Viaggio di un’esordiente nel mondo dell’editoria

libri-editoria

Oggi vi racconto un viaggio, uno di quei viaggi con una partenza per definizione molto precisa, ma senza meta. E forse senza biglietto di ritorno. Vi racconto il mio personale viaggio -tutt’ora in corso- nel mondo dell’editoria italiana, nella speranza che possa essere d’aiuto ai tanti aspiranti scrittori là fuori che inviano i loro manoscritti nella convinzione di avere tra le mani un capolavoro. Ma, prima ancora di arrivare agli scrittori, vorrei che la mia riflessione arrivasse in modi occulti a qualche editore. Sì, perché la sensazione che ho è che ci sia da lavorarci parecchio.

Mi sono imbattuta in un post su Instagram proprio questa mattina, che diceva: “The publishing world is very timid. Readers are much braver” (il mondo dell’editoria è molto timido, i lettori sono più coraggiosi). Ottimo, ho pensato: allora non è così solo in Italia. Ed è significativo che il post venga da un utente che offre consulenza agli autori per raggiungere un maggior numero di lettori utilizzando il web. Ma, ci chiediamo tutti, di questo non dovrebbe occuparsi la casa editrice?

Facciamo un passo indietro. Circa quindici anni fa ricevetti una proposta di pubblicazione per una versione ancora embrionale di Scrivi, il mio romanzo d’esordio che ha visto la luce solo quest’anno e con una versione molto differente da allora, ma tant’è. La proposta di pubblicazione mi lusingò parecchio, avevo partecipato a un concorso letterario e quello fu il risultato. Non avevo la benché minima idea di come funzionassero le cose, io, ragazzotta poco più che ventenne che veniva dalla campagna con un mazzolin di rose e viole, e pensai di aver fatto colpo sulla casa editrice. Sicuro, cara. Peccato che la casa in questione chiedesse un piccolo, modesto contributo per la pubblicazione, pari a circa due dei miei stipendi di allora. Ma, d’altra parte, tuonava la “proposta”, se l’autore non investe su se stesso, su chi dovrebbe investire? Fui costretta a rifiutare, ma lo feci a malincuore, ci tengo a sottolineare la mia dabbenaggine. Col tempo poi imparai a distinguere e capii che quello era solo l’inizio dell’epoca d’oro delle famigerate case editrici a pagamento. Che oggi, per fortuna, non incontrano più i favori del pubblico, anche e soprattutto grazie a internet, al Self Publishing e alla possibilità di far arrivare copie del proprio libro ai lettori anche senza una casa editrice vera e propria come intermediario. Penso ad esempio al servizio offerto da Amazon, al quale sono contraria per principio ma se devo proprio dirla tutta: meglio il Self Publishing che l’editoria a pagamento.

Insomma, il cliente pagante della casa editrice, in quel caso, non era il pubblico di lettori, ma l’autore. Che si trovava con parecchie copie in giro per casa ed era costretto a sbattersi per venderle e ricavarci qualcosa. Da autore a ragioniere, che brutta fine. E lo sappiamo tutti quanto la situazione sia drammatica, quanto i lettori siano diminuiti (ma rispetto a quando?) e quanto alti siano oggi i costi di pubblicazione e distribuzione. Comunque, continuiamo sulla strada: l’editoria a pagamento non riscuote più successo. Dunque, tutto risolto? Siamo tornati a una situazione felice, in cui l’editore fa una selezione di qualità e propone all’autore un contratto giusto e cerca di sostenerlo nella promozione e nella giungla della vita di quell’opera? No way. O almeno, non funziona sempre così. Non funziona quasi mai così.

Arriviamo ai giorni nostri. Finisco di scrivere il mio secondo romanzo, decido di farlo partire sul binario della fortuna? No, lo leggo e lo riscrivo. Poi soltanto dopo, forse, sarà pronto. Insomma, va bene che sto scrivendo un post che spiega quanto tanto cattive siano le case editrici e quanto tanto sfigati i poveri bravissimi autori, ma insomma: io credo innanzitutto che, prima di fargli lasciare il nostro ventre materno, il manoscritto debba essere impeccabile. A livello di contenuto, a livello di impaginazione e di refusi. Piacevole da leggere anche alla vista, giustificato e con un carattere discreto, non certo Walt Disney.  Questo lo leggerete in qualsiasi pagina delle ce dove sia possibile inviare manoscritti inediti.

images
Ecco, magari evitiamo certi font per i manoscritti

Bene, allora lui è pronto e io decido che per questa seconda pubblicazione tenterò la via del cartaceo. Perché, mi chiedete? Eh no, non chiedetelo a me, chiedetelo alla marea di gente che mi ha scartavetrato le balle chiedendo copie cartacee del mio primo romanzo. Poi va beh, c’è anche un altro motivo: io sono una lettrice compulsiva e compro talmente tanti libri su Amazon che spesso me li porta a casa Jeff Bezos in persona. Allora mi sono detta che forse sarebbe bello essere su Amazon io stessa. Ma, oltre a questo, che dio mi fulmini! Credo che, dovessi andare avanti in qualsiasi modo, rimpiangerò il lavoro prezioso, l’editing e la promozione accuratissima e appassionata di Geeko Editor per sempre. Ottimo, andiamo avanti.

Inizio a informarmi. Perché ti dicono che devi scegliere con cura le case editrici a cui mandare il tuo manoscritto, devi conoscere bene cosa fanno, che generi prendono in considerazione e non devi mandarlo a tappeto. Devi preparare una sinossi degna e accattivante, e una lettera di presentazione che al confronto Chiara Ferragni di marketing non capisce nulla. Ed è tutto verissimo. Allora io scelgo, e punto molto in alto. All’inizio. E non posso certo dire di essermi (ancora) pentita, anche perché quando e se avrò loro notizie è probabile io sia ormai da Taffo, ma nell’eventualità lascerò il loro recapito. Infatti, la triste verità è che le grandi case editrici difficilmente scelgono per il loro catalogo un totale o quasi esordiente, e se anche fosse il loro programma è già tutto occupato per gli anni a venire. Comprensibile. Allora mi sposto e scelgo le piccole-medie case editrici, le vado a scovare alle fiere, sui social network, ovunque. E inizio a preparare lettere di presentazione e a spedire. Devo dire che nel frattempo ho scoperto gioielli editoriali che altrimenti non avrei mai trovato.  E inizio a chiedermi come mai questo: forse che siano nascosti da una marea di “altro”? E capisco che posso mettermi comoda: anche con le piccole ce c’è da aspettare. Ma è giusto così: ci vuole tempo per la valutazione di un manoscritto e poi chissà quanti ne ricevono. È corretto, io voglio essere scelta per la qualità. Non voglio essere scelta per fare cassa, ed è qui che le possibilità si riducono in modo imbarazzante.

Nel giro di un mese vengo contattata da diverse case editrici, alcune piccole, alcune di proprietà di altre grandi e rinomate di cui mai farò il nome nemmeno sotto tortura, e che dicono di occuparsi di una sorta di scouting per la loro proprietaria. Alcune avevano ricevuto il mio manoscritto una settimana prima. Cristo, penso, ma non ci volevano mesi? Si dicono interessate, però, cosa vuoi che possa ascoltare oltre a questo? Nulla. Evidentemente, penso, il mio manoscritto è davvero fantastico. Sicuro, cara. E così metto da parte l’entusiasmo iniziale e inizio a cercare. Inizio a capire non solo quello che si dice su internet, ma anche a valutare, senza opinioni, il loro lavoro che è sotto i miei occhi. Quanto pubblicano? Quanti libri al mese? Quante presentazioni fanno affiancando l’autore? I loro libri sono davvero reperibili? E soprattutto, cosa dice Writer’s dream???

Una volta fatto questo e essermi fatta un’idea abbastanza chiara, vado avanti con gli appuntamenti di persona. Sì, perché le ce (case editrici) che mi hanno contattata volevano subito vedermi di persona, richiesta piuttosto strana per chi vive molto distante e soprattutto come primissimo contatto. Magari prima chiariamo due-tre cose su Skype, poi ci vediamo, che dici? No, e poi ho capito perché. Così prendo l’economicissimo trenino per Roma e mi avvio all’appuntamento ben consapevole di voler già rifiutare, ma ormai la mia missione pare non essere più quella di pubblicare il mio secondo lavoro ma scoprire ogni buio anfratto dell’editoria italiana. Al primo appuntamento mi si presenta una situazione piuttosto sconsolante: uno stretto spazio di lavoro in cui coabitano varie figure professionali. Io vengo sistemata nello stesso spazio in mezzo a persone che lavorano e lì parliamo del contratto. È chiaro come l’acqua cristallina che scende da una sorgente di montagna che nessuno lì ha letto il mio romanzo: avrei potuto chiedere “ma che ne pensate delle scene hot alla Harmony che ho messo a pagina 450?” e avrebbero risposto che andavano benissimo. Al di là delle condizioni del contratto, desolanti, ci tengono a sottolineare a più riprese che non chiedono un contributo economico. E te lo credo, mi stai praticamente assumendo come venditore porta a porta. Mi chiedono infatti di presentare un programma di varie presentazioni organizzate da me con un format innovativo di mia invenzione e che siano ovunque tranne che in una libreria. Perché??? si chiede la mia testolina ingenua: la libreria non dovrebbe essere l’ambiente naturale del libro? È che in libreria è il libraio a ordinare i libri e nel resto delle presentazioni, invece, sono io che mi sbatto per acquistarle e rivenderle alla persone presenti manco fosse una riunione della Avon. E oltretutto mi sento dire “tanto nessuno pensa di viverci con quest’attività, giusto?”

FERMI TUTTI.

Da quando pubblicare libri è diventato un hobby? Da quando fare lo scrittore è come dire faccio giardinaggio il sabato pomeriggio per rilassarmi? Si dà il caso che io abbia lasciato il lavoro per scrivere, e so che la maggior parte delle persone intorno a me crede che io dorma fino a mezzogiorno e per il resto del tempo mi gratti le balle che non ho, ma… invece, strano a dirsi, sto scrivendo e producendo materiale come una pazza e di certo non sono e non sarò mai Camilleri, ma che ca… spita, se devo pubblicare il mio romanzo per vedere il mio nome su una copertina vado in tipografia. Se devo intraprendere quest’avventura pensando che non sarà mai il mio lavoro, allora NON la intraprendo affatto. Io voglio fare la scrittrice, non voglio arricchirmi (e poi che male c’è, non lo capisco): voglio solo continuare a scrivere e pubblicare libri.

E voi editori, perché pubblicate?

Pubblicate chiunque vi mandi il suo manoscritto perché siete tipo la Caritas dell’editoria?  O perché volete vendere dei libri? Avete mai fatto una selezione qualitativa dei manoscritti che ricevete, oppure forti del fatto che non richiedete un contributo economico, vi sentite eticamente in linea col proporre a tutti la pubblicazione con un contratto di durata ridicola, un numero di copie stampate esiguo e un prezzo di copertina tale per cui l’edizione della Divina Commedia disegnata a mano da Gustav Doré diventa un economico tascabile, per coprire in ogni caso i costi di stampa? Per poi, una volta pubblicato l’autore di turno, non muovervi mai da dentro quell’ufficio: l’autore deve fare tutto da solo, promozione e presentazioni, e possibilmente anche originali perché LA GENTE SI ANNOIA. E in ufficio, si sa, devono continuare gli appuntamenti vis à vis come in una catena di montaggio, con la stessa, identica formula: proporre contratti editoriali.

Editori seri, medi, piccoli e molto piccoli, lo so che ci siete là fuori, adesso parlo contro il mio interesse: perché magari ciò che scrivo è banale e insignificante. Ma non importa, io amo troppo la letteratura per sporcarla ulteriormente. Non pubblicate tutti. È questo il problema per cui siamo portati a dire che di questo lavoro è impossibile vivere: si pubblica troppo. E molto probabilmente i lettori sono diminuiti in relazione al numero enorme di pubblicazioni che vengono fatte ogni anno. Fate selezione e fatelo seriamente. Valutate anche le intenzioni dell’autore, e nel limite del possibile accompagnatelo in questo viaggio: un autore serio verrà in ogni presentazione e fiera e si darà da fare per organizzare nuove occasioni ma dovete farlo INSIEME. Stampate un numero decente di copie e distribuitele dove è possibile. Soprattutto, pubblicate un’opera solo se credete davvero in quell’opera, prestate servizio serio di editing (cliccare qui per il vero EDITING), non una correzione di bozze! E per questa pubblicazione impegnatevi insieme all’autore per un lasso di tempo congruo, non è una pizza d’asporto che domani farà schifo.

Insomma, io continuo a insistere e attendo proposte serie. Non milionarie magari, non lusinghiere o con strade facili: io sono qui per impegnarmi a promuovere ciò che faccio e a farlo sempre meglio. Ma se tutti vengono pubblicati come pura operazione commerciale esautorando oltremodo il mercato,  come ci può essere  una possibilità per chi davvero ha qualcosa da raccontare?

Cari amici, ho finito il sermone. Forse tra un anno mi troverete in Self Publishing su Amazon e allora vorrà dire che le mie intenzioni sono andate a farsi benedire. Ma nessuno mi ha, per il momento, smosso di un millimetro dall’amore per il mio sogno e nessuno mi ha fatto provare nemmeno un briciolo di scoramento, perciò, grande mondo dell’editoria, non ti libererai di me tanto facilmente.

🙂

Presentazione Scrivi e Geeko Editor alla Confraternita dell’uva a Bologna

Venerdì 13 luglio Geeko Editor, io, Salvatore Improta e Alessandro Mambelli ci siamo ritrovati alla Confraternita dell’Uva a Bologna per un Aperitivo Letterario, durante il quale abbiamo raccontato un po’ di noi, del nostro lavoro, dei nostri progetti futuri, ma soprattutto per stare insieme e condividere un bicchiere di vino e qualche risata in mezzo ai libri.

c4baae5e-53d8-42c5-a269-6376e4733c6f
Nella foto, i tre autori emiliani di Geeko Editor, da sinistra Salvatore Improta, Alessandro Mambelli e io, Marianna Brogi

Già nel pomeriggio abbiamo iniziato a girare per Bologna, città meravigliosa piena di cultura e di ispirazioni interessanti per le nostre scritture…

 

Poi, con un po’ di emozione siamo andati alla bellissima Confraternita, un posto eccezionale per gli amanti dei libri perché, come potete vedere anche sulla loro pagina Facebook,  organizzano numerose presentazioni di libri, inoltre sono libreria ed enoteca… cosa si potrebbe desiderare di più da un luogo dove rilassarsi e fare due chiacchiere con gli amici?

 

Durante la presentazione, i nostri Fabio Antinucci e Alba Grazioli hanno raccontato del loro progetto editoriale, Geeko Editor appunto, con Lidia Verdone, il terzo membro del team che ci filmava dalla prima fila. Cos’è Geeko Editor? È una casa editrice online, social e interattiva, nata lo scorso anno grazie all’idea di questi tre fantastici ragazzi, alla loro passione e al crowdfunding su Eppela. Geeko nasce dall’esigenza, sempre crescente, di una maggiore interazione tra quelli che sono i desideri e i gusti del pubblico e le case editrici. Nasce così una community che permette agli iscritti, lettori e scrittori, di pubblicare racconti, partecipare ai contest, ma anche semplicemente leggere e votare, parlare insieme di libri e letteratura, insomma: interagire. Geeko Editor è anche, naturalmente, casa editrice e  seleziona alcuni manoscritti sottoponendoli poi al giudizio del suo pubblico. I vincitori dei contest di pubblicazione entrano nel catalogo degli eBook in vendita su Geeko, in seguito naturalmente a un attento e scrupoloso lavoro di editing. La serata è continuata con i racconti e le domande a noi Geeko autori. Il primo tra i tre eBook pubblicati degli autori presenti alla serata, Brucia di Salvatore Improta, narra una meravigliosa storia in cui dominante è la forza della creazione letteraria. Io personalmente ho molto apprezzato Brucia (potete leggere la mia recensione al link sopra), in particolare il sapiente gioco architettonico di costruzione dei vari livelli narrativi che dipanano le vite di questi giovani scrittori sullo sfondo della Bologna di vie centrali e di nebbia.

Nella famiglia Geeko siamo poi arrivati dall’Emilia Romagna anche io e Alessandro Mambelli, con i nostri Scrivi e Sunset Strip.

 

Vi ho già parlato a lungo del mio Scrivi, in ogni caso per ogni ulteriore info basta cliccare sul link sopra, oppure qui.

Sunset Strip di Alessandro Mambelli è una storia ambientata a Los Angeles, città delle luci scintillanti di Hollywood ma anche delle atmosfere decadenti e dei sogni infranti. Il suo protagonista, Paul Morry, si muove attraverso belle donne, ispirazioni letterarie e alcol. Mi riprometto di leggerlo quanto prima! Intanto, date un’occhiata anche voi all’anteprima, al link sul titolo del romanzo: molto promettente.

È stata una bella serata, ricca di risate tra amici, di racconti e di letture, di percorsi letterari differenti ma di passione comune, di luoghi narrati e sognati.

IMG_6803
il nostro pubblico presente alla Confraternita dell’Uva a Bologna

È stata in particolare una serata in cui era palpabile l’amicizia e l’empatia che c’è tra editori e autori, in quello che è davvero un lavoro intimo e importante: la condivisione delle proprie scritture. Credo fermamente che il futuro si debba fondare su progetti di questo tipo, dove la componente umana, la passione e la condivisione degli intenti superino gli interessi economici e dei grandi numeri.

a26d8f3d-34df-4231-889f-037d78bffad1

Vi invito dunque a visitare il sito di Geeko e a entrare numerosi nella community, per condividere insieme a noi questo cammino importante sulla lunga e prosperosa strada della letteratura.  Nell’attesa, naturalmente, del prossimo fantastico evento: la presentazione itinerante di Scrivi a Pennabilli, in programma per il 4 agosto presso l’Orto dei frutti dimenticati. Chi è da quelle parti, venga a farsi una passeggiata e a conoscere me e Geeko Editor! Saremo felici di avervi tra noi 🙂

IMG_6667

 

 

Le serie TV vintage su Netflix &co

Avevo già parlato di quell’atmosfera di nostalgia presente sui media ed in particolare sui social network, quel sentimento, o gusto, che ci porta a creare contenuti, a fare meme, video, creare account, e chi più ne ha più ne metta, sui bei tempi andati. Sulle mode, sugli oggetti usati in altre epoche, sui film e telefilm dei decenni passati. Naturalmente, questa tendenza influenza anche pubblicità e marketing, e ha influenzato in particolare negli ultimi tempi la creazione delle serie TV.

Torno dunque a parlare di nuovo del mio amico Netflix, di cui vi ho già parlato qui e qui. E  a quanto pare, non solo Netflix è coinvolto in questa ondata di nostalgia. Quante serie ci sono in questo momento ambientate nei decenni passati? Moltissime. Narcos a parte, che per forza di cose è ambientato negli anni 80-90, visto che parla di avvenimenti di quegli anni, anche altri soggetti vengono comunque affrontati con un’ambientazione vintage. Stranger Things ad esempio, della quale è stata pubblicata la prima serie nel luglio 2016, e che ha ottenuto grande successo di pubblico, è ambientata negli anni ’80. E’ anzi, a tutti gli effetti, un vero e proprio omaggio al cinema di fantascienza degli anni ’80, ma anche ai teen movies degli stessi anni. I suoi simpaticissimi protagonisti, armati di bicicletta, ci ricordano non soltanto i ragazzi di E.T., di Steven Spielberg,  ma anche gli amatissimi Goonies, di Richard Donner.

Così come ci ricordano tutto quel filone americano in cui protagonisti erano i ragazzi, adolescenti, alle prese con mirabolanti avventure, primi baci e musicassette da riavvolgere. Sì, perché la cosa che più mi ha colpita di questo filone filo-ottantanovanta, è l’attenzione per i particolari. Particolari che parlano non solo di un’epoca, ma anche e soprattutto del cinema di un’epoca, un’operazione dunque metacomunicativa: é il cinema – o la serie, come in questo caso- che mette in scena sé stesso. Un’attenzione maniacale e feticista, che mi dà, a buona ragione, un certo brivido nostalgico e godurioso. Un pò come lo studio particolareggiato che fece  Peter Bogdanovich per il suo L’ultimo spettacolo, film del 1971 ma ambientato nei primi anni cinquanta. Bogdanovich, da grande cinefilo qual era, volle che ogni particolare fosse curato, risalendo persino alle sigarette dell’epoca. In Stranger Things e altri film o serie TV di oggi, ritroviamo quindi le musicassette che hanno accompagnato la nostra infanzia o adolescenza, il rito del loro inserimento nello stereo e i tasti Play, Rewind, Eject. Quelle piccole cose che ci sembrano lontane anni luce, e per questo molto affascinanti. Vediamo i telefoni con i fili, le cabine telefoniche, il videoregistratore, le videocassette, le TV a tubo catodico. Siamo quindi di fronte ai media nuovi, moderni, che ci raccontano dei vecchi media. E tutto ciò ci evoca atmosfere così rassicuranti e confortanti. Per non parlare dell’abbigliamento e delle pettinature. I particolari, in questo caso, sono molto curati ed evocativi anche in Narcos, con i maglioni di Pablo. E tutto concorre a creare nuovamente mode, le immagini diventano iconiche e sono diffuse sui social network e, immancabilmente, vendono. Quanti maglioni blu con l’ancora sono stati lanciati sul mercato dopo la messa in onda di Narcos?

Voglio segnalarvi inoltre, sempre a proposito di Stranger Things, il cortometraggio girato con l’attrice protagonista, dal titolo Yes God Yes, ambientato negli anni ’90 e che narra i primi approcci alla masturbazione da parte di una giovane studentessa cattolica alle prese con le primitive, rozze e arcaiche – almeno secondo il nostro occhio di oggi- chat.

Anche in Italia non mancano esempi di interesse per il nostro recente passato, anche se da un punto di vista maggiormente impegnato, e forse meno metacomunicativo poiché non citazioniste rispetto al nostro cinema. Segnalo infatti le serie 1992 e 1993, da un’idea di Stefano Accorsi, ma questa volta in onda su Sky.

Sul genere impegnato, come riflessione sulla Guerra Fredda, a cui comunque non manca avventura e sentimento, una nota di merito va alla serie The Americans, di casa FX Networks, pluripremiata. La serie narra le vicende di due spie del KGB che vivono in incognita a Washington DC negli anni 1980-1984, era reaganiana, e che tramano alle spalle della Casa Bianca. Non è solo l’intreccio ad essere interessante e a tenere sul filo del rasoio puntata dopo puntata, ma anche l’atmosfera paranoica e tesa della Guerra Fredda, della dicotomia tra Oriente ed Occidente, con particolari e ambienti curati fin nei dettagli.

E’ una storia che si ripete, come un loop infinito: al cinema, all’audiovisivo, alle storie da raccontare, piace parlare del passato, ma soprattutto celebrarlo e sognarlo. Intanto, aspettiamo di vedere la seconda serie di Stranger Things.

Web reputation, digital branding e risposte

branding

In questo post parliamo delle risposte sbagliate che ci capita di ottenere nel commercio, online ma anche no, e che spesso determinano una cattiva reputazione, oppure peggio ancora, una cattiva web reputation. Come migliorare il proprio digital branding anche attraverso risposte mirate.

Vi presento alcune esperienze avute come cliente, come compratore, quindi dal punto di vista di colui che vuole fare l’acquisto, e non deve essere convinto, è già interessato. Ma come fare a far scappare un buyer pronto all’acquisto? E’ facilissimo. Proviamo quindi a vedere, insieme a voi, quali possono essere gli atteggiamenti e le parole che nuocciono gravemente alla vendita, dette e scritte da coloro i quali operano nel commercio. Commercio digitale, prima di tutto, perché ciò che scrivi su Internet è indelebile e va a costruire la tua web reputation, con tutto ciò che ne consegue. Ma anche il commercio vecchio stampo, quando entri in un negozio ad esempio. Certo, in un negozio, di persona, è meno grave per l’attività, ciò che dici non viene registrato e possono essere poche persone a sentirlo. Al contrario, ciò che scrivi su Internet, come rispondi al cliente che ti fa domande via mail o sulla pagina Facebook, è estremamente più importante e più gravi sono le conseguenze. Insidiose, quanto meno. Il digital branding è fatto anche di queste piccole cose.

Vorrei che questo mio post non fosse unidirezionale, da me a voi, ma che possa essere l’inizio di  una raccolta di esperienze. Sono certa che quello che sto per raccontare è capitato anche a voi, magari avete qualche screenshot da mostrare, avete scritto a qualcuno su Internet, via mail, su Facebook, Instagram, Twitter, e avete ricevuto risposte ambigue/maleducate/fuorvianti da condividere con me? Si è chiuso tutto il vostro interesse per un atteggiamento sbagliato? Condividete con me.

Inizio da un’esperienza avuta di persona, circa un anno fa, per la quale ancora rido. Entro nello store di un rivenditore importante di servizi per la telefonia, in via Ugo Bassi a Bologna. Entro, decisa a chiedere informazioni sulla connessione tramite fibra ottica. Il venditore mi guarda, mi chiede dove vivo e alla mia risposta esclama: “Ma in provincia la fibra non arriverà MAI“. Mi sono vista improvvisamente nei panni di Gandalf il bianco contro Saruman che tuona, dall’alto della torre di Mordor: Non avrai MAI l’anello!

Lo-Hobbit-La-desolazione-di-Smaug-di-Peter-Jackson-con-Ian-McKellen-Martin-Freeman-Richard-Armitage-Ken-Stott-Evangeline-Lilly-streaming-Gandalf-Dol-Guldur
io che cerco di respingere il MAI del venditore

Ironia a parte, il suo tono è lapidario, il “mai” mi mette con le spalle al muro, mi preclude qualsiasi possibilità. Al di là del contenuto del suo messaggio, assolutamente discutibile, dato che con un pò di tempo abbiamo ottenuto connessioni impensabili ovunque, è quel MAI, e il tono apocalittico che implica, ad essere fuori luogo in un rapporto di tipo commerciale. Forse avrebbe potuto vendermi altro, forse avrebbe potuto instaurare con me un rapporto di fiducia, forse sarai ritornata. Ma queste basi sono state cancellate con un MAI raggelante.

Andiamo avanti con una ben più grave esperienza online, che si commenta da sola:

Cattura

Non arriverà più? Ne sei proprio sicuro? Il fido Amazon ha trovato per me, perché li avevo salvati nella wishlist, libri introvabili, pubblicati 50 anni fa e mai più messi in commercio. Sì, sottolineo per me, perché quando salvi qualcosa sulla tua wishlist e poi il sito/venditore lo trova e te lo propone, tu senti che è proprio accaduto un fatto personale, anche se così, lo sappiamo bene, non é. E’ l’esperienza intima che si crea col commercio online, sempre più personalizzato. E se sei proprio sicuro di non potermi fornire ciò che io cerco, mai, neanche in futuro (?), dato che ti scrivo perché voglio fare un acquisto, non potresti ad esempio rispondere rassicurandomi che mi avviserai, qualora il prodotto torni ad essere disponibile, ed offrendomi al contempo anche tutto quello che la tua attività sono certo possa offrirmi, al posto di ciò che cerco? Forse non troverò niente che mi interessi, al momento. Ma la tua gentilezza e disponibilità, la vasta offerta che mi proponi, la professionalità, resteranno impresse nei miei ricordi e probabilmente tornerò ad interpellarti. Naturalmente, ricevendo una risposta del genere, eviterò anche futuri acquisti. Non sembri così interessato a vendere, e d’altra parte, io buyer sono corteggiato da molti venditori molto più disponibili e simpatici. Perché l’acquisto, ricordiamo sempre, non finalizza solo l’oggetto, ma oggi più che mai diventa ESPERIENZA ED EMOZIONE, dunque empatia, rapporto di fiducia, scambio di informazioni, non solo di denaro.

Quegli stereotipi da abbattere con la lupara

“L’età della simulazione comincia con l’eliminazione di tutti i referenti – peggio: con la loro resurrezione artificiale in un sistema di segni, che sono una materia più duttile dei significati perché si prestano a qualsiasi sistema di equivalenza, a ogni opposizione binaria, e a qualsiasi algebra combinatoria. Non è più una questione di imitazione, né di duplicazione o di parodia. È piuttosto una questione di sostituzione del reale con segni del reale; cioè un’operazione di cancellazione di ogni processo reale attraverso il suo doppio operazionale. […] sarà un iperreale, al riparo da ogni distinzione tra reale e immaginario, che lascia spazio solo per la ricorrenza di modelli e per la generazione simulata di differenze.” (Jean Baudrillard – Simulacres et simulation)

Semplificando le parole di Jean Baudrillard,  con l’espressione “la precessione del simulacro” si fa riferimento a ciò che è avvenuto nell’epoca del grande consumo dei prodotti mediali e di massa, ovvero il concetto secondo cui l’immagine che è stata costruita di qualcosa o qualcuno, diventi la sua realtà perché conosciuta come tale, l’immagine si sostituisce quindi al reale.

Considerando questo, e tutto ciò che ne consegue, è doppiamente imbarazzante il fatto che dei professionisti abbiano scelto, nel 2017, questa foto per presentare la città di Taormina, scelta come sede del G7, alla stampa estera:

132302433-d34de710-0ed5-4fc7-b28b-4fb271289475

Prima di parlare dell’immagine, vediamo brevemente il fatto, raccontato dal Corriere qui. Matteo Renzi annuncia, lo scorso anno, che il G7 si sarebbe tenuto a Taormina, messaggio forte, per mettere in luce la Sicilia e rilanciarne l’economia e l’immagine. Un anno dopo, il Governo mette a disposizione dei media stranieri un app all’interno della quale, tra le immagini rappresentative da poter usare per i loro articoli, l’immagine di cui sopra. La vogliamo rilanciare questa Sicilia, o affossare definitivamente sotto i colpi degli stereotipi radicati su questa regione, così come sul Sud e sul nostro Paese intero? Naturalmente, dopo aver ricevuto un mare di critiche, il Governo fa togliere l’immagine. Ma il Corriere utilizza l’immagine sopra per un parallelo eccellente ed estremamente efficace:

comboCoppola-kvLC-U433001073190839SfC-656x249@Corriere-Web-Sezioni

L’uomo con la coppola è lo stereotipo un pò vecchiotto ed inflazionato, che ne Il Padrino di Francis Ford Coppola tanto funzionò. Certo, eravamo nel 1972 e si metteva in scena una Sicilia post seconda guerra mondiale, che dava riparo al figlio del padrino all’interno di un clan mafioso. Nonostante il contesto fosse fortemente indirizzato e parlasse essenzialmente di mafia, l’immagine intera degli italiani ne risentì, non solo in questo e per questo film, ma in generale nei media stranieri, legandosi indissolubilmente all’uomo con la coppola, che non era solo vezzo d’abbigliamento, ma che rappresentava molto di più. L’uomo con la coppola rappresenta il mafioso, l’uomo al limite della malvivenza e della latitanza, di poche parole e anche un pò ignorante, vestito di scuro, che si gira a guardare lascivamente, e anche un pò seduttivamente, le donne che passano. E’ l’uomo dell’immagine scelta per l’app del Governo. Veste abiti fuori moda, come se la Sicilia e l’Italia intera fossero rimasti al dopoguerra, fuma, veste i panni della maschera machista e maschilista dell’uomo italiano. Uomo e donna nell’immagine sono all’opposto, figurativamente, plasticamente e cromaticamente. Uno all’estrema destra, l’altro all’estrema sinistra. Linee dure e diritte per l’uomo, morbide e arrotondate per la donna, ad iniziare dal sorriso all’insù e dall’ombrellino vezzeggiante. Colori scuri per lui, colori accesi e caldi per lei. Lei veste il rosso della passione, lui non resiste e la guarda non con ammirazione, non con simpatia, non con amore: con desiderio. Il connubio classico, uomo italiano conquistatore e maschilista. Tant’è che lei abbassa lo sguardo, le farà piacere? Sarà intimidita? Non lo sappiamo, in questa foto è presente anche lo stereotipo sulla donna che deve tenere nascosto il suo pensiero (ed il suo sguardo), per salvaguardare l’onore, insomma abbiamo tutti gli stereotipi sugli italiani, in particolare del Sud. Stereotipi che, se cinquant’anni fa erano ancora perdonabili e facevano un pò folklore, oggi è tempo di cancellare. Di abbattere appunto, a colpi di lupara.

Ma chi meglio del nostro Governo dovrebbe e potrebbe accollarsi l’onere e l’onore di svecchiare la nostra immagine? Se non partiamo noi a vederci con occhi diversi, e rappresentare di conseguenza la nostra immagine in modo nuovo, con i valori che vorremmo, con l’uguaglianza e il grado di progresso che i rapporti hanno raggiunto in questi decenni, come possono farlo gli altri? Gli altri, i media esteri, già drogati da decenni di stereotipi su di noi.

Poi, scrivendo poco sopra che abbiamo fatto progressi nei rapporti sociali, mi vengono in mente tutti i femminicidi che avvengono, in continuazione. Dicevamo, la precessione del simulacro? L’immagine, di cui sopra, ha preso il posto della realtà.

#FertilityDay 2: la vendetta

Ricorderete tutti la polemica di qualche settimana fa sulla campagna promossa dal Ministero della Sanità #FertilityDay, che aveva provocato reazioni da ogni parte, ma soprattutto aveva portato il ministro Lorenzin ad affermare  “La campagna non è piaciuta? Ne faremo un’altra.” Ovvero: la pasta con le sarde non v’è piaciuta? Vi cucino qualcos’altro. Ed eccoci qua, qualche settimana dopo, al famosissimo FertilityDay – che è oggi, 22 settembre- con QUESTO:

 

14449861_10154044548852545_7428619525043908449_n

Ora io mi chiedo, secondo la Lorenzin, cosa non ci era piaciuto della campagna? I colori? I modelli? Non so, il riferimento al letto, o al tempo che passa? Forse non è stato abbastanza chiaro che è l’intera campagna che è un enorme, gigantesco errore istituzionale, dato che non ci sono appigli sociali per poter invitare a PROCREARE, nel modo più rude e puerile. Non è forse chiaro che non ci permettete di fare figli? Evidentemente no. E continuando imperterriti sulla via del pastiche, ecco che sfornano l’opuscolo di cui sopra, che è un altro, gigantesco errore, che non cerca nemmeno di arrampicarsi sugli specchi aggiustando il tiro, no! Fa ben di peggio, apre un altro, ancor più terribile contenzioso, perchè di stampo marcatamente razzista.  Il ministero contrappone nella stessa immagine due scene differenti, due situazioni differenti, sottolineando con la luce la scena nella parte superiore come “buone abitudini da promuovere” e quella sotto come “cattivi compagni da abbandonare”. Peccato che i due gruppi siano contraddistinti da una grossa differenza etnica, biondi e fortemente ariani quelli sopra, e di colore, con capelli afro e “meticci” quelli sotto. C’è uno strappo tra le due immagini, come se fossero inconciliabili, e quella sotto è stata ombreggiata con un effetto seppia volto a renderla qualcosa di “oscuro”, “sporco”, volutamente opposto alla luce del sole dell’immagine sopra. In men che non si dica le due immagini sono state scoperte su Google :

cattura

La prima, a sinistra, quella delle cattive abitudini, fa parte della campagna Narconon contro l’abuso di sostanze stupefacenti promossa da Scientology, come scrive Roberto Saviano sulla sua pagina Facebook, ma ben visibile semplicemente anche facendo una ricerca per immagini su Google. Brivido lunga la schiena: Scientology? Ma chi ha scelto la foto, ha valutato la fonte? Lo sanno che si tratta di una setta? La seconda proviene da una pubblicità di impianti dentali. Ma chi ha scelto le immagini? Quale ufficio comunicazione fa una superficiale ricerca di immagini su Google e sceglie a casaccio, per di più con riferimenti  e opposizioni razziali? Ma nemmeno io per il mio blog (letto da 4 gatti di cui due sono i miei genitori, uno è mio marito e una sono io) scelgo le foto come se dovessi fare il volantino della scuola, figuriamoci se può permetterselo un ufficio di comunicazione istituzionale, nell’era del Web!

La campagna col sapore di regime dunque continua, questa volta tiriamo in ballo persino la razza ariana, inneggiandola a comportamento corretto da seguire. Ma, come dice il buon Roberto Saviano, almeno le campagne del fascismo erano belle esteticamente:

14372402_10153956754926864_1353584770070875344_o

Ma il contenuto è lo stesso: come se tornassimo indietro di quasi cento anni e considerassimo la società ancora in modo dicotomico, dividendola tra buoni e cattivi, tra buone e cattive abitudini, tra razza pura e razza mista, tra uomo forte e donna debole.

Non c’è verso, ed è inutile che il ministro Lorenzin corra ai ripari licenziando il direttore della comunicazione del Ministero (ma chi ha dato l’ok alla pubblicazione?) , la frattura anacronistica e irreparabile che c’è tra la società reale ,come essa si auto afferma anche attraverso i simboli e la cultura (basta fare un giretto sui social)  e i politici , le istituzioni italiane, come essi ci vedono e ci percepiscono, è quasi raccapricciante.

Immediata e barcollante la replica del Ministero alla polemica scoppiata ieri sera sui social network : “Razzismo negli occhi di chi guarda”

Un pò come dire, specchio riflesso (linguaccia provocatoria), i cattivoni siete voi.

#FertilityDay , o la riproduzione secondo il ministro Lorenzin

 

 

images

Da trentacinquenne senza figli, con utero vuoto più volte additato e accusato, mi sento personalmente offesa dal #FertilityDay ma soprattutto dal modo in cui questa iniziativa è stata rappresentata, e sono convinta di non essere l’unica.

Mi sto naturalmente riferendo all’iniziativa del Ministero della Salute chiamata appunto, con chiari riferimenti biologici, #FertilityDay

Innanzitutto l’invito a fare figli suona terribilmente “regime” e se anche vogliamo partire dal presupposto che la politica non può che augurarsi una crescita importante per il proprio paese, diciamo la verità: c’è modo e modo.
In un paese come il nostro, dove la disoccupazione giovanile è arrivata negli ultimi anni a livelli altissimi, dove ancor più preoccupante è il livello dei Neet (giovani che non studiano e non lavorano), dove non esiste assistenzialismo per le madri che lavorano, che nella migliore delle ipotesi sono minacciate di perdere il loro posto, dove mandare un figlio all’asilo nido significa impegnare mezzo stipendio (se si è fortunati, altrimenti tutto)  e corse continue per arrivare dappertutto…
Ecco, in un paese così, io partirei da ben altre iniziative, perché questa volta non mi sento di attaccare gli italiani, come spesso invece sono portata a fare: no, caro ministro Lorenzin, non siamo noi ad essere pigri e a non voler dare sfogo alla nostra fertilità nel momento giusto, siete voi che dovete darcene la possibilità, e non invitando a riprodurci clessidra alla mano, ma creando i giusti presupposti nella società, nel lavoro, nei servizi. Ma questi sono spunti che è la politica a dover approfondire, vediamo invece le infelici scelte che girano intorno alla campagna.
Utilizzando la parola “fertility” il Ministero sceglie di aprire un argomento prettamente biologico: quindi da questo #FertilityDay sono volutamente esclusi tutte/i coloro i quali hanno appunto problemi di fertilità, chi biologicamente non può riprodursi, chi ha avuto problemi di salute e non può più dare la vita, chi insomma vorrebbe essere genitore ma non può. Anzi, la signorina nella foto che ti sventola la clessidra sotto gli occhi ricordandoti che il tempo passa diventa alquanto fastidiosa per queste persone nonché inopportuna.
 182900474-fc8d2739-15fd-4c27-a372-29e5d8c621e1
 Dunque sono escluse non solo le pratiche per la fecondazione assistita, tasto assai dolente in Italia, lo sappiamo, ma anche l’adozione stessa, che invece andrebbe incentivata e possibilmente facilitata.
Le immagini scelte per la campagna sono appunto a dir poco antipatiche, a cominciare dalla foto qui sopra, e hanno subito suscitato numerose critiche nell’opinione pubblica.
L’altra immagine scelta è una goccia d’acqua che scende dal rubinetto, con la scritta “la fertilità è un bene comune”, paragonando dunque il nostro utero e i nostri spermatozoi all’acquedotto comunale.
 fertility-day-3
 Eh no cari miei, il mio utero non è un servizio alla comunità, non è un bene per il quale potete tassarmi, anche se vi piacerebbe, il mio utero è dentro me con tutti i problemi che può dare  a me e se un essere umano esce dal mio utero la questione è mia e di questo essere umano: non della comunità.
Altra foto: piedi che sbucano dalle coperte con una pallina sorridente “Genitori giovani, il modo migliore per essere creativi”. Qui non è chiaro se ci si vuole semplicemente riferire alla sessualità frizzante e creativa dei giovani, dato che è stato scelto il letto come immagine, o se la creatività è quella del post-nascita (che forse sarebbe stato di miglior gusto per la campagna), insomma non si intuisce questa creatività come dovrebbero usarla i giovani – dato che i meno giovani sono esclusi, questa è la campagna del no, tu no- secondo il Ministero: trombando come ricci o scegliendo nomi per la prole?
                                       download
Dulcis in fundo: scarpine fatte all’uncinetto con i colori della nostra bandiera e la scritta “La costituzione tutela la procreazione cosciente e responsabile”.
                                                  images
Caro Ministro, ha detto bene: cosciente e responsabile, peccato che abbia scelto di mettere in evidenza la parola procreazione, che è un fatto biologico di cui lei non dovrebbe minimamente preoccuparsi, né lei né tutti gli altri suoi colleghi: ciò di cui voi dovreste preoccuparvi (e presto) è come permettere a noi cittadini di occuparci dei nostri figli nel migliore dei modi, per dare loro la vita che meritano.  Come possiamo lavorare ed essere tutelati se vogliamo avere figli? Come possiamo dedicare del tempo ai nostri bambini? Come possiamo usufruire dei servizi che ci spettano per crescere i nostri figli? Come la politica può e deve venirci incontro perché possiamo prendere questa decisione nel modo più sereno possibile?
Ecco, caro Ministro, sarebbe stata più elegante e più utile una #GiornataDeiGenitoriFelici, che potesse comprendere chi fa altre scelte,  chi è meno giovane, perchè il mio utero trentacinquenne vale quanto quello di una ragazza di 25 anni a cui voi non permettete di trovare stabilità nella vita. E sarebbe stato più delicato verso chi una fertilità non può nemmeno permettersela.

Perchè quest’immagine continua a perseguitarci?

attacco_11_settembre

Devo essere sincera: mi turba inserire questa foto, dato che non condivido il suo uso a volte sconsiderato, ma è proprio su di essa che voglio invitare tutti quanti a fare una riflessione, una riflessione che vada al di là della lettura immediata e che provi a scoprire attraverso l’universo di immagini di cui si nutre la nostra epoca, cosa ha significato e significhi tutt’ora per noi questo aereo che punta dritto alle Torri Gemelle.

Mi riferisco naturalmente all’uso che ne ha fatto un creativo tunisino per fermare l’emorragia di turisti che scappano dopo l’attacco terroristico di Sousse. Un uso dal tono disperato, che chiede al mondo Would you stop visiting New York? tramite Facebook. Con questa pratica comunicativa si mettono a confronto due scenari molto diversi, con obiettivi e risultati molto diversi. Con questa foto si dice “ti ricordo cos’è successo a New York, guarda! (l’imperativo non è casuale, l’invito a ricordare è violento e non piacevole) Avete smesso di visitarla?” . Anzichè costruire, come dice Paola Leo nella sua riflessione, un sentimento di fiducia e credibilità, un sentimento positivo, questa pratica ci ricorda tanta negatività e chiede quasi con rabbia di tornare sui propri passi, facendomi dunque pensare a quanto quest’immagine abbia costruito nell’epoca post-moderna.

Guardando l’aereo che dritto come un fuso entra nel grattacielo, non posso non ricordare la lezione di Geografia del Prof. Farinelli, nel primissimo capitolo del suo libro “Geografia”. Egli riflette su come il pezzo di legno di Ulisse che acceca Polifemo nell’Odissea, sia la vittoria della logica contro la forza bruta. Il palo che entra verticalmente nel corpo orizzontale del ciclope, steso a terra, crea gli assi che squadrano il foglio  dell’epoca moderna e dunque della cartografia, la cui logica ha pervaso la nostra civiltà fino a giungere alla precessione del simulacro con Baudrillard. L’immagine dell’aereo che entra orizzontale nella torre che svetta e infine, la annienta, non è forse di nuovo la vittoria della forza bruta sulla logica? Tutto trasferito nell’epoca attuale, cemento e acciaio che si incontrano, la torre cade sulla fitta rete di strade di Manhattan cancellando le sicurezze del mondo intero.

L’attacco alle Torri Gemelle  lasciò sgomento il mondo allora come adesso, l’immagine dell’aereo che entra nella torre ci ha ammutoliti e continua a ricordarci ad ogni fotogramma come sia tutta questione di linee che si incontrano, questo gioco di forze che reggono la nostra realtà. L’attacco alle Torri Gemelle ha mostrato all’Occidente tutta la sua vulnerabilità, non mi sembra esagerato dire che si sia chiusa un’epoca e aperta un’altra. Di attentati ne abbiamo visti molti altri, da allora, con numerose immagini forti, di sangue e distruzione, che hanno fatto il giro del mondo attraverso TV, giornali, internet. Ma mai nessuna immagine è stato tanto utilizzata quanto questa, tanto scandagliata sulla produzione di dietrologie a volte legittime, mai immagine è stata più d’effetto ancora oggi nel tentativo di ricordare al mondo occidentale che forse la sua logica ha perso. E’ per questo che il creativo tunisino ha sbagliato, se voleva convincere gli occidentali a tornare a visitare il suo paese.

Ogni immagine racconta il fatto da un punto di vista, a volte molto convincente, ma pur sempre limitato. Quell’immagine smette poi di essere documento, smette di essere una rappresentazione e diventa simbolo, per poi diventare il fatto stesso. Dietro ad ogni attentato, quello alla Torri Gemelle prima di ogni altro, c’è una storia così complessa e oscura che è difficile chiuderla in un’immagine. Ma quell’immagine, volenti o nolenti, si sostituirà al fatto, per quanto essa sia quasi inopportuna e stridente come la soleggiata spiaggia di Sousse coperta di sangue e fiori, oppure il pervasivo (ma proprio perchè ormai consolidato) aereo che distrugge le nostre certezze. Pochissimi giorni fa ho visto questa stessa immagine in alto utilizzata su Twitter con una citazione di Walter Cronkite : “La sfida per i media del futuro è andare al di là delle immagini”. Non so se i media ci riusciranno mai, a svelare la realtà senza ricorrere alla potenza delle immagini, senza legare indissolubilmente i fatti all’immediatezza delle istantanee e onestamente, vivendo nell’epoca dell’immagine, non riesco a immaginare come questo potrebbe essere possibile. Ma, essendo una sfida, vale la pena coglierla.

Nel frattempo, sarebbe bello se le operazioni di Marketing utilizzassero, creassero, immagini positive e cariche di energia. Il passato non si cambia ed è giusto ricordarlo, ma il futuro è da fare, attraverso la fiducia.

Love Marketing, la signorina Giulia, e il ribaltamento di “nel bene o nel male purchè se ne parli”. Ne siamo usciti?

Schermata 2015-06-27 alle 17.18.06

Qualche giorno fa ho letto sul blog di Giovanna Cosenza questo post,  che veniva riproposto a distanza di anni per riprendere il dibattito sulla questione “bene o male purchè se ne parli”, grido di battaglia di molta comunicazione aggressiva. Nel panorama politico italiano pare che questo modello abbia molto seguito, dato che le strategie comunicative sono per lo più basate sul criticare e negare l’operato / le dichiarazioni / i programmi dell’avversario, donandogli così sempre più visibilità benchè se ne parli male. E’ lo stesso per il marketing e per i brand? Qualcosa cambia. Faccio questa riflessione proprio su un’operazione molto interessante apparsa sui social  pochissimi giorni fa e che mi ha molto incuriosita. E’ stata presentata il 24 giugno scorso la nuova nata di casa Alfa Romeo, Giulia. Sergio Marchionne, tenendola a battesimo, la definisce “la quintessenza di ciò che la gente si aspetta da un marchio glorioso come questo”, e il Fatto Quotidiano annuncia la sfida alle tedesche, interpretando un commento di Wester durante la presentazione. Quale occasione migliore, per le tedesche e non solo, di farsi sentire? E in quale modo, parlando male della Giulia? Sarebbe stato di pessimo gusto da parte di signore attempate, nobili, e quantomeno rispettose come BMW o Mercedes fare commenti poco carini e per nulla corretti nei confronti di una giovane fanciulla. Anche scegliere di non commentare, davanti ad un evento così pubblicizzato, atteso, e soprattutto così social, non sarebbe stato apprezzato. Nell’era dei social ognuno deve dire la sua, ponderandola con attenzione, ma la chiave è esserci. Così, non per mancanza di critiche (avrebbero comunque trovato qualcosa da dire), queste signore hanno scelto una strada estremamente brillante e vantaggiosa : parlare bene. Rovesciando così un vecchio paradigma che non si addice più al marketing fresco, nuovo, etico che sta prendendo vita sui social e sul web in generale, e che sempre più plasma la nostra realtà. Parlare male del concorrente, o non parlarne affatto, non è più vantaggioso: non sono più le grandi potenze a decidere cosa dobbiamo scegliere, è l’utente, sempre più attivo, a decidere, a scegliere. E l’utente non apprezza il marketing aggressivo, predilige una tranquilla e corretta concorrenza, che gli lasci facoltà di decidere e che lo faccia sentire “amato”, coccolato. Anche perchè poi commenta, con lame affilate.

L’utente vuole riconoscere nel marchio che sceglie delle persone, non logiche di mercato, capaci quindi di sentimenti, apprezzamenti sinceri, di valutazioni non legate al denaro. Cosa ben compresa da FCA, che definisce infatti Giulia come il risultato del lavoro di un team di appassionati, e non un prodotto industriale, quasi come se ci raccontassero che l’hanno montata in garage dopo il lavoro e nei week end. Ecco dunque BMW che dichiara  “Ecco una berlina che può far pensare due volte prima di acquistare una BMW”. Prendendo elegantemente due piccioni con una fava: facendo un complimentone alla Giulia, notando con ammirazione il suo arrivo, e aggiungendo comunque che loro sono sempre in cima alla classifica nel cuore del guidatore. Anche sul blog, riferimenti a cuore ovunque : è amore.

Segue poi Mercedes, ancor più “amorevolmente”, con un tweet che sprizza gioia da tutti i pori. Quasi come quando scriviamo qualcosa di carino su un amico, Mercedes dà il benvenuto a Giulia “Finalmente torniamo a correre insieme”. Bello, semplice, esprime in pochissime parole l’azione, richiama il senso di libertà, che è ciò che dovrebbe sempre esprimere l’auto e la guida, al di là di qualsiasi segmento di lusso o di prezzo, ed è anche un invito a correre insieme, per gareggiare, per vincere, e perchè in fondo non è più bello avere concorrenti degni?

E ancora Ford, che addirittura fa arrossire la Giulia ( come si addice ad una giovane fanciulla per nulla sfacciata) ricordando Henry Ford che si toglieva il cappello di fronte ad Alfa Romeo. Giulia oltre ad arrossire, risponde “così ci scaldi il cuore”. Tutto è possibile sui social, persino amoreggiare tra multinazionali rombanti. Non c’è bisogno di inviarsi comunicazioni private, anzi, è d’obbligo scambiarsi battute e complimenti di fronte a tutti, perchè da loro ci aspettiamo comportamenti etici, prima di sceglierli.  Diciamoci la verità, tutto questo amore nel marketing, e chi se lo sarebbe mai aspettato?

Questo conferma che tutti abbiamo bisogno di amore, anche il marketing.