Se il muro di Berlino fosse caduto

Di collaborazione in collaborazione, eccone un’altra:

il mio racconto inedito dal titolo Se il muro di Berlino fosse caduto è online su Scripta.blog, il portale dello storytelling.

Conoscete la mia passione per la vecchia cortina di ferro e l’interesse per i paesi sotto egida sovietica, vero? Ve ne ho già parlato qua e qua e se date un’occhiata in generale alla sezione I miei viaggi troverete spunti interessanti.

Potete leggere il racconto qua.

Grazie agli amici di Scripta!

I personaggi di Scrivi: Marcello

Marcello

Siamo arrivati alla fine di questo viaggio alla scoperta dei personaggi di Scrivi, il mio romanzo d’esordio!

Nelle ultime settimane vi ho presentato Dorotea, Celeste e Igino attraverso le illustrazioni di Federica Giglio 

Concludiamo con un personaggio fondamentale, Marcello. Ho scelto di mostrare Marcello con due colori, perché  è presente in Scrivi in due momenti: un prima e un  dopo, che corrispondono a due differenti dimensioni. Quali? Non vi rovino la sorpresa, scopritelo cliccando sui link in fondo a questo post.

Marcello è  un bambino coscienzioso che accoglie le stranezze di Dorotea. In seguito diventa un adolescente irrequieto e solare, che le parla con lo sguardo e le risate in una lingua che solo loro conoscono. Marcello cambia per sempre la vita di Dorotea e le si lega a filo, accompagnandola in un processo intenso di presa di coscienza. È attraverso un continuo dialogo con lui, mai interrotto, che la protagonista trova infine la chiave racchiusa nel titolo del romanzo. 

Nell’illustrazione  Marcello, col suo sorriso e la sua voglia di vivere.

“𝑺𝒕𝒓𝒂𝒏𝒈𝒆 𝒘𝒐𝒓𝒍𝒅 𝒎𝒊 𝒓𝒊𝒆𝒎𝒑𝒊𝒆 𝒍𝒂 𝒎𝒆𝒏𝒕𝒆 𝒅𝒊 𝒂𝒄𝒒𝒖𝒂 𝒂𝒍𝒍’𝒐𝒅𝒐𝒓𝒆 𝒅𝒊 𝒄𝒍𝒐𝒓𝒐, 𝒒𝒖𝒂𝒏𝒅𝒐 𝒍’𝒂𝒔𝒄𝒐𝒍𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒏𝒖𝒐𝒗𝒐, 𝒂𝒅𝒆𝒔𝒔𝒐, 𝒅𝒐𝒑𝒐 𝟏𝟖 𝒂𝒏𝒏𝒊. 𝑺𝙩𝙧𝙖𝙣𝙜𝙚 𝙬𝙤𝙧𝙡𝙙, 𝙥𝙚𝙤𝙥𝙡𝙚 𝙩𝙖𝙡𝙠 𝙖𝙣𝙙 𝙩𝙚𝙡𝙡 𝙤𝙣𝙡𝙮 𝙡𝙞𝙚𝙨. V𝒆𝒅𝒐 𝒍𝒆 𝒈𝒐𝒄𝒄𝒊𝒐𝒍𝒊𝒏𝒆 𝒏𝒆𝒈𝒍𝒊 𝒐𝒄𝒄𝒉𝒊, 𝒊𝒍 𝒔𝒐𝒍𝒆 𝒄𝒉𝒆 𝒑𝒊𝒄𝒄𝒉𝒊𝒂, 𝒆 𝒔𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒍𝒆 𝒏𝒐𝒔𝒕𝒓𝒆 𝒓𝒊𝒔𝒂𝒕𝒆. 𝑬𝒓𝒂𝒗𝒂𝒎𝒐 𝒓𝒂𝒈𝒂𝒛𝒛𝒊𝒏𝒊, 𝒄𝒓𝒆𝒅𝒆𝒗𝒂𝒎𝒐 𝒔𝒂𝒓𝒆𝒎𝒎𝒐 𝒗𝒊𝒔𝒔𝒖𝒕𝒊 𝒑𝒆𝒓 𝒔𝒆𝒎𝒑𝒓𝒆.” 

Vi invito a seguirmi anche sui social network: @marianna.brogi su Instagram e alla mia pagina Facebook Marianna Brogi scrittrice.

Se i suoi personaggi vi hanno incuriosito, Scrivi è acquistabile sul sito dell’editore Geeko Editor oppure anche su Ibs

I personaggi di Scrivi: Igino

Igino

Ecco a voi un altro personaggio di Scrivi, il mio romanzo d’esordio!

Nelle ultime settimane vi ho presentato Dorotea e Celeste attraverso le illustrazioni di Federica Giglio 

Questa settimana è la volta di Igino

Igino è un affascinante marinaio che ama il suo lavoro in Marina e colleziona una donna in ogni porto. Mentre in Russia i bolscevichi prendono il potere, Igino in Italia è un vero comunista che spera possa accadere lo stesso nel suo Paese, ma il fascismo  prima e la Guerra poi frenano il suo entusiasmo. Igino incontra Celeste e decide che sarà lei l’angelo del suo focolare, poi  giunge a Pennabilli e s’innamora perdutamente della Madonna delle Grazie, il cui quadro è presente nella Chiesa di Sant’Agostino, rigato da antiche lacrime: le promette di tornare in età da pensione per stare accanto a lei per sempre. Cosa dite, Celeste sarà felice?

Nell’illustrazione  Igino, la devozione alla Madonna e al Comunismo bolscevico.

“𝒎𝒊 𝒑𝒊𝒂𝒄𝒆 𝒑𝒆𝒏𝒔𝒂𝒓𝒆 𝒂 𝑰𝒈𝒊𝒏𝒐 𝒄𝒐𝒎𝒆 𝒂𝒅 𝒖𝒏 𝒗𝒆𝒓𝒐 𝒑𝒆𝒓𝒔𝒐𝒏𝒂𝒈𝒈𝒊𝒐 𝒅𝒆𝒍 𝒔𝒆𝒄𝒐𝒍𝒐 𝒔𝒄𝒐𝒓𝒔𝒐, 𝒄𝒉𝒆 𝒓𝒂𝒄𝒄𝒉𝒊𝒖𝒅𝒆 𝒊𝒏 𝒔é 𝒍𝒆 𝒈𝒓𝒂𝒏𝒅𝒊 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒂𝒅𝒅𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒅𝒊 𝒖𝒏’𝒆𝒑𝒐𝒄𝒂 𝒅𝒊 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒆𝒕𝒕𝒂𝒏𝒕𝒐 𝒈𝒓𝒂𝒏𝒅𝒊 𝒆 𝒄𝒐𝒏𝒕𝒓𝒂𝒔𝒕𝒂𝒏𝒕𝒊 𝒔𝒗𝒐𝒍𝒕𝒆.”

Per non perdervi nemmeno un’illustrazione, vi consiglio di seguirmi anche sui social network: @marianna.brogi su Instagram e alla mia pagina Facebook Marianna Brogi scrittrice.

Scrivi è acquistabile sul sito dell’editore Geeko Editor oppure anche su Ibs

I personaggi di Scrivi: Celeste

Celeste

Ecco a voi l’altra co-protagonista di Scrivi, il mio romanzo d’esordio!

La settimana scorsa ho iniziato la carrellata di personaggi con Dorotea, attraverso le illustrazioni di Federica Giglio 

Questa settimana è la volta di Celeste

Celeste nasce a Pennabilli nel 1914, in piena Grande Guerra, e attraversa il Novecento: la fame, la povertà, una drammatica Seconda Guerra e poi la ricostruzione, il boom economico e i cambiamenti sociali della seconda metà del secolo. Celeste si sposta di città in città lungo le coste d’Italia e poi si ritrova di nuovo a Pennabilli, nei primi anni ’80, dove la sua storia intreccia quella di Dorotea e vi si lega per sempre.

Nell’illustrazione Celeste e Dorotea durante una delle loro avventure alla scoperta di Pennabilli e dintorni, tessendo insieme storie ed emozioni.  

“𝑳𝒂 𝒃𝒂𝒎𝒃𝒊𝒏𝒂 𝒅𝒆𝒄𝒊𝒅𝒆𝒗𝒂 𝒐𝒈𝒏𝒊 𝒎𝒐𝒔𝒔𝒂, 𝒆 𝒍𝒂 𝒔𝒊𝒈𝒏𝒐𝒓𝒂 𝒅𝒊𝒗𝒆𝒓𝒕𝒊𝒕𝒂 𝒍𝒂 𝒔𝒆𝒈𝒖𝒊𝒗𝒂. 𝑳𝒂 𝒃𝒂𝒎𝒃𝒊𝒏𝒂 𝒍𝒆 𝒄𝒉𝒊𝒆𝒅𝒆𝒗𝒂 𝒔𝒆𝒎𝒑𝒓𝒆 𝒅𝒊 𝒓𝒂𝒄𝒄𝒐𝒏𝒕𝒂𝒓𝒆. 𝑬 𝒄𝒐𝒔ì, 𝒄𝒂𝒎𝒎𝒊𝒏𝒂 𝒆 𝒄𝒂𝒎𝒎𝒊𝒏𝒂, 𝒍𝒆 𝒓𝒂𝒄𝒄𝒐𝒏𝒕𝒂𝒗𝒂 𝒍𝒂 𝒔𝒖𝒂 𝒔𝒕𝒐𝒓𝒊𝒂, 𝒎𝒂 𝒂𝒏𝒄𝒉𝒆 𝒎𝒊𝒍𝒍𝒆 𝒂𝒍𝒕𝒓𝒆.” 

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Vi presento i personaggi di Scrivi: Dorotea

Dorotea

Eccola, la (co)-protagonista di Scrivi, il mio romanzo d’esordio! 

È con lei che ho deciso di inaugurare una serie di presentazioni, sui miei social e qui sul blog, dei personaggi del mio romanzo. Per meglio descriverli, mi sono avvalsa della mano artistica di una bravissima illustratrice, Federica Giglio 

Federica ha risposto con entusiasmo alla mia proposta di collaborazione e ha cercato di calarsi dentro ogni personaggio, riuscendo in pieno a coglierne l’essenza e il colore. Per ognuno, infatti, abbiamo scelto insieme una gradazione di colore. 

Ne presenteremo uno a settimana, anche se nell’ultima, visto che arriva Babbo Natale, sarò più buona e ve ne regalerò ben due 😉

Per raccontare Dorotea, che attraversa le sue città preferite e ne rimane incantata, abbiamo scelto i colori caldi e solari delle strade di Los Angeles.

Attraverso le pagine di Scrivi, Dorotea parte dall’età adulta e ripercorre a ritroso la sua infanzia e la sua adolescenza vissute con due persone speciali che non ci sono più. Questo le fa molto male: Dorotea si trova in crisi, una crisi che è prima di tutto quella economica del 2008, ma anche crisi professionale e personale. Dorotea vorrebbe spiccare il volo e dedicarsi al suo sogno: scrivere. Ma ha ancora paura, la società con i suoi modelli e prescrizioni la paralizza di responsabilità e diktat. Attraverso il dialogo con le persone care che non ci sono più e intraprendendo i suoi viaggi, Dorotea cerca il CORAGGIO per volare alto…

“𝑴𝒂 𝒊𝒐 𝒉𝒐 𝒖𝒏’𝒂𝒏𝒊𝒎𝒂 𝒇𝒓𝒂𝒎𝒎𝒆𝒏𝒕𝒂𝒓𝒊𝒂, 𝒎𝒐𝒍𝒕𝒆𝒑𝒍𝒊𝒄𝒆, 𝒊𝒐 𝒏𝒐𝒏 𝒔𝒐 𝒒𝒖𝒂𝒍 è 𝒍𝒂 𝒗𝒆𝒓𝒊𝒕à 𝒏é 𝒍𝒂 𝒓𝒂𝒈𝒊𝒐𝒏𝒆. 𝑰𝒐 𝒗𝒊𝒗𝒐 𝒔𝒖𝒍𝒍𝒂 𝒔𝒖𝒑𝒆𝒓𝒇𝒊𝒄𝒊𝒆 𝒅𝒊 𝑳𝒐𝒔 𝑨𝒏𝒈𝒆𝒍𝒆𝒔.”

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Day 7: Geeko Writing Week 18. Cronache del treno (e dei giovani galanti)

Mea culpa! Non troverete i giorni 4, 5 e 6 perché li ho saltati, ero infatti super impegnata a Bottega Finzioni 😉 

Cronache del treno (e dei giovani galanti)

È un freddo boia. Anzi, in questo giorni di gelo improvviso dopo un novembre quasi estivo, mi viene in mente un modo di dire che credo sia tipico delle mie parti in Romagna: un freddo birbone. Oppure è di qualche altra parte ma io faccio spesso dei miscugli degni di nota, tra il dialetto dell’entroterra romagnolo e i modi di dire di Bologna.

Un freddo birbone, come se il freddo fosse lì che sghignazza malefico e si viene a insinuare sotto la giacca e tra i capelli e ti soffia sulla pelle un gelido alito d’inverno.

Sono già vestita come l’omino Michelin e sto camminando in velocità per arrivare a prendere il treno in stazione. Ha piovuto, ma fa talmente freddo che le mattonelle all’interno del piazzale ovest mi sembrano gelate, ricoperte da un sottile strato luccicante. Alzo la testa e guardo il cielo: è un cielo da neve. Mi scaldo le mani dentro le tasche e, nel buio della banchina malamente illuminata, mi affaccio a vedere se questo treno arriverà. È già in ritardo, ma la prendo con filosofia. Nelle attese dei treni c’è sempre qualcosa d’ importante da fare che altrimenti non farei. Tipo guardare le persone e immaginare le loro vite. Nei grumi di un mascara mal dato io ascolto una gran quantità di racconti. Nella macchia di caffè sul maglione poco stirato ne ascolto altrettanti e tante altre ce ne sono intorno che mi chiamano e io quasi non riesco a starle a sentire tutte. Se ve lo state chiedendo, sì, noi scrittori siamo davvero dei pettegoli. Ma non è che le storie ci interessino per fare delle chiacchiere, solitamente non ce ne frega niente e parlare con la gente è anche piuttosto stancante, ma dobbiamo carpire particolari e poi vedere se le storie che scriviamo noi possono essere altrettanto incredibili. O soltanto così tanto umane come lo sono nella realtà.

Il treno si avvicina. È sgraziato nella sua forma e procede sbuffando. Ma i treni a vapore non ci sono più, questo me lo sono solo immaginata.

Le persone corrono alle sue porte come se fosse l’ultima cosa da fare sulla terra. Sembra quasi che il treno si debba fermare solo per un centesimo di secondo e quindi tutti sono costretti a fare a botte per salire, sembra. Per accaparrarsi un posto in quel centesimo di secondo e poi anche sul treno. Per tornare a casa o andare da qualsiasi altra parte.

Io resto un po’ indietro e aspetto che siano saliti quasi tutti. Appena la porta si apre, la fiumana di gente che deve scendere si ritrova un muro davanti e di solito deve fare a botte anche per scendere. Sono momenti di panico puro in stazione.

Mi avvicino timidamente al capannello di gente che sta spingendo per salire, restando indietro. Alla fine sono riusciti a far passare quelli che devono scendere e ora, coltello tra i denti, devono trovare posto. Abbastanza distante da me c’è un giovane militare, vestito con la mimetica dell’esercito italiano, quella abbastanza brutta. Lo guardo in viso e mi domando chi è il delinquente che lo ha arruolato nell’esercito, il suo viso glabro e dai tratti delicati mi fa pensare a un dodicenne.

In quel momento, nella mia mente che costruisce sempre immagini, mi sento uno di quei vecchi sdentati e alcolizzati della città nel vecchio West, con la polvere che entra sotto le ante in legno del saloon che sbattono ed esclama: Che mi venga un colpo!
Devo aver attirato la sua attenzione perché mi guarda e il suo sguardo, prima concentrato e scuro,  si allarga come un cielo in cui le nubi velocemente spariscono sospinte dal vento.

Mi fa un cenno d’altri tempi per indicarmi che mi lascerà salire prima di lui. Siamo distanti, e il gesto, istintivamente, mi fa pensare che sta cercando di essere gentile con una signora anziana. Sì, in Caserma gli devono aver insegnato che quando escono e se ne vanno in giro per il mondo, il loro ruolo non è concluso, specialmente se indossano la divisa mimetica. Devono aiutare gli anziani ad attraversare la strada, devono soccorrere i bisognosi, salvare i gattini dai tetti, lasciare il proprio posto in autobus e, soprattutto, dare la precedenza alle signore anziane.

Mi rendo conto che lo sto guardando malissimo per questo, e mi affretto a ringraziarlo con un sorriso forzato. Salgo ed entro nel treno freddo, sporco e gremito.

Riesco ad arrivare in fondo alla carrozza, dove ancora la ressa non si è concentrata e prendo posto in una serie di quattro sedili, due davanti ad altri due, dove ancora non è seduto nessuno. Mi giro, sistemandomi, ed eccolo lì dietro di me, il militare, che mi sorride a sua volta e prende posto davanti a me. Mi chiedo se adesso non stia un po’ esagerando con il servizio alla comunità. Mentre lui continua a guardarmi, io, spazientita, vorrei spiegargli che non è che funziona che poi agli anziani devi anche stargli dietro e offrire loro assistenza durante il viaggio, o qualsiasi altra cosa. E poi, vorrei dirgli: giovanotto (beh, giovanotto, mi sembra solo lievemente un ragazzino, ma non vorrei offenderlo) poi non è che io sia poi così tanto vecchia, eh. Guarda bene intorno, che ci sono vecchie ben più vecchie di me. Va bene che sono vestita come l’orso Yoghi e va bene che sono stanca e magari ho le occhiaie stasera e il trucco che si sposta a chiazze dalla fronte verso gli zigomi trasformandomi in un manifesta cubista, ma non ho neanche compiuto trentotto anni, e che cazzo.

Lo penso e basta, però, e non lo guardo. Incazzata nera. Poi mi decido a guardarlo negli occhi, per vedere se riesco a sgridarlo con uno sguardo abbastanza eloquente, e il suo sguardo è lì, fisso, che mi studia divertito. Non è affatto un ragazzino, sta scoprendo, anzi, cosa significa essere un uomo, e niente: gli piacciono le vecchie, forse non ancora troppo vecchie per essere aiutate ad attraversare la strada ma nemmeno così vecchie da evitare di adescarle in treno.

Day 3: Geeko Writing Week 18. Hai capito cosa ti ho detto?

«Hai capito cosa ti ho detto?»

Caterina appoggia il suo bicchiere sul tavolo, il ghiaccio si sta sciogliendo all’interno del suo spritz. Monica alza la testa dallo smartphone, sta sghignazzando per qualcosa. Qualcosa d’altro, s’intende.

«Ah si… si, scusami Cate. Mia cugina mi ha taggata in un video su Facebook che fa troppo ridere… Aspetta che lo condivido così lo vedi anche tu.» 

Caterina è spazientita, presa nel turbine delle emozioni che stanno animando i suoi occhi.

«Si, si, ok. Ma hai capito? Cioè, non si è presentato.»

Monica agguanta il suo bicchiere e succhia dalla cannuccia una lunga sorsata di spritz.

Guarda l’amica negli occhi.

«Sì, e poi? Si è fatto sentire, cosa ti ha detto?»

«Sì, questa mattina, come se niente fosse, capito?» Caterina si rianima.

«Dove?»

«Su Whatsapp. Mi ha mandato un video del buongiorno. Con i cuoricini.»

«Con i cuoricini?!»

«Sì… e i gattini che cantano.»

«Stucchevole e banale, Cate, lascia che te lo dica.»

Caterina distoglie lo sguardo e fissa i vicini di tavolino senza vederli per davvero. Seduti accanto a loro ci sono due ragazzi impegnati a chiacchierare e a mostrarsi foto sugli schermi luminosi. Potrebbero avere la stessa età di Caterina e Monica. Anche Monica li guarda e stabilisce che hanno delle sopracciglia molto meglio depilate delle sue.

Il locale è in penombra ma illuminato da una serie di piccole luci in febbrile movimento a ogni tavolino.

«Se uno mi manda tutte le mattine i gattini e i cuori, io lo mando a stendere» riprende Monica.

«Beh sì, ma perché tu non lo conosci e non senti quello che dice.» Cate fa un sorriso malizioso.

«Cosa ti dice?»

«No, beh… forse niente di così eclatante. Ma mi manda certi vocali… e poi le poesie che condivide…»

«Su Facebook?»

«No, su Instagram.»

«Cosa?! È uno sfigato, su Instagram si postano le foto, dai. Allora su Twitter, meglio.»

Caterina riflette.

«Uhm. Sì, in effetti hai ragione. Credo che dovrei suggerirglielo.»

«Ma le scrive lui?»

«Cosa?»

«Le poesie.»

«Ah… credo di no, effettivamente. Ma i vocali, quelli sono sicura che siano farina del suo sacco!» Caterina è entusiasta.

«E che ti dice mai… me ne fai sentire uno?»

«No, ma che dici? Qua dentro, poi? Non si sente niente. Ed è meglio così!» scoppia a ridere Caterina e guarda l’amica con un misto di malizia e vergogna.

«Ma dai… non ci credo! Cioè, ti dice… roba spinta?»

Caterina annuisce e poi scoppia a ridere, di nuovo.

«Dai, forza, inoltramene uno. Me lo ascolto dopo.»

«Ma non ci penso proprio! E comunque il discorso non era quello.»

«Ah giusto, sì. Quindi?»

«Mi ha detto che questa sera farà una diretta su Facebook, ma io non so se ci sarò. Insomma, sono rimasta male. Perché non si è presentato?»

«Ma tu quindi cosa hai fatto?»

«Ah, niente, cosa vuoi che abbia fatto? Sono stata lì come una cretina e poi dopo dieci minuti ho chiuso.»

«Magari è arrivato dopo e tu non c’eri più.»

«Ma chissenefrega. Doveva essere puntuale. E comunque no, è rientrato solo questa mattina, ieri sera proprio non ha fatto accessi.»

«Ah. E cos’ha fatto tutta la sera, scusa?»

«Ma che ne so. Sarà stato su Youtube a vedere video.»

«O su Netflix.»

«Ah no, dice che di dare soldi a queste mega entità che ridurranno in schiavitù il cinema non ci pensa proprio.»

«Eh, la Madonna… e invece Youtube va bene?»

«Perché ci sono i video amatoriali.»

«Tipo?»

Caterina arrossisce.

«Tipo quelli che carica lui.»

«Cioè? Dimmi come si chiama.» Monica agguanta lo smartphone.

Caterina prende il cellulare dell’amica e lo mette da parte cercando di attirare la sua attenzione.

«Adesso ascoltami, per favore! Come dovrei comportarmi?»

«Non cagarlo. Tipo: bloccalo per un giorno intero.»

Caterina sembra improvvisamente illuminata, come se avesse avuto una visione mistica.

«Ah… Non ci avevo mica pensato…»

«Ma sì, poi dopo come se niente fosse lo sblocchi e quando ti cerca cadi dalle nuvole.» Monica ammicca come se fosse la più grande esperta della terra.

«Ma se ne accorge che l’ho bloccato. Capirà che è un escamotage, e dopo quando lo sblocco ci faccio la figura della figa isterica.»

«Va beh, Cate, chissenefrega. Io lo farei.»

Caterina riflette, rosicchiando la punta della sua cannuccia. Guarda il suo smartphone, lì accanto al suo gomito, in disparte, come se scottasse.

«Non sono più abituata a stare dei giorni interi senza di lui…» sospira.

«Oh, che romantica.» Monica la prende in giro. «Ma smettila, e bloccalo subito! Dai, Cate, lo sai che bisogna farsi desiderare.»

Monica alza la testa, dandosi un po’ di arie. Il suo sguardo vaga in giro per il locale e incrocia quello di un tipo alto, fermo al bancone, che la sta fissando. Subito distoglie lo sguardo e afferra lo smartphone, come se avesse visto un fantasma. L’uomo continua a fissarla, divertito. Monica evita di alzare di nuovo il capo, come fosse paralizzata, e apre varie app contemporaneamente. Il suo viso è in fiamme.

Caterina, nel frattempo, sta armeggiando con il suo smartphone senza decidersi.

L’uomo si avvicina al tavolino con fare sicuro.

«Posso offrirvi da bere?» esclama.

Monica e Caterina alzano la testa, come se fossero Gremlins sorprese sul pasto quotidiano.

Le ragazze si scambiano uno sguardo d’intesa.

«No, grazie, ce ne stiamo andando.» dice Caterina, abbozzando un sorriso di cortesia e si rimette a guardare lo schermo. L’uomo, in una nuvola di profumo, guarda Monica e ammicca seducente.

Monica diventa di nuovo viola e afferra la borsa come per alzarsi.

«Vado a pagare.» sussurra Monica.

L’uomo la segue e le taglia la strada davanti alla cassa.

«Lascia che ci pensi io.» Le dice.

Monica resta a fissarlo a occhi sbarrati.

«Non lo so, io…»

«In cambio di un numero di telefono. Il tuo naturalmente» L’uomo sorride.

Monica lo supera, infastidita, e paga.

Poi si gira e lo guarda, evitando gli occhi scuri e profondi. Fissa il colletto della camicia. Si avvicina al suo orecchio, facendo ben attenzione che Caterina stia ancora guardando lo schermo del suo smartphone.

«Cercami su Instagram. Sono @gattinavogliosa» sussurra.

Poi fugge di nuovo verso Caterina e la afferra per un gomito.

«Andiamo.» le dice, come se avesse una terribile fretta.

Uscite dal locale, Monica si sente al sicuro, sospira e annusa la nuvola di profumo che le è rimasta intorno.

«Ma il tuo tipo, lì, come si chiama?» chiede, divertita, a Caterina.

«Claudio Newspace Torri.»

«Ecco, sì. Quello. Ma usa tutto questo profumo anche lui?!» ride, divertita e lusingata dall’uomo dentro il locale. Le sue guance pallide si sono colorate di un rosa timido che nessuno vedrà mai. 

«E che ne so io, chi l’ha mai visto.»

Day 2: Geeko Writing Week 18. Io sono come un cane

Io sono come un cane.

I cani non hanno il senso del tempo.

È bello osservarli e capire quello che vivono accanto a te, sono universi paralleli che s’incrociano col tuo. E il mio, beh, il mio è abbastanza simile al loro.

Il senso del tempo è qualcosa di difficile da spiegare, per un essere umano. Ci ho messo un po’ a capire cosa poteva comportare non avere il senso del tempo.

È un po’ come se ti dicessero che non puoi avere la possibilità di elaborare pensieri. Lo immagini? Io no. La testa vuota, uno schermo nero. Beh. Aspetta. Forse c’è qualcuno che, effettivamente, potrebbe immaginarlo meglio di altri, ma tant’è. È difficile.

Ho iniziato a pensare (ecco, visto?). Ho pensato che fosse una questione del tipo che cinque minuti possano sembrare ore, oppure viceversa. Ma poi mi sono detta che questa è la relatività, non ho inventato proprio nulla.

Allora ho continuato a osservare il mio cane. Un grosso cane nero, un incrocio tra un setter e qualcos’altro, un’onda di entusiasmo e istintività che mi sommerge al mattino per darmi il buongiorno. Riconosce il respiro. Se apri gli occhi, nel buio della stanza ancora sigillata alla luce del sole, e ti svegli, il tuo respiro cambia. E nel momento in cui cambia lei lo sente e si precipita a fare una cosa che potrei dire abbracciare, ma voi tutti senza cane comincereste a storcere il naso e a dire che noi con i cani siamo tutti dei poveretti senza figli che vanno contro natura, eccetera eccetera eccetera. Ma sai a me che me ne frega di quello che pensano gli altri. “Gli altri”, vero, eh? Io scrivo per te che stai leggendo, l’hai sempre saputo e l’hai capito cosa intendo per abbraccio. Infatti adesso andrai avanti a leggere e altri si fermeranno.

Oh! Bene. Ce ne siamo liberati.

Dicevo. Mi sono messa a osservarla. Ho iniziato a capire che questa mancanza di senso del tempo non ha a che fare col passare delle ore, dei minuti, delle giornate. Se ben ci pensate, ci sono ritmi ben precisi che regolano la notte e il giorno e la suddivisione in ore ce la siamo inventata noi. Gli orologi che ticchettano ce li siamo inventati noi, quindi perché un cane, che per sua fortuna è al di fuori della società come comunemente noi la intendiamo, cioè non deve cercarsi un posto di lavoro infilandosi abiti decenti e poi guadagnare del denaro per comprarsi una casa, perché insomma dovrebbe dire “Ah che bello, è venerdì”. Perché dovrebbe?  Il sabato il sole sorge allo stesso modo.

Ma non potevo davvero capirlo, cosa significava non avere il senso del tempo, finché non lo avessi riconosciuto tra le pieghe della mia mente e del mio istinto.

È successo tutto un giorno, grazie al potere della mia totale incapacità di gestire il conflitto.

Quando si rompe l’armonia e la tranquillità, quando per istinto due teste si scontrano su qualcosa di infinitesimale ma che subito scoppia, bom! E diventa conflitto. Qualsiasi tipo di conflitto. E non importa se questo conflitto dura cinque minuti oppure settimane intere, per me quello è un tempo comunque infinito perché io rimango intrappolata dentro.

Quando tutto va bene, è come se non esistesse altro, è come se io fossi una bambina che corre a perdifiato in un campo di grano, ah già, quella è La casa nella prateria. Ma è praticamente come se fosse sempre così. E non conosco altro. Non c’è passato e non c’è futuro. C’è questa sensazione di meraviglioso benessere e cosa importa QUANDO? C’è, è sufficiente che ci sia. Che entri attraverso me e che mi lasci ESSERE, tipo un orgasmo che se ne frega della sua durata, perché c’è e basta.

E poi la luce, all’improvviso, si spegne. E per me non esiste altro tempo. Non c’era il prima, non ci sarà il dopo. La paura invade il mio essere e la posso fiutare, come se fossi un animale ferito. Per me non ci sarà più correre a perdifiato nel campo di grano, non esiste più, è come se fosse il ricordo di qualcun altro. Adesso, il conflitto è diventato il momento che permea tutta la mia vita e a ben vedere non è un momento: è staticità. È una scatola all’interno della quale io sono intrappolata col rumore di tuono del mio cuore che batte: come quella notte a Budapest! Ho pensato all’improvviso. E lì ho capito.

Quella notte ero a Budapest.  Budapest era avvolta da una nebbia vaporosa. C’erano trenta gradi al mattino poi aveva piovuto copiosamente e si era raffreddata tutta la città.

Sembrava di stare in un bagno turco ma andava bene così perché potevo attraversare il ponte di Elisabetta senza bombole di ossigeno.

C’era la festa nazionale, quel giorno. Mi avevano detto che ci sarebbero stati grandi festeggiamenti in serata, e con la dabbenaggine tipica di chi è in vacanza io non ci ho proprio pensato. Ma quando, lungo il Danubio, i fuochi d’artificio hanno iniziato ad alzarsi verso la volta celeste inondandola di colori sfavillanti e fasci di luce all’odore di grigliata, quando i colpi hanno iniziato a scuotere la città, di nuovo si è spenta la luce, ed eravamo in due: io e lei, il mio cane. Lei, terrorizzata e incapace di razionalizzare, mi ha mostrato cosa significa non avere il senso del tempo: significa che all’improvviso non esiste più la gioia, la coda che scodinzola, le carezze amorevoli. No! All’improvviso tutto è rumore assordante e luci enormi, colpi secchi e pazzeschi che vengono da chissà dove e tutto è TERRORE. Non esiste più nulla e nulla sarà più come prima: solo scappare, scappare, veloci!

Lei mi tirava impazzita lungo le strade di Budapest, corriamo, via! Lontano da qui! Vieni, allontaniamoci dal fiume! È lì che sparano, è lì! E io le correvo dietro aggrappandomi disperatamente al guinzaglio, e pensando che è questa la mancanza di senso del tempo: perché vivi questo attimo di autentico terrore come se il DOPO non arrivasse mai, come se questo terrore non potesse passare mai. E per me era la stessa identica cosa.

Le strade di Budapest erano vuote, oltre il lungofiume, e con gli spari alle mie spalle io pensavo di essere dentro l’invasione sovietica del ’56.

Hai visto, Nerina, abbiamo viaggiato nel tempo. Cos’è il tempo? Ecco, vedi, non lo so. Il tempo è qualcosa che finirà, probabilmente. Ma quando?

Non lo so, perché anche per me ora la paura è forte e non mi dice che finirà, è come se non ne vedessi la fine, non riesco a pensare, ecco! Non ci sono più pensieri nella mia mente e io sono solo terrore, noi siamo solo terrore e cuore che batte. Perché io sono come un cane e mi accascio per terra, contro un muro e ti stringo forte e sento il tuo cuore battere irrazionale e animale e siamo in due. Due animali, due cani che non hanno il senso del tempo perché credono che questo momento non finirà mai.

Ma poi non ce ne ricordiamo e i rumori si attutiscono e la notte cala di nuovo attorno a noi, e noi siamo di nuovo due cani che credono che ora sarà sempre così. Senza spari.

Io non umanizzo lei, non le do una forma antropomorfa.

È lei che dà a me la forma di un cane. Io sono come un cane e non ho il senso del tempo.

Viaggio di un’esordiente nel mondo dell’editoria

libri-editoria

Oggi vi racconto un viaggio, uno di quei viaggi con una partenza per definizione molto precisa, ma senza meta. E forse senza biglietto di ritorno. Vi racconto il mio personale viaggio -tutt’ora in corso- nel mondo dell’editoria italiana, nella speranza che possa essere d’aiuto ai tanti aspiranti scrittori là fuori che inviano i loro manoscritti nella convinzione di avere tra le mani un capolavoro. Ma, prima ancora di arrivare agli scrittori, vorrei che la mia riflessione arrivasse in modi occulti a qualche editore. Sì, perché la sensazione che ho è che ci sia da lavorarci parecchio.

Mi sono imbattuta in un post su Instagram proprio questa mattina, che diceva: “The publishing world is very timid. Readers are much braver” (il mondo dell’editoria è molto timido, i lettori sono più coraggiosi). Ottimo, ho pensato: allora non è così solo in Italia. Ed è significativo che il post venga da un utente che offre consulenza agli autori per raggiungere un maggior numero di lettori utilizzando il web. Ma, ci chiediamo tutti, di questo non dovrebbe occuparsi la casa editrice?

Facciamo un passo indietro. Circa quindici anni fa ricevetti una proposta di pubblicazione per una versione ancora embrionale di Scrivi, il mio romanzo d’esordio che ha visto la luce solo quest’anno e con una versione molto differente da allora, ma tant’è. La proposta di pubblicazione mi lusingò parecchio, avevo partecipato a un concorso letterario e quello fu il risultato. Non avevo la benché minima idea di come funzionassero le cose, io, ragazzotta poco più che ventenne che veniva dalla campagna con un mazzolin di rose e viole, e pensai di aver fatto colpo sulla casa editrice. Sicuro, cara. Peccato che la casa in questione chiedesse un piccolo, modesto contributo per la pubblicazione, pari a circa due dei miei stipendi di allora. Ma, d’altra parte, tuonava la “proposta”, se l’autore non investe su se stesso, su chi dovrebbe investire? Fui costretta a rifiutare, ma lo feci a malincuore, ci tengo a sottolineare la mia dabbenaggine. Col tempo poi imparai a distinguere e capii che quello era solo l’inizio dell’epoca d’oro delle famigerate case editrici a pagamento. Che oggi, per fortuna, non incontrano più i favori del pubblico, anche e soprattutto grazie a internet, al Self Publishing e alla possibilità di far arrivare copie del proprio libro ai lettori anche senza una casa editrice vera e propria come intermediario. Penso ad esempio al servizio offerto da Amazon, al quale sono contraria per principio ma se devo proprio dirla tutta: meglio il Self Publishing che l’editoria a pagamento.

Insomma, il cliente pagante della casa editrice, in quel caso, non era il pubblico di lettori, ma l’autore. Che si trovava con parecchie copie in giro per casa ed era costretto a sbattersi per venderle e ricavarci qualcosa. Da autore a ragioniere, che brutta fine. E lo sappiamo tutti quanto la situazione sia drammatica, quanto i lettori siano diminuiti (ma rispetto a quando?) e quanto alti siano oggi i costi di pubblicazione e distribuzione. Comunque, continuiamo sulla strada: l’editoria a pagamento non riscuote più successo. Dunque, tutto risolto? Siamo tornati a una situazione felice, in cui l’editore fa una selezione di qualità e propone all’autore un contratto giusto e cerca di sostenerlo nella promozione e nella giungla della vita di quell’opera? No way. O almeno, non funziona sempre così. Non funziona quasi mai così.

Arriviamo ai giorni nostri. Finisco di scrivere il mio secondo romanzo, decido di farlo partire sul binario della fortuna? No, lo leggo e lo riscrivo. Poi soltanto dopo, forse, sarà pronto. Insomma, va bene che sto scrivendo un post che spiega quanto tanto cattive siano le case editrici e quanto tanto sfigati i poveri bravissimi autori, ma insomma: io credo innanzitutto che, prima di fargli lasciare il nostro ventre materno, il manoscritto debba essere impeccabile. A livello di contenuto, a livello di impaginazione e di refusi. Piacevole da leggere anche alla vista, giustificato e con un carattere discreto, non certo Walt Disney.  Questo lo leggerete in qualsiasi pagina delle ce dove sia possibile inviare manoscritti inediti.

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Ecco, magari evitiamo certi font per i manoscritti

Bene, allora lui è pronto e io decido che per questa seconda pubblicazione tenterò la via del cartaceo. Perché, mi chiedete? Eh no, non chiedetelo a me, chiedetelo alla marea di gente che mi ha scartavetrato le balle chiedendo copie cartacee del mio primo romanzo. Poi va beh, c’è anche un altro motivo: io sono una lettrice compulsiva e compro talmente tanti libri su Amazon che spesso me li porta a casa Jeff Bezos in persona. Allora mi sono detta che forse sarebbe bello essere su Amazon io stessa. Ma, oltre a questo, che dio mi fulmini! Credo che, dovessi andare avanti in qualsiasi modo, rimpiangerò il lavoro prezioso, l’editing e la promozione accuratissima e appassionata di Geeko Editor per sempre. Ottimo, andiamo avanti.

Inizio a informarmi. Perché ti dicono che devi scegliere con cura le case editrici a cui mandare il tuo manoscritto, devi conoscere bene cosa fanno, che generi prendono in considerazione e non devi mandarlo a tappeto. Devi preparare una sinossi degna e accattivante, e una lettera di presentazione che al confronto Chiara Ferragni di marketing non capisce nulla. Ed è tutto verissimo. Allora io scelgo, e punto molto in alto. All’inizio. E non posso certo dire di essermi (ancora) pentita, anche perché quando e se avrò loro notizie è probabile io sia ormai da Taffo, ma nell’eventualità lascerò il loro recapito. Infatti, la triste verità è che le grandi case editrici difficilmente scelgono per il loro catalogo un totale o quasi esordiente, e se anche fosse il loro programma è già tutto occupato per gli anni a venire. Comprensibile. Allora mi sposto e scelgo le piccole-medie case editrici, le vado a scovare alle fiere, sui social network, ovunque. E inizio a preparare lettere di presentazione e a spedire. Devo dire che nel frattempo ho scoperto gioielli editoriali che altrimenti non avrei mai trovato.  E inizio a chiedermi come mai questo: forse che siano nascosti da una marea di “altro”? E capisco che posso mettermi comoda: anche con le piccole ce c’è da aspettare. Ma è giusto così: ci vuole tempo per la valutazione di un manoscritto e poi chissà quanti ne ricevono. È corretto, io voglio essere scelta per la qualità. Non voglio essere scelta per fare cassa, ed è qui che le possibilità si riducono in modo imbarazzante.

Nel giro di un mese vengo contattata da diverse case editrici, alcune piccole, alcune di proprietà di altre grandi e rinomate di cui mai farò il nome nemmeno sotto tortura, e che dicono di occuparsi di una sorta di scouting per la loro proprietaria. Alcune avevano ricevuto il mio manoscritto una settimana prima. Cristo, penso, ma non ci volevano mesi? Si dicono interessate, però, cosa vuoi che possa ascoltare oltre a questo? Nulla. Evidentemente, penso, il mio manoscritto è davvero fantastico. Sicuro, cara. E così metto da parte l’entusiasmo iniziale e inizio a cercare. Inizio a capire non solo quello che si dice su internet, ma anche a valutare, senza opinioni, il loro lavoro che è sotto i miei occhi. Quanto pubblicano? Quanti libri al mese? Quante presentazioni fanno affiancando l’autore? I loro libri sono davvero reperibili? E soprattutto, cosa dice Writer’s dream???

Una volta fatto questo e essermi fatta un’idea abbastanza chiara, vado avanti con gli appuntamenti di persona. Sì, perché le ce (case editrici) che mi hanno contattata volevano subito vedermi di persona, richiesta piuttosto strana per chi vive molto distante e soprattutto come primissimo contatto. Magari prima chiariamo due-tre cose su Skype, poi ci vediamo, che dici? No, e poi ho capito perché. Così prendo l’economicissimo trenino per Roma e mi avvio all’appuntamento ben consapevole di voler già rifiutare, ma ormai la mia missione pare non essere più quella di pubblicare il mio secondo lavoro ma scoprire ogni buio anfratto dell’editoria italiana. Al primo appuntamento mi si presenta una situazione piuttosto sconsolante: uno stretto spazio di lavoro in cui coabitano varie figure professionali. Io vengo sistemata nello stesso spazio in mezzo a persone che lavorano e lì parliamo del contratto. È chiaro come l’acqua cristallina che scende da una sorgente di montagna che nessuno lì ha letto il mio romanzo: avrei potuto chiedere “ma che ne pensate delle scene hot alla Harmony che ho messo a pagina 450?” e avrebbero risposto che andavano benissimo. Al di là delle condizioni del contratto, desolanti, ci tengono a sottolineare a più riprese che non chiedono un contributo economico. E te lo credo, mi stai praticamente assumendo come venditore porta a porta. Mi chiedono infatti di presentare un programma di varie presentazioni organizzate da me con un format innovativo di mia invenzione e che siano ovunque tranne che in una libreria. Perché??? si chiede la mia testolina ingenua: la libreria non dovrebbe essere l’ambiente naturale del libro? È che in libreria è il libraio a ordinare i libri e nel resto delle presentazioni, invece, sono io che mi sbatto per acquistarle e rivenderle alla persone presenti manco fosse una riunione della Avon. E oltretutto mi sento dire “tanto nessuno pensa di viverci con quest’attività, giusto?”

FERMI TUTTI.

Da quando pubblicare libri è diventato un hobby? Da quando fare lo scrittore è come dire faccio giardinaggio il sabato pomeriggio per rilassarmi? Si dà il caso che io abbia lasciato il lavoro per scrivere, e so che la maggior parte delle persone intorno a me crede che io dorma fino a mezzogiorno e per il resto del tempo mi gratti le balle che non ho, ma… invece, strano a dirsi, sto scrivendo e producendo materiale come una pazza e di certo non sono e non sarò mai Camilleri, ma che ca… spita, se devo pubblicare il mio romanzo per vedere il mio nome su una copertina vado in tipografia. Se devo intraprendere quest’avventura pensando che non sarà mai il mio lavoro, allora NON la intraprendo affatto. Io voglio fare la scrittrice, non voglio arricchirmi (e poi che male c’è, non lo capisco): voglio solo continuare a scrivere e pubblicare libri.

E voi editori, perché pubblicate?

Pubblicate chiunque vi mandi il suo manoscritto perché siete tipo la Caritas dell’editoria?  O perché volete vendere dei libri? Avete mai fatto una selezione qualitativa dei manoscritti che ricevete, oppure forti del fatto che non richiedete un contributo economico, vi sentite eticamente in linea col proporre a tutti la pubblicazione con un contratto di durata ridicola, un numero di copie stampate esiguo e un prezzo di copertina tale per cui l’edizione della Divina Commedia disegnata a mano da Gustav Doré diventa un economico tascabile, per coprire in ogni caso i costi di stampa? Per poi, una volta pubblicato l’autore di turno, non muovervi mai da dentro quell’ufficio: l’autore deve fare tutto da solo, promozione e presentazioni, e possibilmente anche originali perché LA GENTE SI ANNOIA. E in ufficio, si sa, devono continuare gli appuntamenti vis à vis come in una catena di montaggio, con la stessa, identica formula: proporre contratti editoriali.

Editori seri, medi, piccoli e molto piccoli, lo so che ci siete là fuori, adesso parlo contro il mio interesse: perché magari ciò che scrivo è banale e insignificante. Ma non importa, io amo troppo la letteratura per sporcarla ulteriormente. Non pubblicate tutti. È questo il problema per cui siamo portati a dire che di questo lavoro è impossibile vivere: si pubblica troppo. E molto probabilmente i lettori sono diminuiti in relazione al numero enorme di pubblicazioni che vengono fatte ogni anno. Fate selezione e fatelo seriamente. Valutate anche le intenzioni dell’autore, e nel limite del possibile accompagnatelo in questo viaggio: un autore serio verrà in ogni presentazione e fiera e si darà da fare per organizzare nuove occasioni ma dovete farlo INSIEME. Stampate un numero decente di copie e distribuitele dove è possibile. Soprattutto, pubblicate un’opera solo se credete davvero in quell’opera, prestate servizio serio di editing (cliccare qui per il vero EDITING), non una correzione di bozze! E per questa pubblicazione impegnatevi insieme all’autore per un lasso di tempo congruo, non è una pizza d’asporto che domani farà schifo.

Insomma, io continuo a insistere e attendo proposte serie. Non milionarie magari, non lusinghiere o con strade facili: io sono qui per impegnarmi a promuovere ciò che faccio e a farlo sempre meglio. Ma se tutti vengono pubblicati come pura operazione commerciale esautorando oltremodo il mercato,  come ci può essere  una possibilità per chi davvero ha qualcosa da raccontare?

Cari amici, ho finito il sermone. Forse tra un anno mi troverete in Self Publishing su Amazon e allora vorrà dire che le mie intenzioni sono andate a farsi benedire. Ma nessuno mi ha, per il momento, smosso di un millimetro dall’amore per il mio sogno e nessuno mi ha fatto provare nemmeno un briciolo di scoramento, perciò, grande mondo dell’editoria, non ti libererai di me tanto facilmente.

🙂

Noi siamo sempre sotto il cielo con un cane amico

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Nell’oscurità della notte tiepida

Una bocca umida e pelosa si strofina sulle mie dita

Non è un risveglio brusco, è affetto umido che bussa timido

I lati lunghi del suo muso si strofinano contro la mia mano addormentata

I lembi molli delle sue labbra si sollevano così che i denti affilatissimi passino sulle dita

È il suo modo per svegliarmi e dirmi che vuole che gratti la sua testa e il suo collo morbidi

È il suo modo per dirmi che mi vuol bene e che insieme dormiamo

In un rito ancestrale, accucciati nello stesso giaciglio a protezione delle tenebre

Sotto lo stesso cielo stellato e freddo che sovrastava uomini e cani molto più antichi

Non ci sono parole necessarie tra noi e non c’è momento:

Il tempo non ci appartiene

Noi siamo sempre sotto il cielo con un cane amico.

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