nel suo passato pochissimo rispetto verso sé stessa e nessun valore dell’essere donna e civilmente esistente, violenze sessuali subite a metà tra un “lasciami fare” ed il sentirsi accettata dagli altri, come le succede anche all’interno del carcere, numerosi aborti e uso smodato di droga, che la portano ed uccidere a sangue freddo l’infermiera della clinica dove si reca quotidianamente per abortire, la cui unica colpa é stata criticare la frequenza dei suoi aborti come sistema contraccettivo. C’è Sophia Burset, che prima era un uomo, e si trova a fronteggiare la discriminazione sia dentro che fuori il carcere. Anche le ragazze latine hanno grande spazio in OITNB, ognuna vittima della povertà, del barrio, della droga, degli uomini, mariti e padri padroni che le costringono a fare figli e a condurre una vita ai margini della società.

1466451898-orange-is-the-new-black-cast-1

La storia di ognuna di queste donne, anche quelle che hanno ucciso e compiuto i crimini più spietati, ci ispira simpatia e comprensione. Ognuna di loro è stata portata a fare determinati gesti dalla peggiore dei colpevoli: la società. E in questa serie tv la società americana entra prepotentemente, seppur restando sempre fuori (dal carcere), perché è per colpa sua che queste donne si trovano dentro, per le sue mancate possibilità, per la sua mancata integrazione, per averle costrette a scegliere una via “alternativa”: il reato. Ma in fondo, anche i secondini e lo staff tutto del carcere, non sono forse vittime della società, dei suoi sistemi selettivi e lucrativi? Uomini soli che si sentono forse un pò “castrati” dal loro ruolo e ricorrono a mogli online, sbiadite copie del macho anni ’80 che affermano la propria mascolinità nel portare la pistola all’interno di un carcere femminile, problemi di alcool o di soldi, problemi ad essere accettati, ricerca di amore o di identità, ognuno di essi condivide lo stesso macro-problema con le detenute: la società americana e il suo non riuscire ad integrare una realtà estremamente sfaccettata e non più catalogabile. Orange is the new black spinge ancora una volta il pubblico, attraverso gli schermi di Netflix, a guardare al reato dall’altra parte, a reinterpretarlo e forse a giustificarlo, a chiedersi se il modello che applichiamo alle colpe non sia obsoleto nei confronti di una realtà che cambia ogni giorno, non solo attraverso le strade, ma anche e soprattutto ora, attraverso la rete. Orange is the new black inserisce al suo interno i devices digitali che diventano strumento di potere e il sentirsi “fuori dal mondo” senza social network.  L’amore ed il genere sono trattati come nel mondo vero, ma si scontrano coi modelli televisivi precedenti e ne escono super vincenti: il genere, la razza, lo status sociale non esistono più se non nella mente di chi ancora discrimina e crea élite chiuse e schematiche. E’ forse la rivoluzione non solo dei modelli con i quali guardiamo la realtà, ma anche dei modelli con cui comunichiamo? Dobbiamo forse applicare criteri diversi, che aggiustino il tiro dove la società si crea e non dove va a finire? Siamo un’epoca di passaggio, il cambiamento siamo noi stessi. Io il cambiamento di vedute lo sento sfrigolare benissimo dentro OITNB, e quello che chiede alla società americana è chiarissimo: comprensione, inclusione, condivisione, flessibilità, aiuto. 

 

Storia triste all’italiana

E’ notizia di questi giorni la polemica sul programma di Paola Perego, presto chiuso, “Parliamone…sabato” in onda su Raiuno. Non ho visto il programma, devo dire la verità, ma il giorno seguente i contenuti incriminati erano già virali:

fidanzata est-2

Non essendo la Perego una comica, e non potendo chiamare in causa la satira, penso che tutto ciò si commenti da solo. Non solo la xenofoba presentazione “la minaccia viene dall’est”, ma addirittura i punti ben evidenziati sullo schermo, come se fossero dati empirici e riscontrabili, beh, a me viene un pò da ridere. Infatti, da donna non mi arrabbio. Io credo che questo fatto abbia suscitato persino troppe polemiche. Signore mie, in fondo, ritenevate meno offensive le ragazze Coccodé di Colpo Grosso? Abbiamo ben altro di cui lamentarci, nella TV nostrana, che non saltare sempre sù quando si parla delle “altre”.

Io sono d’accordo con Selvaggia Lucarelli, che tuona da Twitter “Indigna di più un talk fesso della Perego che un selfie sorridente di un nostro senatore col genocida Assad. Che mestizia” Eh si, viene da chiedersi, ma noi questo signor Antonio Razzi  lo mandiamo in giro a nostro nome? Si, lo abbiamo persino mandato da Kim Jong-un. Quindi perché non visitare anche Assad, e cercare di trovare una soluzione di pace, con tanto di selfie. Ma il nostro senatore, anziché trovarsi impegnato nelle delicate operazioni diplomatiche, si risente con Selvaggia  e ne viene fuori un teatrino frutto della miglior commedia all’italiana:

Con il senatore Razzi che scivola sempre più giù nella Caporetto della lingua italiana. Speriamo che non mi legga, chissà cosa gli può venire in mente con Caporetto! Se non fossero tweet partiti direttamente dall’account del Senatore Razzi, leggendo ha con l’acca e la noiosa rotorica, potremmo quasi pensare che dietro ci sia Maurizio Crozza con la sua insuperabile imitazione del Senatore. Forse rotorica non l’avrebbe pensata nemmeno Crozza. E invece no… non è il programma di Crozza, questo. E’ un senatore della Repubblica Italiana. Dalla Perego e le donne dell’Est, a Razzi, che se fosse vivo Hitler sai che bei selfie, alla monarchia dell’ignoranza, che se provi a dire a qualcuno che non sa parlare la sua lingua, vieni tacciato di snobismo, di noia, addirittura di superficialità, “perché non sono cose importanti, queste”.

“Che forse non saprò bene l’itagliano ma o studiato alla scuola della vita, io! Buongiorno, kaffèèèè??”

Fine della storia triste all’italiana.

Netflix e l’apologia del reato 1 – Narcos

Attenzione, presenza di spoiler sulla serie Narcos (per chi ancora non avesse visto la seconda serie).

Mi sono avvicinata a Netflix qualche mese fa per poter vedere e rivedere il documentario “Amanda Knox” per la mia tesi di laurea in Semiotica del testo giornalistico, di cui ho pubblicato qualche passo qui.

Il motivo per cui ho scelto questo documentario è poter indagare l’ibridazione tra differenti generi televisivi, che ci portano oggi a vedere programmi nuovi in costante negoziazione dei limiti tra finzionale e fattuale. Parlando di fattuale e finzionale è necessario prima di tutto fare riferimento al modello di Jost, io però posso provare a spiegarlo così, con riferimenti empirici che attingono ormai dalla nostra universale enciclopedia televisiva, ispirandosi ad Eco: la serie, meglio dire soap opera, Beautiful, appartiene senza ombra di dubbio al genere fiction. Perché? Perché si tratta di storie inventate, di dimensione completamente finzionale, senza alcun aggancio alla realtà. Sono in questo caso persino assenti riferimenti alla vita comune, dunque non solo Brooke si trova coinvolta in una serie di vicissitudini amorose  inventate e per lo più difficilmente reali, ma non la vedrete mai cucinare un piatto di spaghetti o bere da una bottiglia. Le serie televisive più contemporanee rientrano sempre più spesso nel genere fattuale, si mettono in scena fatti realmente successi, che attingono ad esempio dai fatti di cronaca, ma naturalmente si drammatizzano e si aggiungono elementi volutamente finzionali. Anche dove si sceglie la finzione, però, si tende a mantenere una dimensione il più possibile umana e naturale, per “fare come se” quelle storie potessero veramente avere un aggancio con la realtà, una sorta di neo-neorealismo applicato alla televisione e alle piattaforme di streaming on demand, naturalmente. Nella docufiction “Amanda Knox”, la protagonista della vicenda non interpreta nemmeno sé stessa, ma deve, in maniera molto più semplice, essere sé stessa. Ma a ben vedere, nell’essere sé stessa interpreta evidentemente un ruolo, nel momento stesso in cui viene posizionata all’interno della sua cucina mentre prepara delle polpette impastando accuratamente la carne. Un gesto di per sé semplice, che dovrebbe creare un sottile filo tra noi e lei e cancellare quell’aura maledetta di Foxy Knoxy, ma essendo un elemento fin troppo costruito nella sua resa davanti alla telecamera, è finzionale pur essendo, fondamentalmente, fattuale (prima o poi Amanda cucinerà sul serio…)

La serie tv Narcos, prodotta ed edita da Netflix, ricostruisce fatti realmente accaduti, ovvero la storia del cartello di Medellìn ed in particolare del re del narcotraffico Pablo Escobar. Naturalmente, una ricostruzione fredda e metodica dei fatti lo avrebbe reso un prodotto molto poco attrattivo per il pubblico, poco più di un documentario. Allora ecco la scelta di impiegare non solo attori bravi e di bella presenza, ma anche di rendere l’intera storia più narrativa, più sentimentale, più fluida ed interessante. Pablo Escobar diventa non solo simpatico, tramite un eccezionale Wagner Moura, ma diventa persino un’icona su cui costruire meme sui social network e caratterizzazioni, in poche parole un’icona divertente. La sua felpa anni ’80 con l’immagine dell’ancòra ci fa sorridere e ripescare un’epoca a cui siamo tutti affezionati, e a cui guardiamo tutti con bonaria nostalgia. Le sue sneakers, i suoi jeans sdruciti e un pò larghi, il suo broncio così caratterizzante e il suo perentorio “Yo soy Pablo Emilio Escobar Gavìria”, i suoi “hijo de puta”, il suo amore appassionato  (ma anche fedifrago) per la bella moglie Tata e per i figli, tutto ciò non porta il pubblico a condannare il suo essere un sanguinario trafficante di droga, ma lo porta a simpatizzare con questo colombiano appassionato che sa come farsi rispettare dai nemici (il tormentone “plata o plomo”, o accetti di essere corrotto da me o ti riempio di piombo) e non cede fino all’ultimo. Ecco, io vorrei sapere chi, tra i fans di Narcos, non ha provato empatia per l’apatico Pablo, costretto dalle forze dell’ordine alla latitanza e per questo impossibilitato a controllare i suoi traffici, che silenziosamente si culla sul dondolo in giardino, oppure chi non ha versato una lacrimuccia quando Pablo è caduto sotto il fuoco della DEA alla fine della seconda serie.

Però. Sarebbe da tenere a mente che si tratta comunque del più grande trafficante di droga finora esistito, l’uomo che ha portato la cocaina in tutto il mondo e che ha ammazzato a sangue freddo migliaia di persone, personalmente o tramite il suo esercito personale, con bilanci da guerra. Eppure, eppure Netflix lo ha reso personaggio, e lo ha messo all’interno di una cornice narrativa grazie alla quale tendiamo a considerarlo personaggio di una storia tormentata in tv, e non feroce assassino e trafficante, come è stato in effetti. Le sue vicende amorose, il suo affetto per la madre, per la famiglia, il suo attaccamento al cugino, il suo darsi da fare per i poveri di Medellìn, tutto questo, pur essendo vero, se ci fosse stato raccontato da un giornalista non avrebbe mai potuto produrre in noi quell’empatia immediata che il personaggio di Netflix con la sua voce calda e l’abbigliamento ridicolizzato ci ha immediatamente provocato. Penseremo al Pablo Escobar di Wagner Moura, e non al vero Pablo Escobar.

Nel cinema degli inizi del ‘900  e per molti decenni ancora, la visione dicotomica bene/male ci portava a simpatizzare per l’eroe e a provare una certa antipatia per il “male”, per il delinquente, benché in taluni casi sia stato rappresentato come personaggio umano vittima della società, prendiamo ad esempio lo Scarface di Paul Muni, sotto la regia di Howard Hawks, con più ombre e risvolti psicologici di quello interpretato poi da Al Pacino.  E’ forse grazie all’epoca postmodernista,  e al cadere drammatico ed emblematico delle dicotomie, ma anche a causa della continua narrativizzazione della cronaca, che il male, o comunque la parte solitamente caratterizzata e semantizzata come tale, assume un ruolo diverso.

Attraverso l’analisi di un’altra serie di Netflix di grande successo, Orange is the new black, ambientata in un carcere femminile, cercheremo di capire in che misura queste narrazioni giustifichino, o cerchino di umanizzare e spiegare il reato attraverso chi lo compie.

 

#FertilityDay , o la riproduzione secondo il ministro Lorenzin

 

 

images

Da trentacinquenne senza figli, con utero vuoto più volte additato e accusato, mi sento personalmente offesa dal #FertilityDay ma soprattutto dal modo in cui questa iniziativa è stata rappresentata, e sono convinta di non essere l’unica.

Mi sto naturalmente riferendo all’iniziativa del Ministero della Salute chiamata appunto, con chiari riferimenti biologici, #FertilityDay

Innanzitutto l’invito a fare figli suona terribilmente “regime” e se anche vogliamo partire dal presupposto che la politica non può che augurarsi una crescita importante per il proprio paese, diciamo la verità: c’è modo e modo.
In un paese come il nostro, dove la disoccupazione giovanile è arrivata negli ultimi anni a livelli altissimi, dove ancor più preoccupante è il livello dei Neet (giovani che non studiano e non lavorano), dove non esiste assistenzialismo per le madri che lavorano, che nella migliore delle ipotesi sono minacciate di perdere il loro posto, dove mandare un figlio all’asilo nido significa impegnare mezzo stipendio (se si è fortunati, altrimenti tutto)  e corse continue per arrivare dappertutto…
Ecco, in un paese così, io partirei da ben altre iniziative, perché questa volta non mi sento di attaccare gli italiani, come spesso invece sono portata a fare: no, caro ministro Lorenzin, non siamo noi ad essere pigri e a non voler dare sfogo alla nostra fertilità nel momento giusto, siete voi che dovete darcene la possibilità, e non invitando a riprodurci clessidra alla mano, ma creando i giusti presupposti nella società, nel lavoro, nei servizi. Ma questi sono spunti che è la politica a dover approfondire, vediamo invece le infelici scelte che girano intorno alla campagna.
Utilizzando la parola “fertility” il Ministero sceglie di aprire un argomento prettamente biologico: quindi da questo #FertilityDay sono volutamente esclusi tutte/i coloro i quali hanno appunto problemi di fertilità, chi biologicamente non può riprodursi, chi ha avuto problemi di salute e non può più dare la vita, chi insomma vorrebbe essere genitore ma non può. Anzi, la signorina nella foto che ti sventola la clessidra sotto gli occhi ricordandoti che il tempo passa diventa alquanto fastidiosa per queste persone nonché inopportuna.
 182900474-fc8d2739-15fd-4c27-a372-29e5d8c621e1
 Dunque sono escluse non solo le pratiche per la fecondazione assistita, tasto assai dolente in Italia, lo sappiamo, ma anche l’adozione stessa, che invece andrebbe incentivata e possibilmente facilitata.
Le immagini scelte per la campagna sono appunto a dir poco antipatiche, a cominciare dalla foto qui sopra, e hanno subito suscitato numerose critiche nell’opinione pubblica.
L’altra immagine scelta è una goccia d’acqua che scende dal rubinetto, con la scritta “la fertilità è un bene comune”, paragonando dunque il nostro utero e i nostri spermatozoi all’acquedotto comunale.
 fertility-day-3
 Eh no cari miei, il mio utero non è un servizio alla comunità, non è un bene per il quale potete tassarmi, anche se vi piacerebbe, il mio utero è dentro me con tutti i problemi che può dare  a me e se un essere umano esce dal mio utero la questione è mia e di questo essere umano: non della comunità.
Altra foto: piedi che sbucano dalle coperte con una pallina sorridente “Genitori giovani, il modo migliore per essere creativi”. Qui non è chiaro se ci si vuole semplicemente riferire alla sessualità frizzante e creativa dei giovani, dato che è stato scelto il letto come immagine, o se la creatività è quella del post-nascita (che forse sarebbe stato di miglior gusto per la campagna), insomma non si intuisce questa creatività come dovrebbero usarla i giovani – dato che i meno giovani sono esclusi, questa è la campagna del no, tu no- secondo il Ministero: trombando come ricci o scegliendo nomi per la prole?
                                       download
Dulcis in fundo: scarpine fatte all’uncinetto con i colori della nostra bandiera e la scritta “La costituzione tutela la procreazione cosciente e responsabile”.
                                                  images
Caro Ministro, ha detto bene: cosciente e responsabile, peccato che abbia scelto di mettere in evidenza la parola procreazione, che è un fatto biologico di cui lei non dovrebbe minimamente preoccuparsi, né lei né tutti gli altri suoi colleghi: ciò di cui voi dovreste preoccuparvi (e presto) è come permettere a noi cittadini di occuparci dei nostri figli nel migliore dei modi, per dare loro la vita che meritano.  Come possiamo lavorare ed essere tutelati se vogliamo avere figli? Come possiamo dedicare del tempo ai nostri bambini? Come possiamo usufruire dei servizi che ci spettano per crescere i nostri figli? Come la politica può e deve venirci incontro perché possiamo prendere questa decisione nel modo più sereno possibile?
Ecco, caro Ministro, sarebbe stata più elegante e più utile una #GiornataDeiGenitoriFelici, che potesse comprendere chi fa altre scelte,  chi è meno giovane, perchè il mio utero trentacinquenne vale quanto quello di una ragazza di 25 anni a cui voi non permettete di trovare stabilità nella vita. E sarebbe stato più delicato verso chi una fertilità non può nemmeno permettersela.