Se il muro di Berlino fosse caduto

Di collaborazione in collaborazione, eccone un’altra:

il mio racconto inedito dal titolo Se il muro di Berlino fosse caduto è online su Scripta.blog, il portale dello storytelling.

Conoscete la mia passione per la vecchia cortina di ferro e l’interesse per i paesi sotto egida sovietica, vero? Ve ne ho già parlato qua e qua e se date un’occhiata in generale alla sezione I miei viaggi troverete spunti interessanti.

Potete leggere il racconto qua.

Grazie agli amici di Scripta!

Day 7: Geeko Writing Week 18. Cronache del treno (e dei giovani galanti)

Mea culpa! Non troverete i giorni 4, 5 e 6 perché li ho saltati, ero infatti super impegnata a Bottega Finzioni 😉 

Cronache del treno (e dei giovani galanti)

È un freddo boia. Anzi, in questo giorni di gelo improvviso dopo un novembre quasi estivo, mi viene in mente un modo di dire che credo sia tipico delle mie parti in Romagna: un freddo birbone. Oppure è di qualche altra parte ma io faccio spesso dei miscugli degni di nota, tra il dialetto dell’entroterra romagnolo e i modi di dire di Bologna.

Un freddo birbone, come se il freddo fosse lì che sghignazza malefico e si viene a insinuare sotto la giacca e tra i capelli e ti soffia sulla pelle un gelido alito d’inverno.

Sono già vestita come l’omino Michelin e sto camminando in velocità per arrivare a prendere il treno in stazione. Ha piovuto, ma fa talmente freddo che le mattonelle all’interno del piazzale ovest mi sembrano gelate, ricoperte da un sottile strato luccicante. Alzo la testa e guardo il cielo: è un cielo da neve. Mi scaldo le mani dentro le tasche e, nel buio della banchina malamente illuminata, mi affaccio a vedere se questo treno arriverà. È già in ritardo, ma la prendo con filosofia. Nelle attese dei treni c’è sempre qualcosa d’ importante da fare che altrimenti non farei. Tipo guardare le persone e immaginare le loro vite. Nei grumi di un mascara mal dato io ascolto una gran quantità di racconti. Nella macchia di caffè sul maglione poco stirato ne ascolto altrettanti e tante altre ce ne sono intorno che mi chiamano e io quasi non riesco a starle a sentire tutte. Se ve lo state chiedendo, sì, noi scrittori siamo davvero dei pettegoli. Ma non è che le storie ci interessino per fare delle chiacchiere, solitamente non ce ne frega niente e parlare con la gente è anche piuttosto stancante, ma dobbiamo carpire particolari e poi vedere se le storie che scriviamo noi possono essere altrettanto incredibili. O soltanto così tanto umane come lo sono nella realtà.

Il treno si avvicina. È sgraziato nella sua forma e procede sbuffando. Ma i treni a vapore non ci sono più, questo me lo sono solo immaginata.

Le persone corrono alle sue porte come se fosse l’ultima cosa da fare sulla terra. Sembra quasi che il treno si debba fermare solo per un centesimo di secondo e quindi tutti sono costretti a fare a botte per salire, sembra. Per accaparrarsi un posto in quel centesimo di secondo e poi anche sul treno. Per tornare a casa o andare da qualsiasi altra parte.

Io resto un po’ indietro e aspetto che siano saliti quasi tutti. Appena la porta si apre, la fiumana di gente che deve scendere si ritrova un muro davanti e di solito deve fare a botte anche per scendere. Sono momenti di panico puro in stazione.

Mi avvicino timidamente al capannello di gente che sta spingendo per salire, restando indietro. Alla fine sono riusciti a far passare quelli che devono scendere e ora, coltello tra i denti, devono trovare posto. Abbastanza distante da me c’è un giovane militare, vestito con la mimetica dell’esercito italiano, quella abbastanza brutta. Lo guardo in viso e mi domando chi è il delinquente che lo ha arruolato nell’esercito, il suo viso glabro e dai tratti delicati mi fa pensare a un dodicenne.

In quel momento, nella mia mente che costruisce sempre immagini, mi sento uno di quei vecchi sdentati e alcolizzati della città nel vecchio West, con la polvere che entra sotto le ante in legno del saloon che sbattono ed esclama: Che mi venga un colpo!
Devo aver attirato la sua attenzione perché mi guarda e il suo sguardo, prima concentrato e scuro,  si allarga come un cielo in cui le nubi velocemente spariscono sospinte dal vento.

Mi fa un cenno d’altri tempi per indicarmi che mi lascerà salire prima di lui. Siamo distanti, e il gesto, istintivamente, mi fa pensare che sta cercando di essere gentile con una signora anziana. Sì, in Caserma gli devono aver insegnato che quando escono e se ne vanno in giro per il mondo, il loro ruolo non è concluso, specialmente se indossano la divisa mimetica. Devono aiutare gli anziani ad attraversare la strada, devono soccorrere i bisognosi, salvare i gattini dai tetti, lasciare il proprio posto in autobus e, soprattutto, dare la precedenza alle signore anziane.

Mi rendo conto che lo sto guardando malissimo per questo, e mi affretto a ringraziarlo con un sorriso forzato. Salgo ed entro nel treno freddo, sporco e gremito.

Riesco ad arrivare in fondo alla carrozza, dove ancora la ressa non si è concentrata e prendo posto in una serie di quattro sedili, due davanti ad altri due, dove ancora non è seduto nessuno. Mi giro, sistemandomi, ed eccolo lì dietro di me, il militare, che mi sorride a sua volta e prende posto davanti a me. Mi chiedo se adesso non stia un po’ esagerando con il servizio alla comunità. Mentre lui continua a guardarmi, io, spazientita, vorrei spiegargli che non è che funziona che poi agli anziani devi anche stargli dietro e offrire loro assistenza durante il viaggio, o qualsiasi altra cosa. E poi, vorrei dirgli: giovanotto (beh, giovanotto, mi sembra solo lievemente un ragazzino, ma non vorrei offenderlo) poi non è che io sia poi così tanto vecchia, eh. Guarda bene intorno, che ci sono vecchie ben più vecchie di me. Va bene che sono vestita come l’orso Yoghi e va bene che sono stanca e magari ho le occhiaie stasera e il trucco che si sposta a chiazze dalla fronte verso gli zigomi trasformandomi in un manifesta cubista, ma non ho neanche compiuto trentotto anni, e che cazzo.

Lo penso e basta, però, e non lo guardo. Incazzata nera. Poi mi decido a guardarlo negli occhi, per vedere se riesco a sgridarlo con uno sguardo abbastanza eloquente, e il suo sguardo è lì, fisso, che mi studia divertito. Non è affatto un ragazzino, sta scoprendo, anzi, cosa significa essere un uomo, e niente: gli piacciono le vecchie, forse non ancora troppo vecchie per essere aiutate ad attraversare la strada ma nemmeno così vecchie da evitare di adescarle in treno.

Day 3: Geeko Writing Week 18. Hai capito cosa ti ho detto?

«Hai capito cosa ti ho detto?»

Caterina appoggia il suo bicchiere sul tavolo, il ghiaccio si sta sciogliendo all’interno del suo spritz. Monica alza la testa dallo smartphone, sta sghignazzando per qualcosa. Qualcosa d’altro, s’intende.

«Ah si… si, scusami Cate. Mia cugina mi ha taggata in un video su Facebook che fa troppo ridere… Aspetta che lo condivido così lo vedi anche tu.» 

Caterina è spazientita, presa nel turbine delle emozioni che stanno animando i suoi occhi.

«Si, si, ok. Ma hai capito? Cioè, non si è presentato.»

Monica agguanta il suo bicchiere e succhia dalla cannuccia una lunga sorsata di spritz.

Guarda l’amica negli occhi.

«Sì, e poi? Si è fatto sentire, cosa ti ha detto?»

«Sì, questa mattina, come se niente fosse, capito?» Caterina si rianima.

«Dove?»

«Su Whatsapp. Mi ha mandato un video del buongiorno. Con i cuoricini.»

«Con i cuoricini?!»

«Sì… e i gattini che cantano.»

«Stucchevole e banale, Cate, lascia che te lo dica.»

Caterina distoglie lo sguardo e fissa i vicini di tavolino senza vederli per davvero. Seduti accanto a loro ci sono due ragazzi impegnati a chiacchierare e a mostrarsi foto sugli schermi luminosi. Potrebbero avere la stessa età di Caterina e Monica. Anche Monica li guarda e stabilisce che hanno delle sopracciglia molto meglio depilate delle sue.

Il locale è in penombra ma illuminato da una serie di piccole luci in febbrile movimento a ogni tavolino.

«Se uno mi manda tutte le mattine i gattini e i cuori, io lo mando a stendere» riprende Monica.

«Beh sì, ma perché tu non lo conosci e non senti quello che dice.» Cate fa un sorriso malizioso.

«Cosa ti dice?»

«No, beh… forse niente di così eclatante. Ma mi manda certi vocali… e poi le poesie che condivide…»

«Su Facebook?»

«No, su Instagram.»

«Cosa?! È uno sfigato, su Instagram si postano le foto, dai. Allora su Twitter, meglio.»

Caterina riflette.

«Uhm. Sì, in effetti hai ragione. Credo che dovrei suggerirglielo.»

«Ma le scrive lui?»

«Cosa?»

«Le poesie.»

«Ah… credo di no, effettivamente. Ma i vocali, quelli sono sicura che siano farina del suo sacco!» Caterina è entusiasta.

«E che ti dice mai… me ne fai sentire uno?»

«No, ma che dici? Qua dentro, poi? Non si sente niente. Ed è meglio così!» scoppia a ridere Caterina e guarda l’amica con un misto di malizia e vergogna.

«Ma dai… non ci credo! Cioè, ti dice… roba spinta?»

Caterina annuisce e poi scoppia a ridere, di nuovo.

«Dai, forza, inoltramene uno. Me lo ascolto dopo.»

«Ma non ci penso proprio! E comunque il discorso non era quello.»

«Ah giusto, sì. Quindi?»

«Mi ha detto che questa sera farà una diretta su Facebook, ma io non so se ci sarò. Insomma, sono rimasta male. Perché non si è presentato?»

«Ma tu quindi cosa hai fatto?»

«Ah, niente, cosa vuoi che abbia fatto? Sono stata lì come una cretina e poi dopo dieci minuti ho chiuso.»

«Magari è arrivato dopo e tu non c’eri più.»

«Ma chissenefrega. Doveva essere puntuale. E comunque no, è rientrato solo questa mattina, ieri sera proprio non ha fatto accessi.»

«Ah. E cos’ha fatto tutta la sera, scusa?»

«Ma che ne so. Sarà stato su Youtube a vedere video.»

«O su Netflix.»

«Ah no, dice che di dare soldi a queste mega entità che ridurranno in schiavitù il cinema non ci pensa proprio.»

«Eh, la Madonna… e invece Youtube va bene?»

«Perché ci sono i video amatoriali.»

«Tipo?»

Caterina arrossisce.

«Tipo quelli che carica lui.»

«Cioè? Dimmi come si chiama.» Monica agguanta lo smartphone.

Caterina prende il cellulare dell’amica e lo mette da parte cercando di attirare la sua attenzione.

«Adesso ascoltami, per favore! Come dovrei comportarmi?»

«Non cagarlo. Tipo: bloccalo per un giorno intero.»

Caterina sembra improvvisamente illuminata, come se avesse avuto una visione mistica.

«Ah… Non ci avevo mica pensato…»

«Ma sì, poi dopo come se niente fosse lo sblocchi e quando ti cerca cadi dalle nuvole.» Monica ammicca come se fosse la più grande esperta della terra.

«Ma se ne accorge che l’ho bloccato. Capirà che è un escamotage, e dopo quando lo sblocco ci faccio la figura della figa isterica.»

«Va beh, Cate, chissenefrega. Io lo farei.»

Caterina riflette, rosicchiando la punta della sua cannuccia. Guarda il suo smartphone, lì accanto al suo gomito, in disparte, come se scottasse.

«Non sono più abituata a stare dei giorni interi senza di lui…» sospira.

«Oh, che romantica.» Monica la prende in giro. «Ma smettila, e bloccalo subito! Dai, Cate, lo sai che bisogna farsi desiderare.»

Monica alza la testa, dandosi un po’ di arie. Il suo sguardo vaga in giro per il locale e incrocia quello di un tipo alto, fermo al bancone, che la sta fissando. Subito distoglie lo sguardo e afferra lo smartphone, come se avesse visto un fantasma. L’uomo continua a fissarla, divertito. Monica evita di alzare di nuovo il capo, come fosse paralizzata, e apre varie app contemporaneamente. Il suo viso è in fiamme.

Caterina, nel frattempo, sta armeggiando con il suo smartphone senza decidersi.

L’uomo si avvicina al tavolino con fare sicuro.

«Posso offrirvi da bere?» esclama.

Monica e Caterina alzano la testa, come se fossero Gremlins sorprese sul pasto quotidiano.

Le ragazze si scambiano uno sguardo d’intesa.

«No, grazie, ce ne stiamo andando.» dice Caterina, abbozzando un sorriso di cortesia e si rimette a guardare lo schermo. L’uomo, in una nuvola di profumo, guarda Monica e ammicca seducente.

Monica diventa di nuovo viola e afferra la borsa come per alzarsi.

«Vado a pagare.» sussurra Monica.

L’uomo la segue e le taglia la strada davanti alla cassa.

«Lascia che ci pensi io.» Le dice.

Monica resta a fissarlo a occhi sbarrati.

«Non lo so, io…»

«In cambio di un numero di telefono. Il tuo naturalmente» L’uomo sorride.

Monica lo supera, infastidita, e paga.

Poi si gira e lo guarda, evitando gli occhi scuri e profondi. Fissa il colletto della camicia. Si avvicina al suo orecchio, facendo ben attenzione che Caterina stia ancora guardando lo schermo del suo smartphone.

«Cercami su Instagram. Sono @gattinavogliosa» sussurra.

Poi fugge di nuovo verso Caterina e la afferra per un gomito.

«Andiamo.» le dice, come se avesse una terribile fretta.

Uscite dal locale, Monica si sente al sicuro, sospira e annusa la nuvola di profumo che le è rimasta intorno.

«Ma il tuo tipo, lì, come si chiama?» chiede, divertita, a Caterina.

«Claudio Newspace Torri.»

«Ecco, sì. Quello. Ma usa tutto questo profumo anche lui?!» ride, divertita e lusingata dall’uomo dentro il locale. Le sue guance pallide si sono colorate di un rosa timido che nessuno vedrà mai. 

«E che ne so io, chi l’ha mai visto.»

Day 2: Geeko Writing Week 18. Io sono come un cane

Io sono come un cane.

I cani non hanno il senso del tempo.

È bello osservarli e capire quello che vivono accanto a te, sono universi paralleli che s’incrociano col tuo. E il mio, beh, il mio è abbastanza simile al loro.

Il senso del tempo è qualcosa di difficile da spiegare, per un essere umano. Ci ho messo un po’ a capire cosa poteva comportare non avere il senso del tempo.

È un po’ come se ti dicessero che non puoi avere la possibilità di elaborare pensieri. Lo immagini? Io no. La testa vuota, uno schermo nero. Beh. Aspetta. Forse c’è qualcuno che, effettivamente, potrebbe immaginarlo meglio di altri, ma tant’è. È difficile.

Ho iniziato a pensare (ecco, visto?). Ho pensato che fosse una questione del tipo che cinque minuti possano sembrare ore, oppure viceversa. Ma poi mi sono detta che questa è la relatività, non ho inventato proprio nulla.

Allora ho continuato a osservare il mio cane. Un grosso cane nero, un incrocio tra un setter e qualcos’altro, un’onda di entusiasmo e istintività che mi sommerge al mattino per darmi il buongiorno. Riconosce il respiro. Se apri gli occhi, nel buio della stanza ancora sigillata alla luce del sole, e ti svegli, il tuo respiro cambia. E nel momento in cui cambia lei lo sente e si precipita a fare una cosa che potrei dire abbracciare, ma voi tutti senza cane comincereste a storcere il naso e a dire che noi con i cani siamo tutti dei poveretti senza figli che vanno contro natura, eccetera eccetera eccetera. Ma sai a me che me ne frega di quello che pensano gli altri. “Gli altri”, vero, eh? Io scrivo per te che stai leggendo, l’hai sempre saputo e l’hai capito cosa intendo per abbraccio. Infatti adesso andrai avanti a leggere e altri si fermeranno.

Oh! Bene. Ce ne siamo liberati.

Dicevo. Mi sono messa a osservarla. Ho iniziato a capire che questa mancanza di senso del tempo non ha a che fare col passare delle ore, dei minuti, delle giornate. Se ben ci pensate, ci sono ritmi ben precisi che regolano la notte e il giorno e la suddivisione in ore ce la siamo inventata noi. Gli orologi che ticchettano ce li siamo inventati noi, quindi perché un cane, che per sua fortuna è al di fuori della società come comunemente noi la intendiamo, cioè non deve cercarsi un posto di lavoro infilandosi abiti decenti e poi guadagnare del denaro per comprarsi una casa, perché insomma dovrebbe dire “Ah che bello, è venerdì”. Perché dovrebbe?  Il sabato il sole sorge allo stesso modo.

Ma non potevo davvero capirlo, cosa significava non avere il senso del tempo, finché non lo avessi riconosciuto tra le pieghe della mia mente e del mio istinto.

È successo tutto un giorno, grazie al potere della mia totale incapacità di gestire il conflitto.

Quando si rompe l’armonia e la tranquillità, quando per istinto due teste si scontrano su qualcosa di infinitesimale ma che subito scoppia, bom! E diventa conflitto. Qualsiasi tipo di conflitto. E non importa se questo conflitto dura cinque minuti oppure settimane intere, per me quello è un tempo comunque infinito perché io rimango intrappolata dentro.

Quando tutto va bene, è come se non esistesse altro, è come se io fossi una bambina che corre a perdifiato in un campo di grano, ah già, quella è La casa nella prateria. Ma è praticamente come se fosse sempre così. E non conosco altro. Non c’è passato e non c’è futuro. C’è questa sensazione di meraviglioso benessere e cosa importa QUANDO? C’è, è sufficiente che ci sia. Che entri attraverso me e che mi lasci ESSERE, tipo un orgasmo che se ne frega della sua durata, perché c’è e basta.

E poi la luce, all’improvviso, si spegne. E per me non esiste altro tempo. Non c’era il prima, non ci sarà il dopo. La paura invade il mio essere e la posso fiutare, come se fossi un animale ferito. Per me non ci sarà più correre a perdifiato nel campo di grano, non esiste più, è come se fosse il ricordo di qualcun altro. Adesso, il conflitto è diventato il momento che permea tutta la mia vita e a ben vedere non è un momento: è staticità. È una scatola all’interno della quale io sono intrappolata col rumore di tuono del mio cuore che batte: come quella notte a Budapest! Ho pensato all’improvviso. E lì ho capito.

Quella notte ero a Budapest.  Budapest era avvolta da una nebbia vaporosa. C’erano trenta gradi al mattino poi aveva piovuto copiosamente e si era raffreddata tutta la città.

Sembrava di stare in un bagno turco ma andava bene così perché potevo attraversare il ponte di Elisabetta senza bombole di ossigeno.

C’era la festa nazionale, quel giorno. Mi avevano detto che ci sarebbero stati grandi festeggiamenti in serata, e con la dabbenaggine tipica di chi è in vacanza io non ci ho proprio pensato. Ma quando, lungo il Danubio, i fuochi d’artificio hanno iniziato ad alzarsi verso la volta celeste inondandola di colori sfavillanti e fasci di luce all’odore di grigliata, quando i colpi hanno iniziato a scuotere la città, di nuovo si è spenta la luce, ed eravamo in due: io e lei, il mio cane. Lei, terrorizzata e incapace di razionalizzare, mi ha mostrato cosa significa non avere il senso del tempo: significa che all’improvviso non esiste più la gioia, la coda che scodinzola, le carezze amorevoli. No! All’improvviso tutto è rumore assordante e luci enormi, colpi secchi e pazzeschi che vengono da chissà dove e tutto è TERRORE. Non esiste più nulla e nulla sarà più come prima: solo scappare, scappare, veloci!

Lei mi tirava impazzita lungo le strade di Budapest, corriamo, via! Lontano da qui! Vieni, allontaniamoci dal fiume! È lì che sparano, è lì! E io le correvo dietro aggrappandomi disperatamente al guinzaglio, e pensando che è questa la mancanza di senso del tempo: perché vivi questo attimo di autentico terrore come se il DOPO non arrivasse mai, come se questo terrore non potesse passare mai. E per me era la stessa identica cosa.

Le strade di Budapest erano vuote, oltre il lungofiume, e con gli spari alle mie spalle io pensavo di essere dentro l’invasione sovietica del ’56.

Hai visto, Nerina, abbiamo viaggiato nel tempo. Cos’è il tempo? Ecco, vedi, non lo so. Il tempo è qualcosa che finirà, probabilmente. Ma quando?

Non lo so, perché anche per me ora la paura è forte e non mi dice che finirà, è come se non ne vedessi la fine, non riesco a pensare, ecco! Non ci sono più pensieri nella mia mente e io sono solo terrore, noi siamo solo terrore e cuore che batte. Perché io sono come un cane e mi accascio per terra, contro un muro e ti stringo forte e sento il tuo cuore battere irrazionale e animale e siamo in due. Due animali, due cani che non hanno il senso del tempo perché credono che questo momento non finirà mai.

Ma poi non ce ne ricordiamo e i rumori si attutiscono e la notte cala di nuovo attorno a noi, e noi siamo di nuovo due cani che credono che ora sarà sempre così. Senza spari.

Io non umanizzo lei, non le do una forma antropomorfa.

È lei che dà a me la forma di un cane. Io sono come un cane e non ho il senso del tempo.

La mia guerriglia gentile

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I suoi occhi sono grandi e lucidi e un po’ impauriti. La parte bianca dell’occhio, la sclera, è scura e screziata di venuzze rosse. È un ragazzo vestito bene, ha una felpa pulita e dei jeans non consumati né calati al di sotto del bacino. Stringe in mano il portafoglio e me lo porge. Con questo gesto disarmante vuole dirmi che non intende rapinarmi né chiedermi dei soldi. I suoi occhi impauriti e preoccupati mi raccontano che la pelle scura necessita di quest’assicurazione preventiva. Forse in passato l’aiuto che sta gentilmente chiedendo a me gli è stato rifiutato per paura. Mi chiede aiuto per fare il biglietto del treno.

È una stazione piccola e quasi mai affollata. Ci sono solo le macchine automatiche per fare il biglietto, la biglietteria è stata soppressa. Le macchine automatiche non sono sempre così intuitive: dicono che puoi scegliere la tua lingua, ma in realtà devi essere anche più che a tuo agio con la tecnologia e insistere particolarmente con le dita sullo schermo, tanto che a volte a me pare una lotta. Ci sono tanti treni che si fermano, tante persone che scendono e salgono. Ma, a parte questi momenti fugaci, la stazione è per lo più vuota e qualcuno dorme accucciato nell’ultimo binario, il quarto.

I viaggiatori che attendono hanno paura (sì, è una storia di paura), si guardano intorno preoccupati. Io mi chiedo perché. Io mi sento una stoica, un Buster Keaton che continua a fare capriole e cade. Un pò stupida, forse, ma continuo con la mia guerriglia gentile. Sì, io mi sento una guerrigliera col mio sorriso di protesta. Sorrido anche agli anziani che si spostano, in treno, e mugugnano perché anche io faccio loro paura, forse sono troppo colorata. Tiè, beccati sta pallottola di sorriso.

Non tocco il suo portafoglio e mi avvicino alla macchinetta. Lui mi spiega che deve andare a Bologna e in quali orari vorrebbe andare e tornare. Io acquisto il biglietto per lui e cerco di spiegargli tutti i numerosi passaggi che faccio, voglio essere sicura che capisca, voglio che se la cavi da solo la prossima volta. Lui mi guarda un pò sorpreso ma mi segue. Poi paga e raccoglie il suo resto. Mi accerto che sappia di dover obliterare il biglietto di ritorno solo prima di salire sul treno e non subito. Mi ringrazia e vola via. Io gli sorrido e penso che è l’unico volto umano in stazione, questa mattina.

Mi giro. Dietro di me c’è una mamma con lunghe treccine nere e un neonato fasciato a sé con un telo colorato. Stringe tra le mani il suo portamonete e me lo porge. Accanto a lei c’è una signora anziana con i capelli bianchi e la borsa stretta a sé, stringe tra le mani il suo portamonete e me lo porge.

Penso che ci sia bisogno di più guerriglieri gentili.

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L’isola bianca

Beautiful classic view of Santorini Greece with flowers

Un fascio d’intensa luce entra nella stanza e colpisce le sue palpebre, costringendole ad aprirsi. Come spesso accade, per una frazione d’istante si chiede dove si trovi, andando a cercare nella memoria tutte le stanze in cui ha dormito nella sua vita, sovrapponendo la loro immagine e la disposizione dei loro mobili all’immagine che si trova davanti in questo momento, come uno stencil. Infine la mente si sveglia e risponde allo stimolo della luce, riconoscendo la sua attuale stanza. Sa che deve alzarsi e si chiede se la sveglia abbia suonato. Tutto intorno a lei diventa a poco a poco familiare. La lunga tenda bianca che accarezza il pavimento non ha coperto completamente le grandi finestre, così che la luce è riuscita a entrare attraverso un minuscolo buchino della serranda non del tutto chiusa, portando con sé pulviscolo di sole.

Lunghi capelli finissimi, alcuni bianchi e alcuni biondo miele di castagno, disegnano arzigogoli sul lindo cuscino. Alcune goccioline di sudore imperlano la fronte, arricciando gli ancor più sottili capelli intorno alle tempie.

Scosta il bianco lenzuolo, profumato di detersivo. Appoggia i piedi spigolosi sul morbido tappeto bianco, portandosi a sedere sul letto. Una farfalla dorata sta dormendo sull’anta dell’armadio, ma lei non la vede. La farfalla muove impercettibilmente le piccole ali e nuova polvere di luce si diffonde attorno a lei.

La donna si alza e lentamente si avvia nel corridoio.

Appena entra in cucina, una voce quasi metallica, eppure calda, irrompe da una noce (o almeno a lei sembra una noce) all’interno del cesto della frutta. «Buongiorno Giulia. Ti stavamo aspettando. Il caffè è già caldo nella caffettiera. Vestiti, e poi esci, sarà una lunga giornata». Giulia si strofina gli occhi assonnati guardando la noce, non è stupita dalla voce, ma dalla noce. “Io non ho mai avuto un cesto della frutta”, pensa, cercando di ricordare come può essere finito nella sua cucina. Improvvisamente, un’altra sensazione di familiarità l’avvolge. Si tratta di tecnologia, e lei è abituata alle nuove tecnologie.

Si versa il caffè in una tazza, e si avvicina all’enorme finestra della sua sala. La meraviglia l’accoglie, “Come ogni mattina”, pensa. I bianchissimi tetti sotto di lei scendono gradualmente in direzione della distesa color crisopale. All’orizzonte, alcune vele stanno solcando la superficie increspata da un vento gentile. Lo stesso vento apre una finestra socchiusa nella stanza, muovendo con una carezza le tende, e spingendo delicatamente Giulia sul balconcino adorno di bouganville coloratissime. I fiori le appaiono improvvisamente come una presenza viva, come se stessero lì a guardarla. Li accarezza e si perde per un attimo nell’intenso fucsia dei petali, che contrasta col bianco luminescente delle pareti e delle strade, tutto intorno. Le pupille si fanno piccole piccole, aggredite da tanta luce. Giulia respira a pieni polmoni e annusa nell’aria un intenso profumo di erba appena tagliata e rondelle di banane spolverate di zucchero, come quelle che le preparava la nonna da bambina. “È ora di uscire”, si sorprende a pensare, come se qualcuno glielo avesse suggerito.

Si veste e si avvia alla porta. La strada all’esterno, anch’essa bianca, alza una sottile polvere che aleggia a pochi centimetri da terra, e quasi inghiotte i piedi. La via irregolare sembra vuota. Giulia istintivamente si avvia alla sua sinistra, nella direzione del luogo in cui lavora, dove si reca tutti i giorni da molti anni. Ma questa mattina qualcosa manca sulla sua strada, anche se non saprebbe dire cosa con certezza. O forse c’è qualcosa in più. A ogni porta sulla via, un alberello di magnolia cresce rigoglioso. Le loro fronde sono in fiore, i bianchi fiori bordati di rosa sono tutti aperti e ogni fronda pare toccare l’altra, trasformando la via in un corridoio di impalpabili nuvole di fiori di magnolia, i cui contorni si confondono nel bianco calce delle mura. Giulia guarda stupita sopra la sua testa, come per la noce e per la stanza, ma quel leggero stupore che le fa per un attimo girare la testa è prontamente sostituito dalla sensazione calda e piacevole di aver già visto tutto questo, ogni giorno della sua vita.

Giulia si sente quasi felice “Che bello riuscire a guardare le cose sempre con lo sguardo meravigliato della prima volta”.

Una vecchia signora vestita di nero, è seduta su un gradino poco più avanti.

Giulia non si era accorta di lei, ed è strano, perché la signora è uno squarcio di nero nel bianco candido. Ma probabilmente era troppo occupata ad ammirare i fiori.

«Buongiorno Giulia» le dice la signora. Ha un fazzoletto nero a coprirle il capo, pelle rugosa, incartapecorita dal tempo, dal vento e dal sole. Gli occhi, pepite azzurre luminose come bagliori nella notte, sono giovani. È come se i suoi occhi fossero appena nati, tondi e aperti al mondo come quelli di un neonato. Il viso è però antico come l‘origine del mondo. Il suo sguardo è dolce e rassicurante, avvolgente, conosce Giulia da una vita.

«Buongiorno signora» le risponde Giulia di rimando, sorprendendosi nel sederle accanto sullo stretto gradino di pietra.

«Ti stavo aspettando» le dice la signora, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

«Anche lei??» ride Giulia, ricordandosi della noce parlante. «Devo aver dormito per moltissimo tempo» e ride ancora, buttando la testa all’indietro e scoprendo i denti, con la piccola fessura al centro.

La signora non risponde e Giulia continua «Anche la mia noce questa mattina mi ha detto che mi stavano aspettando. Beh, non una noce vera, è uno di quei dispositivi nuovissimi che si mettono in cucina, sa… Ti prepara il caffè e ti dà il buongiorno»

«Certo, tutti ti stavamo aspettando – sorride la signora- Ma io un po’ di più. Giulia, hai ancora della strada da fare, devi andare».

«Sì, per arrivare al lavoro devo ancora camminare un po’ e temo di essere in ritardo… perciò è bene che io prosegua» e si alza, baldanzosa.

«Sì, quello che succederà oggi è quasi un lavoro, un lavoro molto importante, ma non quello che ti aspetti. Si tratta di riconoscere la tua condizione. Alcuni ci mettono un secondo, altri giorni interi, altri anni. Prendi questo…»

La signora si alza faticosamente e dall’albero sopra la sua testa stacca un rametto di magnolia, dove alcuni fiori sono ancora attaccati.

«Grazie…» sussurra spaesata Giulia.

«Portalo con te, per tutta la giornata. Quando l’ultimo petalo sarà caduto, saprai»

«Che cosa saprò?»

«Non adesso, quando è il momento.»

Giulia prosegue il cammino, interrogativa. “La vecchia deve essere un po’ andata…” pensa.

Il mare all’orizzonte, sopra i tetti bianchi, luccica. Giulia scende nella sua direzione. Improvvisamente, un languore infantile prende il suo stomaco. Come da bambina, quando i nonni la portavano al mare, e quando arrivavano in prossimità, lei vedeva oltre le strade, tra gli edifici, quella strisciolina azzurra luccicante e iniziava a fremere per arrivare in spiaggia. La nonna! Come le manca la sua nonna, e cosa darebbe per vederla ancora una sola volta. Molto tempo è passato dalla sua morte, molte cose sono successe da allora.

Un velo grigio copre per un attimo gli occhi di Giulia, pensieri di morte e dolore girano nella sua mente, pensieri che vengono spazzati via improvvisamente da una mano di fronte ai suoi occhi. Una mano che, come a voler togliere il velo grigio, solleva qualcosa d’invisibile e lo fa volare verso il cielo blu. Giulia si riscuote e indietreggia.

La mano appartiene a un uomo con una lunga barba bianca. Nell’altra mano regge un secchio, all’interno alcuni attrezzi per la pesca, tra cui una rete verde tutta aggrovigliata. Sul capo porta un cappellaccio di paglia, per difendersi dal feroce sole al largo della costa. Calza ciabatte di vecchissima pelle, ci si domanda quale pelle sia più vecchia e usurata, se quella del vecchio o quella delle ciabatte. Una canotta bucata a coprire il busto, mentre due forti braccia, colorate dal sole, sono infilate in una camicia aperta e logora anch’essa. Porta pantaloni di tela bianca, e guarda Giulia con un’espressione preoccupata, come se stesse aspettando che lo riconosca, che si risvegli dal coma.

«Giulia, sei pronta?» la apostrofa perplesso.

Giulia, ancor più sorpresa, si chiede di cosa stia parlando e come abbia fatto a trovarselo di fronte all’improvviso.

«Per cosa, mi scusi?»

«Dobbiamo andare, presto.»

«Io e lei??»

«Sì, presto. Dobbiamo andare a pesca.»

Giulia scoppia a ridere.

«Credo si stia sbagliando» dice sorridendo, mantenendo la sua innata gentilezza, quasi rincuorata e intenerita dall’aria fragile e confusa del vecchio «Io sto andando al lavoro. Forse lei stava aspettando qualcun altro».

“Eppure sa il mio nome”, pensa Giulia, di nuovo frastornata.

Il vecchio non sembra affatto darsi per vinta. Afferra la mano di Giulia, la quale si stupisce per la morbidezza di quella vecchia mano, e la tira dolcemente, guidandola nella sua direzione. Il gesto non è invadente, Giulia non si ritira.

«Giulia, non c’è nessun lavoro verso cui andare. Ora è tempo per te di salpare. Devi chiudere alcune questioni importanti, prima di prendere il volo»

«Ah! Dovrei anche volare oggi? Mi faccia capire, devo andare a pesca e poi prendere un volo?» è divertita, e si lascia trascinare lungo la discesa, il porto è ormai vicino.

«Non c’è alcun bisogno che tu ti rivolga a me dandomi del lei, mi chiamo Federico»

Un brivido corre lungo la schiena di Giulia e il sorriso le muore sulla bocca.

Federico era il nome di suo figlio, scomparso quando aveva solo pochi anni. Oggi Federico avrebbe dieci anni e sarebbe un bambino bellissimo.

Il vecchio Federico la guida verso il porto, lungo la banchina di pietra.

Numerose barche sono placidamente adagiate sull’acqua, legate alla banchina tramite vecchie funi molto grosse. Giulia si ritrova a osservare con stupore il fondo del mare nero, oltre uno strato di acqua trasparente e calma.

Un fondo nero come la pece, nero come ebano invecchiato, nero come carbone sul foglio ruvido di carta bianca, eppure invitante, ipnotico. Federico la porta verso una barca in particolare, una barca a cui è legato un fazzoletto bianco. Una volta giunto davanti, con destrezza scioglie le funi e sale sopra la barca, aiutando poi Giulia a salirvi a sua volta. Una volta salita, un turbine di emozioni la pervade. Sente che dovrebbe andare al lavoro, eppure sente anche che deve seguire il vecchio. Si sente confusa, all’improvviso, in bilico tra la sensazione di familiarità che la avvolgeva fino a poco fa e un’altra sensazione, di assoluta sorpresa e presa di coscienza, come se tutto ciò che sta vedendo questa mattina è nuovo, o forse troppo antico per essere compreso. Guarda verso il mare Giulia, e si chiede cosa ne sarà di lei, e di tutte le certezze costruite faticosamente in questi anni. Fino a poco fa, questa mattina, pareva non pensarci più. Tutto sembrava scorrere nel solito modo, quel modo che si era costruita per non soffrire più. Le abitudini, gli interessi, il lavoro. L’amore per la vita, nonostante tutto il dolore che l’aveva accompagnata. Giulia riusciva ancora a sorridere, dando amore al prossimo per lenire le ferite. Questa mattina, un cambiamento di percorso le ha fatto tornare in mente la fatica fatta per costruire un mondo dove il dolore fosse spinto fuori.

Dalle viscere del suo essere un’altra sensazione si fa strada, come se tutto ciò non fosse reale. A questo pensiero, un’alta onda solleva la barchetta con uno scossone, e poi la riporta giù, verso acque più calme.

«Non farti domande, Giulia, ora devi lasciare fare a me, devi fare quello che io ti dico. E, se lo farai, tutto andrà bene» dice Federico, intuendo i suoi pensieri.

Giulia si scopre con gli occhi gonfi di lacrime e, piena di paura e confusione, stringe la mano del vecchio che sta remando. Nell’altra mano, improvvisamente, si ricorda il rametto di magnolia che le ha donato la vecchia e lo guarda, mancano molti petali che prima c’erano. Guarda dietro di loro, oltre la barca, sulla superficie del mare, e vede i petali che galleggiano, trasportati dalle onde, andati per sempre.

Il vecchio rema per un tempo che pare essere infinito. Alcune gentili creature si avvicinano alla barca, delfini e gabbiani, ognuno di essi appoggia con delicatezza il muso, o le piccole zampe filiformi, sul bordo della barca e attende una carezza dal vecchio. Giulia ha la sensazione che lui stia comunicando con loro attraverso una lingua per lei sconosciuta.

In mare aperto, dove pare non esserci nulla se non acqua e cielo, il vecchio si ferma. Con estrema lentezza, prepara la sua rete. Scioglie ogni groviglio con calma, con le nodose dita cotte dal sole, poi getta la rete in mare.

La rete scompare, inghiottita dalle onde. Poi il vecchio si siede e prepara la sua pipa, sbriciolandovi dentro foglie di tabacco viola. Una volta pronta, accende la pipa e aspira una gran boccata, per poi soffiare un’enorme nuvola di fumo azzurrognolo verso Giulia.

Il profumo di rosa della nuvola di fumo la distoglie da pensieri dolorosi.

«È arrivato il momento, Giulia. Buttati in acqua.»

«Cosa?!» grida Giulia, risvegliata dal torpore «Perché? Cosa dovrei fare in acqua?»

«Temo che, a questo punto, tu non abbia altra scelta, e comunque non si tratta di qualcosa che puoi capire prima di farlo. Devi farlo e basta. Io ti aspetterò qua. Devi avere fiducia, Giulia, la stessa fiducia che hai messo nella vita, anche se è stata devastata in più momenti. Come quando hai perso il tuo bambino, ti ricordi Giulia?»

Giulia ammutolisce, segue le parole e le nuvole di fumo del vecchio.

«Proprio come allora, quando, nonostante il dolore, hai deciso di avere fiducia nella vita. Ancora un po’, ti sei detta, ancora un po’ di fiducia. Ora mi metto qua, hai pensato, mi chiudo nella mia vita, nelle mie cose, e non farò passare più nessun dolore. Sorriderò ogni mattina alle persone che incontro, e ogni sera mi ritirerò sola nel mio letto, sognando il mio bambino. È così che hai pensato, vero Giulia? E’ così che ti sei salvata, andando avanti un altro po’, un giorno ancora, e poi un altro… Beh, adesso è arrivato il tuo momento. Adesso puoi essere ricompensata per tutti i sorrisi che hai dispensato nonostante la morte che avevi dentro. Perché tu hai capito una cosa fondamentale, hai capito quella soave gentilezza che salva il mondo.»

Dalle profondità del mare, un azzurro delfino compare, appoggia il muso di nuovo all’imbarcazione e fa piccoli fischi di incoraggiamento verso Giulia, invitandola in acqua.

«Segui il mio piccolo amico, fidati di lui, e fidati di me»

Giulia, ormai dentro una situazione che non sa spiegarsi, ma dalla quale non sa nemmeno sottrarsi, si tuffa in mare. Una volta in acqua, il suo corpo pare esserci sempre stato. Non torna a galla, lassù, verso la barca, il cui profilo Giulia scorge oltre la coltre d’acqua, sopra la sua testa.

Il delfino è accanto a lei, le nuota intorno e le fa segno di seguirlo.

Le sta indicando il fondo del mare, un fondo non lontanissimo, e così nero.

Ricoperto di nera sabbia molto fine, il fondo del mare pare provenire da qualche vulcano ormai spento. I capelli di Giulia fluttuano intorno a lei, non sta trattenendo l’aria, non ha problemi a respirare, ora sente di essere in un luogo molto reale, eppure non è più la sua realtà, quella di ogni giorno, ma un’onirica realtà.

A questo pensiero, altri petali si staccano dal rametto ancora tra le sue mani, e scendono lentamente verso il fondo. Il delfino la incita e Giulia decide di seguirlo, nuotando verso di lui. Scendono dunque, lasciando la luce e penetrando un caldo buio e accogliente.

Sul fondo del mare, Giulia stupita pensa di riconoscere un mobile. Si avvicina, e lo stupore è ancora più forte. È la vecchia madia della nonna! La vecchia madia in cucina, sopra cui Giulia e la nonna impastavano il pane, e dentro cui si nascondevano sacchi di farina profumata e semi di papavero. Giulia passa la sua mano sopra la superficie, perfettamente conservata. Non si chiede nemmeno perché la vecchia madia si trovi là, nelle profondità del mare al largo di un’isola vulcanica, sono consapevolezze che improvvisamente non le servono più. Un altro petalo si stacca e scivola via.

Solleva il pesante coperchio con l’aiuto del delfino, e dentro la madia, adagiato sul fondo, trova uno specchio. Lo solleva, e ci si guarda dentro.

Sono le otto del mattino e Giulia va di fretta nella strada affollata sotto casa sua, ha perso l’autobus. I clacson suonano indispettiti, il rombo dei motori ruggisce, nuvole di fumo grigio e nocivo si alzano dai veicoli. Le persone parlano e corrono urtandola sul marciapiede. Piove, e la gente è ancora più nervosa quando piove, al mattino, e deve andare al lavoro, e l’autobus è andato. Quella notte Giulia ha sognato Federico che la chiamava, ma lei non riusciva a vederlo, si è svegliata tutta sudata e molto agitata. Sa che sarà una giornata difficilissima, perché sentirà la voce di suo figlio per tutto il giorno. Sa anche, però, che deve farcela e deve immergersi nel lavoro e sorridere. Ci deve provare, ci deve proprio provare, altrimenti saranno guai. Giulia ha quarant’anni, è una donna molto bella. Il dolore non ha rovinato del tutto il suo viso. Alcune rughe solcano le sue palpebre e la sua fronte, ma ancor di più i lati della sua bocca, le rughe del sorriso. Quella mattina, truccandosi di corsa, ha sbavato il rossetto che ora le fugge via dal lato sinistro della bocca, attirando lo sguardo di alcuni passanti che incrocia sul marciapiede, quelli che non corrono, ma che cercano di sopravvivere a un’altra giornata. Si stringe i lembi della cintura del cappotto in vita, è magra Giulia, non mangia molto. Un uomo, un bell’uomo, accenna un sorriso alla sua bocca. Ma Giulia ha lasciato fuori gli uomini dalla sua vita da molto tempo, da quando il padre di Federico li ha lasciati soli, e poi Federico se n’è andato in silenzio, stroncato dal brutto male che non gli ha lasciato scampo. Federico è spirato con la piccola veste verde ancora addosso, stringendo Ciccio, il suo pelouche, e la mano ossuta di Giulia. Dopo aver vissuto questo, Giulia ha rimosso l’amore carnale e ha tentato di vivere come si può, comprando libri, pensando a cosa avrebbe voluto leggere Federico da grande.

Deve attraversare la strada, Giulia. Ma ha la testa nel pallone quella mattina, sente la voce di Federico che la chiama. “Amore, dove sei?” gli risponde dentro sé, sentendo il suo stesso grido nelle profondità del suo cuore e un singhiozzo le muore in gola, poi è stridore di freni sull’asfalto, lo schianto ed il buio totale.

Nessun rumore, nessuna luce, nessun dolore. Il singhiozzo è scomparso e ora è solo pace, Giulia sente il suo respiro farsi calmo, calmissimo, poi lasciare il suo corpo con infinita pace.

Il delfino le bussa dolcemente alla spalla, Giulia sta ancora guardando il buio che è sopraggiunto nello specchio. Ora si ricorda tutto, Giulia, ora ha capito.

Il delfino tiene qualcosa in bocca, e glielo porge. È un fagotto morbido, è Ciccio, l’orsacchiotto di Federico. Con un moto di gioia e liberazione, abbraccia Ciccio e il delfino, felice Giulia, felice consapevolezza leggera si posa sulla sua testa, e piange. L’ultimo petalo si stacca dal rametto di magnolia, perché Giulia ora sa, ha capito. Improvvisamente il cuore le batte forte, la signora che ha incontrato quella mattina, e che le ha donato il rametto, era sua nonna. Era la cara nonnina, con i suoi vivi occhi azzurri, ma Giulia non era ancora in grado di riconoscerla, non era ancora pronta, ora invece tutto le appare chiaro.

Insieme a Ciccio e al delfino, leggera come una piuma, Giulia sale di nuovo verso la superficie.

Afferra il bordo della barca con entrambe le mani e si solleva, spinta dolcemente dall’amico delfino. Non alza ancora lo sguardo, perché sa cosa la aspetta e ha molta paura, paura che le scoppi il cuore di gioia, infinita gioia che riempie l’universo.

Si siede sul bordo e poi alza lo sguardo, e lui è lì.

Sulla barca non c’è più il vecchio Federico, a pescare fumando la pipa, ma c’è il suo Federico, il suo bambino scomparso cinque anni prima, che le sorride e allarga le braccia.

«Vieni, mamma»

Giulia scoppia in un pianto liberatorio e stringe a sé il suo bambino.

La nonna, accanto a loro, sistema le fronde rigogliose delle magnolie.

Perché non esiste tempo qua, non esiste spazio, allo stesso tempo si è in mare e lungo le vie di una bianca isola di origine vulcanica.

Una piccola farfalla dorata muove di nuovo le piccole ali, questa volta con più decisione, e prende a volare silenziosamente nella stanza di Giulia, ancora immersa nella penombra ammantata di luce prepotente.

Si posa su un disegno appeso accanto al letto di Giulia. È un cartoncino nero, un po’ usurato, con colorati tratti infantili. Una piccola mano paffuta, sporca di pastelli, lo ha fatto per la sua mamma, il posto in cui avrebbe voluto portarla in vacanza.

Il disegno ritrae case bianche con decisi tratti di pastello, adorne di fiori rosa, un verde mare all’orizzonte e una piccola barchetta al largo con un vecchio pescatore.

Nel mezzo dell’Europa o forse no

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Era una notte senza nuvole, un cielo blu Van Gogh era sopra la mia testa, letteralmente. Un cielo tempestato di stelle luminose. Uno di quei cieli che solo in montagna, d’estate, in pieno Agosto, si può avere la fortuna di ammirare. Montagna? Quindi ci trovavamo in montagna? O collina? O solo una zona molto boscosa? Infatti, se già non fosse abbastanza chiaro… ci eravamo persi. Eravamo partiti quella mattina per affrontare il rientro in Italia dopo un lunghissimo viaggio attraverso buona parte dell’ Europa.

Quello fu uno di quei viaggi che si fanno poche volte nella vita, che durano molte settimane, e che alla fine neanche ti ricordi più quando sei partito esattamente, e com’eri quando sei partito. Perché hai visto tante facce, conosciuto tanti luoghi nuovi, le cui dinamiche sono diventate anche un po’ tue. Hai scandagliato le mappe delle metropolitane e imparato quali linee prendere e in quali direzioni. Hai imparato a riconoscere strade e parole, odori e colori.

Eravamo partiti con le prime luci dell’alba di un mattino di Agosto. È un mese caldo in Italia, di solito, ma quell’anno non smetteva mai di piovere. E così sarebbe stato anche lungo tutto il nostro viaggio, ma senza rovinarcelo. Anzi, la pioggia aveva regalato profumi nuovi all’erba e alla strada, alzando nuvole panoramiche e disegnando nuovi sfondi solo per noi.

Eravamo partiti, dicevo, in direzione Nord. Eravamo arrivati a Monaco di Baviera nel pomeriggio, incontrando, appunto, pioggia, tedeschi e buona birra.

Avevamo poi proseguito verso la meravigliosa Praga, per la quale dovrei scrivere un’enciclopedia a parte e non dodicimila caratteri, ma ci sto lavorando. Quella fu la prima volta che incontrai Praga, ma della nostra relazione ho già parlato in altri luoghi.

La linea del nostro viaggio continuò poi a tracciarsi verso Nord Est, riprendendo la Germania: quella parte di Germania che una volta era chiamata dell’Est, di diritto all’interno della cortina di ferro sovietica.

Giunti a Berlino, capii che quel viaggio non si stava rivelando affatto rilassante né semplice, ma mi stava donando una delle linee di interesse più importanti della mia vita. Non era un viaggio di piacere, bensì di intensa conoscenza. L’essere a Est implicava vedere un mondo molto lontano da quello da noi conosciuto, un mondo cresciuto, negli ultimi decenni del ventesimo secolo, all’interno di una bolla che a Occidente non conosciamo. All’interno di quella bolla c’erano moltissime altre cicatrici, risalenti alla Seconda Guerra Mondiale: era dunque un viaggio a ritroso nella storia. Berlino in particolare fu capace di raccontarci com’era la vita di una città divisa in due, il riverbero del Muro continuava insistente nonostante fossero passati decenni da quando era caduto. Berlino era ancora divisa in due, anche se le differenze erano meno accentuate e anche se non c’era più il Muro – non dappertutto – o il filo spinato, e soprattutto non c’erano militari a sparare sulla tua voglia di muoverti. Quelle due parti ancora presenti erano come l’eco della dicotomia che stava morendo, delle due ideologie messe a confronto, e proprio perché stava morendo, la città le stava amalgamando, a fatica, come il caffè del mattino. Quando giri il cucchiaino e mischi zucchero e liquido nero fumante. Da Berlino avevamo proseguito per Schwerin, un incantevole lago all’estremo Nord della Germania, immerso in un’atmosfera da favola. Il castello ci sembrò quello della Walt Disney, si affacciava pieno di guglie e torrette nel lago verde che si perde all’orizzonte. L’acqua era trasparente e celava, come un portagioie, una rigogliosa flora subacquea, mentre le anatre scivolavano sopra il pelo dell’acqua, in fila indiana. Le nuvole lunghe chilometri riempivano il cielo quel giorno, e si specchiavano anch’esse nel lago fresco. Lì si è sufficientemente a Nord perché la luce, in estate, duri molto più a lungo, e quella sera si crearono giochi di luci fatate sull’acqua, tra il sole che non voleva andarsene  a dormire, il cielo misterioso e la luna insolente. Il viaggio proseguì attraverso Olanda, Belgio, poi finalmente Francia del Nord, dove abbandonammo le metropoli e ci stendemmo languidamente sulle spiagge fredde della Normandia, e poi sugli scogli granitici della Bretagna. La Bretagna è un buffo posto, ci sembrò di arrivare nella Contea de Il Signore degli Anelli: i nomi francesi erano sottotitolati in celtico, in ogni cartello stradale, le persone non avevano nulla a che vedere con i francesi un po’ spocchiosi, la loro fu un’accoglienza genuina e verace. Partecipammo a piccole feste su altrettanto piccoli porti sull’Atlantico, dove le barche non sempre si trovano in acqua, ma improvvisamente sulla terra ferma. Ascoltammo musica celtica con i pescatori di ostriche, e prendemmo parte ad antichi rituali per il mare e la terra. E poi ci perdemmo, come stavo dicendo all’inizio.

È così che dev’essere in ogni viaggio che si rispetti, bisogna partire organizzati e sapere dove si vuole andare, ma poi anche lasciar perdere e perdersi, ad un certo punto, per ritrovare con più magia la strada di casa. La mattina della partenza, dal Nord della Francia superammo Rennes, ed è lì, più o meno, che prendemmo la decisione di uscire dall’autostrada. Già di per sé le autostrade, in quel punto di Francia, avevano qualcosa di veramente curioso. Seguivano infatti le pendenze vertiginose delle colline con troppa meticolosità, creando un effetto montagne russe che faceva venire le vertigini. Perciò si crearono lente colonne che salivano, salivano, salivano, pareva che stessero scalando il tetto del mondo, e arrivati sulla cresta n alto… ecco che ci si fiondava giù, sempre più giù con la stessa pendenza folle, con la sensazione che i freni non avrebbero mai funzionato. Prendemmo delle strade secondarie, certi di riuscire ad arrivare ad Avignone in serata, dove avevamo l’ultimo albergo prenotato prima di far rientro in Italia.  Passata Limoges, i cellulari smisero di funzionare e il pomeriggio pareva inoltrarsi verso la sua fine, benché ancora lontana a fine Agosto. Ci addentrammo in una serie di parchi nazionali bellissimi, dove non era possibile però incontrare anima viva. Pareva di essere tornati indietro nel tempo, e soprattutto pareva di essere fuori dal mondo. Che buffo, no? Quando guidi per ore e non incontri nessuno, e soprattutto non trovi cartelli che indichino le grandi città che conosci, pensi di esserti perso. In realtà, è allora che il viaggio ti sta offrendo l’opportunità migliore: fuggire via. Attraversammo il parco regionale di Millevaches en Limousin e, una volta giunti a Saint Flour, ci rendemmo conto di essere molto in ritardo sulla tabella di marcia. Ricordo la telefonata all’albergo di Avignone per avvisare che saremmo arrivati in tarda serata. La signora mi chiese dove fossimo, e quando risposi : «Nous sommes à Saint Flour», il silenzio calò dall’altra parte della cornetta: era impossibile pernottare ad Avignone, almeno per quella sera. Noi proseguimmo comunque, impavidi. E, dalle parti di Mendes, prendemmo una strada che solo molto vagamente chiamava verso Sud, e che ci avrebbe condotto dritti dritti in un inferno dantesco: la terribile strada N106, che ancora a volte vado a controllare, su Google Maps, per essere sicura di aver davvero percorso, che sia reale e non frutto della mia fervida fantasia. Quella strada attraversava l’ennesimo parco naturale, scendendo a Sud, e quando dico scendere sto scegliendo un eufemismo. Era, letteralmente, un tornante dietro l’altro che scendeva, piombava, anzi. Senza sapere dove ti trovi, senza incontrare (di nuovo!) altre persone, senza avere indicazioni. Scendere, scendere, scendere… senza che arrivi mai la fine. Ci chiedevamo: «Prima o poi smetteremo di scendere, no? Non arriveremo al centro della terra.» E invece niente, quella strada continuava a serpeggiare vertiginosamente attraverso il bosco fittissimo per centinaia di chilometri. Il buio stava calando e il mio volto, per via delle curve, stava raggiungendo nuove tonalità di verde, mai viste prima sulla terra.  A mezzanotte dovemmo arrenderci: se mai avessimo trovato un’altra strada che incrociava quell’inferno di asfalto e boschi, non saremmo mai arrivati nel Sud della Francia prima del mattino, ed eravamo davvero troppo stanchi. Nerina, il nostro meticcio, languiva pigramente sul sedile posteriore, e naturalmente stava morendo di fame. Avevamo del cibo per lei, ma per noi solo qualche biscotto. Non esiste nessun ristorante sulla famigerata N106, né supermercato. Però ci sono parcheggi dove le persone dormono. Eh, già, perché non eravamo soli in quell’avventura. Il buio era calato e numerose auto e camper avevano deciso di sostare in quel parcheggio per la notte, benché la strada fino a dieci minuti prima fosse deserta.  Quella notte passata a dormire in auto, sotto il cielo stellato, da qualche parte al centro, forse, della Francia, m’insegnò due cose fondamentali: la prima è che dormire all’addiaccio mi rende paranoica, e la seconda è che le curve provocano meteorismo nel mio cane. Tutto il parcheggio si era sonoramente addormentato, compresi i miei compagni di viaggio, sia quello a due che a quattro zampe, io invece  ero ancora con gli occhi sbarrati a fissare il cielo. Non erano le altre auto o camper a darmi pensiero, bensì quelle piccole luci sopra di me, nell’immensità del cielo, che facevano avanti e indietro. C’erano queste piccole luci, una dietro l’altra come le anatre al lago di Schwerin, che non erano stelle, e che proseguivano lentamente attraverso il cielo. Camminavano placide. Mi misi a fissarle. A un certo punto si bloccarono e iniziarono a tornare nella direzione opposta, a fare il percorso inverso. Sgranai gli occhi, forse ero davvero stanca. Provai a dormire, ma niente. Era come se sentissi la loro presenza. Riaprii gli occhi ed erano ancora lì, e appena le guardavo si bloccavano e tornavano indietro. Mi convinsi che chiunque fosse all’interno di quelle piccole sfere luminose, poteva vedermi. Poteva vedere me, a testa all’insù dentro l’auto parcheggiata in un bosco enorme sperduto da qualche parte in Francia, in un luogo introvabile sulla cartina, e poteva farmi capire che mi stava controllando. Controllando per cosa? Forse ero io allora che guardavo loro? Non so come mi ritrovai all’interno della spirale di questi assurdi pensieri, spirale infinita così come le curve della strada N106, ma in qualche modo devo essermi addormentata, nonostante i rumorosi peti del mio cane, e il finestrino che per forza di cosa veniva mandato su e giù. Mi svegliai quando il chiarore timidissimo dell’alba stava già scaldando il parabrezza dell’auto, creando un fastidiosissimo effetto serra.

Era tempo di ripartire. Ormai la notte all’albergo era andata, doviziosamente addebitata sulla mia carta di credito. Con lo stomaco vuoto, tentammo di trovare un posto dove mangiare, alcune centinaia di chilometri dopo, nei pressi di Nimes. Sì, la strada N106 effettivamente arrivava da qualche parte, ma era sempre qualche parte troppo lontana. Avevamo già avuto esperienza nel sud della Francia con la ricerca di luoghi in cui rifocillarsi, anche se questa è un’altra storia, di un altro viaggio, e dovevamo ricordarci che nessuno ci avrebbe sfamati: nel sud della Francia per mangiare è sempre troppo presto o troppo tardi, questo per quel che ci riguarda. Insomma, decidemmo di mangiare solo una volta toccato il suolo italico. La stanchezza era troppa, a quel punto. E così, guidati dal miraggio di un enorme piatto di spaghetti, rientrammo in Italia, dove ogni strada ci sembrò familiare e meno fastidiosa.

Questa notte imprevista mi insegnò, tutto sommato, anche altre cose: che è bello perdersi, è bello disfare i programmi e lasciare che il caso faccia come preferisce, a volte. Ed è bello anche rientrare a casa, dove un altro viaggio sicuramente inizierà.

 

Spiare i volti in stazione

Aspettano il treno, amandosi un altro po’ prima di salutarsi. Sono giovanissime, hanno la metà dei miei anni e forse anche meno. Potrebbero essere le mie figlie. Io le guardo con la curiosità di chi non vede l’ora di infilarle in un racconto, di narrare le loro piccole mani intrecciate, aristocratiche e pallide come una statua del Canova. Ai piedi però portano le Converse e hanno jeans strappati sulle lunghe gambe magre.

Canova Amore e Psiche

Sono bellissime. Si accarezzano i volti con amore e sono felici. Una sveglia troppo insolente non è riuscita a togliere dai loro volti il sonno delle lenzuola di cotone, il sonno dell’amore, hanno ancora quell’odore tra i capelli.

Mi sembra di spiarle, qua sulla banchina, eppure non posso farne a meno. Mi immedesimo nella mamma che questa mattina forse le ha svegliate e ha preparato loro la colazione, chissà se lo sa questa mamma, dell’amore che hanno lasciato tra le lenzuola. Penso che sarebbe cieca a non vederlo. Io non sono mamma e non sveglio nessun viso di marmo, al mattino, con la colazione pronta. Però sarei una mamma felice se vedessi negli occhi di mia figlia quell’amore lì.

 

 

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Dopo il bellissimo secondo posto nella categoria Racconti dello scontrino dello scorso anno, e la pubblicazione sul volume Cado come neve edito da Fernandel, quest’anno ci  riprovo!

Eccomi dunque a partecipare sia nella categoria I Racconti dello scontrino che in quella della Poesia. Il termine per l’invio dei propri elaborati è scaduto il 17 giugno scorso, ora si avvia la fase delle votazioni della giuria popolare, cioè voi! Ecco qui i miei scritti:

Vi piacciono? Allora votatemi, perché potreste vincere due buoni da 500 euro da spendere nelle capitali europee con Robintur! Qui le istruzioni per votare, è necessario avere dai 18 ai 39 anni ed essere domiciliati nelle regioni Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia-Romagna, Marche, Abruzzo, Puglia, Sicilia e nelle province di Matera, Arezzo, Firenze, Lucca, Pisa, Pistoia, Prato e Siena.

 

 

 

Lo sguardo sordo

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L’uomo sale lentamente le scale del palazzo, contando gli scalini, quaranticinque fino alla sua porta. L’odore acre dell’umidità penetra nelle sue narici. Arrivato alla sua porta, estrae la chiave e la gira nella toppa. Silenzio all’interno dell’appartamento. Dalla cucina di fronte a lui proviene il rumore sordo di un pacco di latte che precipita sul pavimento, aperto. L’uomo sente provenire dal buio il rumore del liquido che si sversa, e il miagolìo del gatto che lo saluta. Sbuffa, ricordandosi di aver lasciato il latte aperto alla mercé del gatto, ma non si arrabbia, sorride. Trova il latte sul pavimento, prende della carta assorbente dal ripiano della cucina, e asciuga, in ginocchio sul pavimento. Indossa pantaloni di velluto a costine, scarpe di pelle molto eleganti, che stridono col resto dell’abbigliamento. I capelli, un po’ lunghi e ancora folti, cadono in ciocche sottili e untuose sulla fronte e sulle orecchie. Prende in braccio il gatto, che gli si è avvicinato, lo accarezza, mentre la stanza si riempie di fusa appassionate. Il gatto strofina con amore il suo musino umido contro il mento ispido dell’uomo.

Cataste di libri sul tavolo, cerca di fare spazio alla piccola busta di spesa del mattino. Qualche libro cade sul pavimento.

L’appartamento è in penombra, fuori il cielo nuvoloso minaccia una pioggia primaverile. L’uomo capisce che è quasi ora. L’ora del suo appuntamento quotidiano.

Allora prende la caffettiera dal lavabo, la passa sotto l’acqua, la svita con cura, controllando con le dita la guarnizione un pò consunta. Poi getta il fondo, odoroso di caffé e acqua. Prende il piccolo barattolo di porcellana, fredda al tatto, e riempie la caffettiera di nuovo caffé profumato di tostatura, di cacao, di terre lontane e calde. Mette la caffettiera sul fornello e poi apre la finestra. È quasi ora.

D’inverno, quando è davvero freddo, non apre la finestra, oppure la apre solo per pochi istanti.Il freddo è tanto e la richiude quasi subito, tenendo scostate le tendine in modo da non sottrarsi al suo impegno nemmeno per un attimo, almeno fino a quando sa che è terminato. Ma in primavera e in estate è piacevole, anzi, diventa un rito, aprire entrambe le ante della finestra e lasciarle aperte per tutto il tempo necessario. Mentre il caffé piano piano viene sù, egli spalanca la finestra e si accende una sigaretta dalla quale fa una profonda boccata. È il suo momento. Si versa il caffé nero fumante nella tazzina, poi si siede al tavolo, con la sedia rivolta alla finestra, gira il cucchiaino fino a sciogliere lo zucchero e aspetta, tenendo il capo ben proteso e bevendo il nero caffé.

La donna abbassa lievemente la fiamma del ragù. La carne sfrigola nell’olio, allora svita il coperchio della bottiglia di pomodoro e lo versa nella pentola, mescolando. Si sprigiona profumo di pomodoro fresco. E’ molto concentrata, guarda dentro la pentola osservando il risultato e aggrottando le sopracciglia. Ha un grembiule stretto in vita e gli occhiali che cadono sul naso. Di solito non li porta, ma per leggere, o per fare qualche lavoretto di cucito, ormai le servono.

Il vapore del cibo riempie la cucina, sta pensando alla cena. Sta preparando la cena per il figlio. E’ ancora giovane, ma non troppo. Non è più una ragazzina, è una donna matura. All’improvviso le viene in mente qualcosa e guarda l’orologio appeso. E’ ora. Il cuore le salta in gola con un solo balzo cancellando l’espressione concentrata. Si sente presa alla sprovvista, come se fosse la prima volta. Ma non lo è. Si sente impreparata e inadeguata, scioglie frettolosamente il nodo del grembiule e getta sul tavolo gli occhiali. Dà un’occhiata alle sue gambe, lisciandosi la gonna, e si trova orribile. Ha una vestaglia da casa, di quelle che portavano le nonne, blu scuro, che s’infila come un grembiule e si annoda dietro la schiena, incrociandola. Eppure, nonostante manchi di tutti gli elementi necessari alla sensualità, sa che piacerà. Si sente come sempre anche un pò in colpa, anche se non dovrebbe, visto che non ha più un uomo. Ma è come se moralmente questa situazione non fosse accettabile nemmeno per sé stessa, perciò è qualcosa che vive solo in quel brevissimo lasso di tempo.

Esce nel corridoio e getta via le pantofole. I collant hanno un buco esattamente sull’alluce, ma calcola che non dovrebbe riuscire a vedersi.

E’ anche impregnata di odore di cipolla, di carote, di sedano, di pummarola, ma tanto lui non lo sentirà, è troppo distante.

Entra nella stanza e già dalla porta, attraverso le tende ruvide color pergamena, un pò trasparenti, distingue la sua figura. E’ pronto. Lui è seduto alla sua finestra, dall’altra parte della strada, in linea d’aria molto vicino a lei.

La stanza in cui entra la donna sa di vecchio. È  la sua stanza da letto. C’è un vecchissimo armadio di scuro legno lucido, con riccioli e ricami pretenziosi sia in alto, verso il soffitto, che in basso, verso il pavimento. Al centro dell’armadio uno specchio su due differenti ante, che, se ne apre una e la ripiega sull’altra, vede mille stanze e mille sé stesse. È  lo specchio che la aiuta, di solito, perché resta lì di fronte e ci si fissa, non distogliendo mai lo sguardo dai propri occhi, imbarazzati, e dal proprio viso paonazzo.

Il letto è pesante, alto, con un vecchio copriletto color crema. Una cassettiera altissima, nella parete opposta. C’erano alcune cornici con delle fotografie, un tempo, ma poi temeva di incrociare lo sguardo di qualcun altro, e non più solo il proprio, allora le ha spostate in sala.

C’era anche una Madonna di ceramica, sopra il letto, con un bambin Gesù, ma ha tolto anche quella, come se ogni particolare fosse lì per giudicare la sua dubbia moralità.

Chiude la porta dietro di sé, come ogni giorno, calcolando che il figlio non rincaserà fino a pomeriggio inoltrato, dunque si calma un pò. Attraversa la stanza, tira le pesanti tende e apre la finestra, spalancandola. Il traffico entra prepotente col suo rumore metallico, ma non importa, lei non lo sente. Per un attimo lo guarda, un attimo carico di intensità, e così tutto può avere inizio. Le tende diventano un sipario che si apre, e l’unico attore è lei. L’unico spettatore è lui.

Si sdoppia. Da una parte, si passa stancamente una mano tra i capelli e fa l’espressione che lei pensa possa avere una donna che si sta cambiando d’abito nella sua stanza. Recita. Come a proteggere sé stessa, come se potesse dire “io mi stavo solo cambiando”.

Ma mentre pensa questo, il suo petto emozionato fa su e giù per il sentimento di languore, timido e imbarazzato, che la invade. Si sente ubriaca, cerca di controllare il respiro e i movimenti.

Si volge allo specchio e si guarda. Vuole prolungare l’attesa. I capelli rossi, in caldi ricci, ricadono sulle sue spalle. Passa un dito sulla cucitura della sua veste. Segue il seno abbondante, materno, al di sotto della sua veste. Procede lungo i fianchi, tondi e morbidi, la pancia strizzata nella guaina che ha messo quella mattina, quelle anni cinquanta. Non ha biancheria intima eccitante e non potrebbe mai andarla a comprare, dovrebbe fare i conti col peggiore degli inquisitori, sé stessa.

Però ha trovato qualcosa che potrebbe risaltare le sue forme, anche se ricorda esattamente che quando si accorse di lui, dall’altra parte della strada, lei si stava semplicemente sfilando delle calze di lana stoppose.

Scrolla la testa piena di riccioli, con un gesto che sa di civetteria lontana nel tempo, e mai più esercitata. Si sente forte così, si sente attraente, nonostante il collo rugoso, le braccia un pò molli, il seno che non sta più sù come una volta, si sente forte dei suoi ricci, dei suoi occhi penetranti, della sua abbondanza un pò felliniana.

Incrocia le braccia dietro la schiena, restando sempre di fronte allo specchio e dando il profilo alla finestra, e scioglie piano il nodo della veste. Come a voler prendere qualcosa sulla cassettiera, si gira verso la finestra, la veste si apre leggermente e lascia intravedere il suo corpo fasciato in un intimo antico. Il reggiseno color carne, con grosse spalline robuste che solcano le spalle, con inserti di pizzo delicato. La guaina, sempre color carne, e i collant tirati sopra e scomposti. Si vergogna, di nuovo, per un attimo, ricordandosi i collant. Poi si gira ancora e apre bene la veste verso lo specchio, lasciandola cadere sul letto dietro di lei.

E’ silenzio, tra loro. Non un soffio. Non sentono il traffico, sulla loro strada. Non sentono le voci, nella strada. Quel momento è quanto di più intenso essi possano vivere nella loro esistenza fatta di sughi da far bollire piano, e gatti pasticcioni.

Com’è nata, forse non riescono più nessuno dei due a risalirvi. E’ nata piano piano, con sguardi furtivi rubati dietro le tende, con centimetri di pelle svelati a poco a poco, per cedere a un attimo di sensualità sorda, mai appagata, poi respinta decisamente dietro la porta della stanza richiusa con un tonfo. Lei non sa il nome di lui, ha troppa paura per indagare, ma sa che vive al di là della strada da moltissimi anni, e sa che è sempre stato solo.

Lui conosce il nome di lei, ha chiesto in giro. Ma mai si sono avvicinati.

Si sono incrociati in strada, forse volutamente, ma lui sembrava non vederla, se ne stava lì fermo, dietro gli occhiali scuri, e sembrava quasi annusare l’aria. Lei è fuggita via, imbarazzata.

Questo è il massimo del rapporto con l’altro sesso che entrambi conoscono, da anni. Eppure sembra già sufficientemente appagante. Eppure, due persone sole possono essere vicine, vicinissime a qualcuno che non conoscono affatto e non conosceranno mai.

La donna è senza abiti, ora. Un brivido di freddo la pervade, come ogni giorno, anche col più torrido dei caldi. Lui aspetta, dall’altra parte della strada. Lui non si muove. Non fai mai nulla, semplicemente sta lì e aspetta. Sorride compiaciuto e felice verso di lei.

Lei non è nemmeno sicura che lui possa piacerle, non lo ha mai davvero guardato. Lei ha una relazione con lo sguardo di lui, ed è una relazione che la appaga.

Se ne vergogna, se pensa che si sta esibendo per lui, ma se pensa che lo sta facendo per il suo sguardo, allora va bene. Allora si lascia andare un pò, se pensa che quello sguardo è solo puro guardare, ed è magari staccato rispetto ad un cervello che potrebbe giudicarla.

Oggi ha deciso di fare ancora qualcosa in più. Piano piano, i gesti sono diventati sempre più audaci nel corso degli anni. Ma ci è voluto moltissimo tempo per arrivare a questo punto.

Così, non si slaccia il reggiseno. E’ ancora presto per il seno, e lei se ne vergogna. Si toglie lentamente i collant, seduta sul letto e guardandosi allo specchio. Si alza di nuovo, si gira, donandogli le spalle, e poi afferra l’elastico della guaina, tirando giù con un movimento veloce. Il suo fondoschiena è adesso libero e proteso verso di lui. Non è il fondoschiena di una ragazza, non è sodo, la pelle non è liscia, non è tirata. È un pò molle, quasi come un budino, è ampio, è accogliente. È il fondoschiena di una donna sola, in là con gli anni, che sta vivendo la relazione più eccitante della sua vita. È un fondoschiena attraente, perché freme d’eccitazione, e forse anche d’amore, l’amore per uno sguardo molto bramato. È seducente, perché vuole essere guardato. È dolce, è rassicurante.

I sensi dell’uomo hanno una scossa, ma non per il fondoschiena, ma perché con la sua sensibilità intuisce un gesto di ulteriore apertura, pieno di amore e di fiducia. Come un donarsi ancora di più al suo sguardo, non a lui, e questo lui lo sa.

Poi, per lei è come risvegliarsi dal torpore: improvvisamente sente giungere il traffico dalla strada e una risata che passa, e  quasi come se ridesse di lei, si sente nuda e inerme, afferra la guaina e corre via dalla stanza sbattendo la porta. Rientrerà solo più tardi, per chiudere tutto, e lui non sarà più dall’altra parte. Lui sente il tonfo della porta, dall’altra parte della strada, e capisce che per quel giorno è finito tutto.

La donna gira il ragù, immergendosi di nuovo nella concentrazione della cucina, si chiede se ha messo il sale. Di fuori, un’ombra vela il cielo. Tra poco pioverà.

L’uomo finisce la sigaretta e con calma chiude la finestra. Mette via la tazzina, dentro il lavabo. Cerca la ciotola, a tastoni, la riempie di croccantini, posandola a terra. Poi resta lì, accovacciato, cercando la morbidezza del gatto con le mani, ad ascoltare il suo ritmico sgranocchiare, come se fosse rimasto sordo fino a quel momento, e quello fosse il primo rumore che sente dopo moltissimo tempo.

In realtà ha sentito tutto, ogni singolo rumore, ogni fruscìo di vesti, e ha annusato nell’aria l’eccitazione, la vergogna, la paura, e quando le ha percepite, si è sentito felice, perché ha capito di avere riempito la vita di lei anche quel giorno, solo sedendosi e facendo da spettatore. Uno spettatore che non può vedere, se non con i sensi più profondi.

Il buio cala lentamente, fuori dalla finestra, ma lui non lo vede.

Lui non può vedere, il suo è uno sguardo sordo.