Viaggio di un’esordiente nel mondo dell’editoria

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Oggi vi racconto un viaggio, uno di quei viaggi con una partenza per definizione molto precisa, ma senza meta. E forse senza biglietto di ritorno. Vi racconto il mio personale viaggio -tutt’ora in corso- nel mondo dell’editoria italiana, nella speranza che possa essere d’aiuto ai tanti aspiranti scrittori là fuori che inviano i loro manoscritti nella convinzione di avere tra le mani un capolavoro. Ma, prima ancora di arrivare agli scrittori, vorrei che la mia riflessione arrivasse in modi occulti a qualche editore. Sì, perché la sensazione che ho è che ci sia da lavorarci parecchio.

Mi sono imbattuta in un post su Instagram proprio questa mattina, che diceva: “The publishing world is very timid. Readers are much braver” (il mondo dell’editoria è molto timido, i lettori sono più coraggiosi). Ottimo, ho pensato: allora non è così solo in Italia. Ed è significativo che il post venga da un utente che offre consulenza agli autori per raggiungere un maggior numero di lettori utilizzando il web. Ma, ci chiediamo tutti, di questo non dovrebbe occuparsi la casa editrice?

Facciamo un passo indietro. Circa quindici anni fa ricevetti una proposta di pubblicazione per una versione ancora embrionale di Scrivi, il mio romanzo d’esordio che ha visto la luce solo quest’anno e con una versione molto differente da allora, ma tant’è. La proposta di pubblicazione mi lusingò parecchio, avevo partecipato a un concorso letterario e quello fu il risultato. Non avevo la benché minima idea di come funzionassero le cose, io, ragazzotta poco più che ventenne che veniva dalla campagna con un mazzolin di rose e viole, e pensai di aver fatto colpo sulla casa editrice. Sicuro, cara. Peccato che la casa in questione chiedesse un piccolo, modesto contributo per la pubblicazione, pari a circa due dei miei stipendi di allora. Ma, d’altra parte, tuonava la “proposta”, se l’autore non investe su se stesso, su chi dovrebbe investire? Fui costretta a rifiutare, ma lo feci a malincuore, ci tengo a sottolineare la mia dabbenaggine. Col tempo poi imparai a distinguere e capii che quello era solo l’inizio dell’epoca d’oro delle famigerate case editrici a pagamento. Che oggi, per fortuna, non incontrano più i favori del pubblico, anche e soprattutto grazie a internet, al Self Publishing e alla possibilità di far arrivare copie del proprio libro ai lettori anche senza una casa editrice vera e propria come intermediario. Penso ad esempio al servizio offerto da Amazon, al quale sono contraria per principio ma se devo proprio dirla tutta: meglio il Self Publishing che l’editoria a pagamento.

Insomma, il cliente pagante della casa editrice, in quel caso, non era il pubblico di lettori, ma l’autore. Che si trovava con parecchie copie in giro per casa ed era costretto a sbattersi per venderle e ricavarci qualcosa. Da autore a ragioniere, che brutta fine. E lo sappiamo tutti quanto la situazione sia drammatica, quanto i lettori siano diminuiti (ma rispetto a quando?) e quanto alti siano oggi i costi di pubblicazione e distribuzione. Comunque, continuiamo sulla strada: l’editoria a pagamento non riscuote più successo. Dunque, tutto risolto? Siamo tornati a una situazione felice, in cui l’editore fa una selezione di qualità e propone all’autore un contratto giusto e cerca di sostenerlo nella promozione e nella giungla della vita di quell’opera? No way. O almeno, non funziona sempre così. Non funziona quasi mai così.

Arriviamo ai giorni nostri. Finisco di scrivere il mio secondo romanzo, decido di farlo partire sul binario della fortuna? No, lo leggo e lo riscrivo. Poi soltanto dopo, forse, sarà pronto. Insomma, va bene che sto scrivendo un post che spiega quanto tanto cattive siano le case editrici e quanto tanto sfigati i poveri bravissimi autori, ma insomma: io credo innanzitutto che, prima di fargli lasciare il nostro ventre materno, il manoscritto debba essere impeccabile. A livello di contenuto, a livello di impaginazione e di refusi. Piacevole da leggere anche alla vista, giustificato e con un carattere discreto, non certo Walt Disney.  Questo lo leggerete in qualsiasi pagina delle ce dove sia possibile inviare manoscritti inediti.

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Ecco, magari evitiamo certi font per i manoscritti

Bene, allora lui è pronto e io decido che per questa seconda pubblicazione tenterò la via del cartaceo. Perché, mi chiedete? Eh no, non chiedetelo a me, chiedetelo alla marea di gente che mi ha scartavetrato le balle chiedendo copie cartacee del mio primo romanzo. Poi va beh, c’è anche un altro motivo: io sono una lettrice compulsiva e compro talmente tanti libri su Amazon che spesso me li porta a casa Jeff Bezos in persona. Allora mi sono detta che forse sarebbe bello essere su Amazon io stessa. Ma, oltre a questo, che dio mi fulmini! Credo che, dovessi andare avanti in qualsiasi modo, rimpiangerò il lavoro prezioso, l’editing e la promozione accuratissima e appassionata di Geeko Editor per sempre. Ottimo, andiamo avanti.

Inizio a informarmi. Perché ti dicono che devi scegliere con cura le case editrici a cui mandare il tuo manoscritto, devi conoscere bene cosa fanno, che generi prendono in considerazione e non devi mandarlo a tappeto. Devi preparare una sinossi degna e accattivante, e una lettera di presentazione che al confronto Chiara Ferragni di marketing non capisce nulla. Ed è tutto verissimo. Allora io scelgo, e punto molto in alto. All’inizio. E non posso certo dire di essermi (ancora) pentita, anche perché quando e se avrò loro notizie è probabile io sia ormai da Taffo, ma nell’eventualità lascerò il loro recapito. Infatti, la triste verità è che le grandi case editrici difficilmente scelgono per il loro catalogo un totale o quasi esordiente, e se anche fosse il loro programma è già tutto occupato per gli anni a venire. Comprensibile. Allora mi sposto e scelgo le piccole-medie case editrici, le vado a scovare alle fiere, sui social network, ovunque. E inizio a preparare lettere di presentazione e a spedire. Devo dire che nel frattempo ho scoperto gioielli editoriali che altrimenti non avrei mai trovato.  E inizio a chiedermi come mai questo: forse che siano nascosti da una marea di “altro”? E capisco che posso mettermi comoda: anche con le piccole ce c’è da aspettare. Ma è giusto così: ci vuole tempo per la valutazione di un manoscritto e poi chissà quanti ne ricevono. È corretto, io voglio essere scelta per la qualità. Non voglio essere scelta per fare cassa, ed è qui che le possibilità si riducono in modo imbarazzante.

Nel giro di un mese vengo contattata da diverse case editrici, alcune piccole, alcune di proprietà di altre grandi e rinomate di cui mai farò il nome nemmeno sotto tortura, e che dicono di occuparsi di una sorta di scouting per la loro proprietaria. Alcune avevano ricevuto il mio manoscritto una settimana prima. Cristo, penso, ma non ci volevano mesi? Si dicono interessate, però, cosa vuoi che possa ascoltare oltre a questo? Nulla. Evidentemente, penso, il mio manoscritto è davvero fantastico. Sicuro, cara. E così metto da parte l’entusiasmo iniziale e inizio a cercare. Inizio a capire non solo quello che si dice su internet, ma anche a valutare, senza opinioni, il loro lavoro che è sotto i miei occhi. Quanto pubblicano? Quanti libri al mese? Quante presentazioni fanno affiancando l’autore? I loro libri sono davvero reperibili? E soprattutto, cosa dice Writer’s dream???

Una volta fatto questo e essermi fatta un’idea abbastanza chiara, vado avanti con gli appuntamenti di persona. Sì, perché le ce (case editrici) che mi hanno contattata volevano subito vedermi di persona, richiesta piuttosto strana per chi vive molto distante e soprattutto come primissimo contatto. Magari prima chiariamo due-tre cose su Skype, poi ci vediamo, che dici? No, e poi ho capito perché. Così prendo l’economicissimo trenino per Roma e mi avvio all’appuntamento ben consapevole di voler già rifiutare, ma ormai la mia missione pare non essere più quella di pubblicare il mio secondo lavoro ma scoprire ogni buio anfratto dell’editoria italiana. Al primo appuntamento mi si presenta una situazione piuttosto sconsolante: uno stretto spazio di lavoro in cui coabitano varie figure professionali. Io vengo sistemata nello stesso spazio in mezzo a persone che lavorano e lì parliamo del contratto. È chiaro come l’acqua cristallina che scende da una sorgente di montagna che nessuno lì ha letto il mio romanzo: avrei potuto chiedere “ma che ne pensate delle scene hot alla Harmony che ho messo a pagina 450?” e avrebbero risposto che andavano benissimo. Al di là delle condizioni del contratto, desolanti, ci tengono a sottolineare a più riprese che non chiedono un contributo economico. E te lo credo, mi stai praticamente assumendo come venditore porta a porta. Mi chiedono infatti di presentare un programma di varie presentazioni organizzate da me con un format innovativo di mia invenzione e che siano ovunque tranne che in una libreria. Perché??? si chiede la mia testolina ingenua: la libreria non dovrebbe essere l’ambiente naturale del libro? È che in libreria è il libraio a ordinare i libri e nel resto delle presentazioni, invece, sono io che mi sbatto per acquistarle e rivenderle alla persone presenti manco fosse una riunione della Avon. E oltretutto mi sento dire “tanto nessuno pensa di viverci con quest’attività, giusto?”

FERMI TUTTI.

Da quando pubblicare libri è diventato un hobby? Da quando fare lo scrittore è come dire faccio giardinaggio il sabato pomeriggio per rilassarmi? Si dà il caso che io abbia lasciato il lavoro per scrivere, e so che la maggior parte delle persone intorno a me crede che io dorma fino a mezzogiorno e per il resto del tempo mi gratti le balle che non ho, ma… invece, strano a dirsi, sto scrivendo e producendo materiale come una pazza e di certo non sono e non sarò mai Camilleri, ma che ca… spita, se devo pubblicare il mio romanzo per vedere il mio nome su una copertina vado in tipografia. Se devo intraprendere quest’avventura pensando che non sarà mai il mio lavoro, allora NON la intraprendo affatto. Io voglio fare la scrittrice, non voglio arricchirmi (e poi che male c’è, non lo capisco): voglio solo continuare a scrivere e pubblicare libri.

E voi editori, perché pubblicate?

Pubblicate chiunque vi mandi il suo manoscritto perché siete tipo la Caritas dell’editoria?  O perché volete vendere dei libri? Avete mai fatto una selezione qualitativa dei manoscritti che ricevete, oppure forti del fatto che non richiedete un contributo economico, vi sentite eticamente in linea col proporre a tutti la pubblicazione con un contratto di durata ridicola, un numero di copie stampate esiguo e un prezzo di copertina tale per cui l’edizione della Divina Commedia disegnata a mano da Gustav Doré diventa un economico tascabile, per coprire in ogni caso i costi di stampa? Per poi, una volta pubblicato l’autore di turno, non muovervi mai da dentro quell’ufficio: l’autore deve fare tutto da solo, promozione e presentazioni, e possibilmente anche originali perché LA GENTE SI ANNOIA. E in ufficio, si sa, devono continuare gli appuntamenti vis à vis come in una catena di montaggio, con la stessa, identica formula: proporre contratti editoriali.

Editori seri, medi, piccoli e molto piccoli, lo so che ci siete là fuori, adesso parlo contro il mio interesse: perché magari ciò che scrivo è banale e insignificante. Ma non importa, io amo troppo la letteratura per sporcarla ulteriormente. Non pubblicate tutti. È questo il problema per cui siamo portati a dire che di questo lavoro è impossibile vivere: si pubblica troppo. E molto probabilmente i lettori sono diminuiti in relazione al numero enorme di pubblicazioni che vengono fatte ogni anno. Fate selezione e fatelo seriamente. Valutate anche le intenzioni dell’autore, e nel limite del possibile accompagnatelo in questo viaggio: un autore serio verrà in ogni presentazione e fiera e si darà da fare per organizzare nuove occasioni ma dovete farlo INSIEME. Stampate un numero decente di copie e distribuitele dove è possibile. Soprattutto, pubblicate un’opera solo se credete davvero in quell’opera, prestate servizio serio di editing (cliccare qui per il vero EDITING), non una correzione di bozze! E per questa pubblicazione impegnatevi insieme all’autore per un lasso di tempo congruo, non è una pizza d’asporto che domani farà schifo.

Insomma, io continuo a insistere e attendo proposte serie. Non milionarie magari, non lusinghiere o con strade facili: io sono qui per impegnarmi a promuovere ciò che faccio e a farlo sempre meglio. Ma se tutti vengono pubblicati come pura operazione commerciale esautorando oltremodo il mercato,  come ci può essere  una possibilità per chi davvero ha qualcosa da raccontare?

Cari amici, ho finito il sermone. Forse tra un anno mi troverete in Self Publishing su Amazon e allora vorrà dire che le mie intenzioni sono andate a farsi benedire. Ma nessuno mi ha, per il momento, smosso di un millimetro dall’amore per il mio sogno e nessuno mi ha fatto provare nemmeno un briciolo di scoramento, perciò, grande mondo dell’editoria, non ti libererai di me tanto facilmente.

🙂

La mia guerriglia gentile

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I suoi occhi sono grandi e lucidi e un po’ impauriti. La parte bianca dell’occhio, la sclera, è scura e screziata di venuzze rosse. È un ragazzo vestito bene, ha una felpa pulita e dei jeans non consumati né calati al di sotto del bacino. Stringe in mano il portafoglio e me lo porge. Con questo gesto disarmante vuole dirmi che non intende rapinarmi né chiedermi dei soldi. I suoi occhi impauriti e preoccupati mi raccontano che la pelle scura necessita di quest’assicurazione preventiva. Forse in passato l’aiuto che sta gentilmente chiedendo a me gli è stato rifiutato per paura. Mi chiede aiuto per fare il biglietto del treno.

È una stazione piccola e quasi mai affollata. Ci sono solo le macchine automatiche per fare il biglietto, la biglietteria è stata soppressa. Le macchine automatiche non sono sempre così intuitive: dicono che puoi scegliere la tua lingua, ma in realtà devi essere anche più che a tuo agio con la tecnologia e insistere particolarmente con le dita sullo schermo, tanto che a volte a me pare una lotta. Ci sono tanti treni che si fermano, tante persone che scendono e salgono. Ma, a parte questi momenti fugaci, la stazione è per lo più vuota e qualcuno dorme accucciato nell’ultimo binario, il quarto.

I viaggiatori che attendono hanno paura (sì, è una storia di paura), si guardano intorno preoccupati. Io mi chiedo perché. Io mi sento una stoica, un Buster Keaton che continua a fare capriole e cade. Un pò stupida, forse, ma continuo con la mia guerriglia gentile. Sì, io mi sento una guerrigliera col mio sorriso di protesta. Sorrido anche agli anziani che si spostano, in treno, e mugugnano perché anche io faccio loro paura, forse sono troppo colorata. Tiè, beccati sta pallottola di sorriso.

Non tocco il suo portafoglio e mi avvicino alla macchinetta. Lui mi spiega che deve andare a Bologna e in quali orari vorrebbe andare e tornare. Io acquisto il biglietto per lui e cerco di spiegargli tutti i numerosi passaggi che faccio, voglio essere sicura che capisca, voglio che se la cavi da solo la prossima volta. Lui mi guarda un pò sorpreso ma mi segue. Poi paga e raccoglie il suo resto. Mi accerto che sappia di dover obliterare il biglietto di ritorno solo prima di salire sul treno e non subito. Mi ringrazia e vola via. Io gli sorrido e penso che è l’unico volto umano in stazione, questa mattina.

Mi giro. Dietro di me c’è una mamma con lunghe treccine nere e un neonato fasciato a sé con un telo colorato. Stringe tra le mani il suo portamonete e me lo porge. Accanto a lei c’è una signora anziana con i capelli bianchi e la borsa stretta a sé, stringe tra le mani il suo portamonete e me lo porge.

Penso che ci sia bisogno di più guerriglieri gentili.

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Al contrario subito fui

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Egon Schiele – Four Trees

Nella mia valle un’adunanza indico

Prima d’entrare,

sull’uscio ogni certezza lasciare

‘Che noi che qua viviamo

di speranze ancora ci nutriamo.

Pertugi per infilar le regol vostre

Dietro di voi si collocan chiostre

Che il pensier vostro leggero sia

Quando la mia valle senza salite passate

La prima volta ch’entrai

di voltarmi tentai

E l’ultima fu.

Un leon in ritardo correva

A cavallo d’ una lumaca inveiva

Una suora svestita cantava

Un gatto nero sui suoi misfatti rimuginava

A consolarlo provai

Davanti casa mi fermai

Solo si usciva dalle porte sue

Libri senza storie imbracciando

O sfondi neri d’ocra, immaginate:

dipinti con due cornici

Un bambino troppo vecchio incontrai

Una Madonna stanca egl’ inseguiva

Dai sazievol pastorelli Maria fuggiva

“La strada giusta non è” dicevan tutti

“Perché direzione non esiste”

Per rimanere come fare? chiesi

“Errato è il quesito tuo” risposero

“Qua solo puoi andar se vuoi restar

O restar se vuoi andar.”

Parlai  e poi pensai

Domani nacqui

E al contrario subito fui.

L’isola bianca

Beautiful classic view of Santorini Greece with flowers

Un fascio d’intensa luce entra nella stanza e colpisce le sue palpebre, costringendole ad aprirsi. Come spesso accade, per una frazione d’istante si chiede dove si trovi, andando a cercare nella memoria tutte le stanze in cui ha dormito nella sua vita, sovrapponendo la loro immagine e la disposizione dei loro mobili all’immagine che si trova davanti in questo momento, come uno stencil. Infine la mente si sveglia e risponde allo stimolo della luce, riconoscendo la sua attuale stanza. Sa che deve alzarsi e si chiede se la sveglia abbia suonato. Tutto intorno a lei diventa a poco a poco familiare. La lunga tenda bianca che accarezza il pavimento non ha coperto completamente le grandi finestre, così che la luce è riuscita a entrare attraverso un minuscolo buchino della serranda non del tutto chiusa, portando con sé pulviscolo di sole.

Lunghi capelli finissimi, alcuni bianchi e alcuni biondo miele di castagno, disegnano arzigogoli sul lindo cuscino. Alcune goccioline di sudore imperlano la fronte, arricciando gli ancor più sottili capelli intorno alle tempie.

Scosta il bianco lenzuolo, profumato di detersivo. Appoggia i piedi spigolosi sul morbido tappeto bianco, portandosi a sedere sul letto. Una farfalla dorata sta dormendo sull’anta dell’armadio, ma lei non la vede. La farfalla muove impercettibilmente le piccole ali e nuova polvere di luce si diffonde attorno a lei.

La donna si alza e lentamente si avvia nel corridoio.

Appena entra in cucina, una voce quasi metallica, eppure calda, irrompe da una noce (o almeno a lei sembra una noce) all’interno del cesto della frutta. «Buongiorno Giulia. Ti stavamo aspettando. Il caffè è già caldo nella caffettiera. Vestiti, e poi esci, sarà una lunga giornata». Giulia si strofina gli occhi assonnati guardando la noce, non è stupita dalla voce, ma dalla noce. “Io non ho mai avuto un cesto della frutta”, pensa, cercando di ricordare come può essere finito nella sua cucina. Improvvisamente, un’altra sensazione di familiarità l’avvolge. Si tratta di tecnologia, e lei è abituata alle nuove tecnologie.

Si versa il caffè in una tazza, e si avvicina all’enorme finestra della sua sala. La meraviglia l’accoglie, “Come ogni mattina”, pensa. I bianchissimi tetti sotto di lei scendono gradualmente in direzione della distesa color crisopale. All’orizzonte, alcune vele stanno solcando la superficie increspata da un vento gentile. Lo stesso vento apre una finestra socchiusa nella stanza, muovendo con una carezza le tende, e spingendo delicatamente Giulia sul balconcino adorno di bouganville coloratissime. I fiori le appaiono improvvisamente come una presenza viva, come se stessero lì a guardarla. Li accarezza e si perde per un attimo nell’intenso fucsia dei petali, che contrasta col bianco luminescente delle pareti e delle strade, tutto intorno. Le pupille si fanno piccole piccole, aggredite da tanta luce. Giulia respira a pieni polmoni e annusa nell’aria un intenso profumo di erba appena tagliata e rondelle di banane spolverate di zucchero, come quelle che le preparava la nonna da bambina. “È ora di uscire”, si sorprende a pensare, come se qualcuno glielo avesse suggerito.

Si veste e si avvia alla porta. La strada all’esterno, anch’essa bianca, alza una sottile polvere che aleggia a pochi centimetri da terra, e quasi inghiotte i piedi. La via irregolare sembra vuota. Giulia istintivamente si avvia alla sua sinistra, nella direzione del luogo in cui lavora, dove si reca tutti i giorni da molti anni. Ma questa mattina qualcosa manca sulla sua strada, anche se non saprebbe dire cosa con certezza. O forse c’è qualcosa in più. A ogni porta sulla via, un alberello di magnolia cresce rigoglioso. Le loro fronde sono in fiore, i bianchi fiori bordati di rosa sono tutti aperti e ogni fronda pare toccare l’altra, trasformando la via in un corridoio di impalpabili nuvole di fiori di magnolia, i cui contorni si confondono nel bianco calce delle mura. Giulia guarda stupita sopra la sua testa, come per la noce e per la stanza, ma quel leggero stupore che le fa per un attimo girare la testa è prontamente sostituito dalla sensazione calda e piacevole di aver già visto tutto questo, ogni giorno della sua vita.

Giulia si sente quasi felice “Che bello riuscire a guardare le cose sempre con lo sguardo meravigliato della prima volta”.

Una vecchia signora vestita di nero, è seduta su un gradino poco più avanti.

Giulia non si era accorta di lei, ed è strano, perché la signora è uno squarcio di nero nel bianco candido. Ma probabilmente era troppo occupata ad ammirare i fiori.

«Buongiorno Giulia» le dice la signora. Ha un fazzoletto nero a coprirle il capo, pelle rugosa, incartapecorita dal tempo, dal vento e dal sole. Gli occhi, pepite azzurre luminose come bagliori nella notte, sono giovani. È come se i suoi occhi fossero appena nati, tondi e aperti al mondo come quelli di un neonato. Il viso è però antico come l‘origine del mondo. Il suo sguardo è dolce e rassicurante, avvolgente, conosce Giulia da una vita.

«Buongiorno signora» le risponde Giulia di rimando, sorprendendosi nel sederle accanto sullo stretto gradino di pietra.

«Ti stavo aspettando» le dice la signora, come se fosse la cosa più naturale del mondo.

«Anche lei??» ride Giulia, ricordandosi della noce parlante. «Devo aver dormito per moltissimo tempo» e ride ancora, buttando la testa all’indietro e scoprendo i denti, con la piccola fessura al centro.

La signora non risponde e Giulia continua «Anche la mia noce questa mattina mi ha detto che mi stavano aspettando. Beh, non una noce vera, è uno di quei dispositivi nuovissimi che si mettono in cucina, sa… Ti prepara il caffè e ti dà il buongiorno»

«Certo, tutti ti stavamo aspettando – sorride la signora- Ma io un po’ di più. Giulia, hai ancora della strada da fare, devi andare».

«Sì, per arrivare al lavoro devo ancora camminare un po’ e temo di essere in ritardo… perciò è bene che io prosegua» e si alza, baldanzosa.

«Sì, quello che succederà oggi è quasi un lavoro, un lavoro molto importante, ma non quello che ti aspetti. Si tratta di riconoscere la tua condizione. Alcuni ci mettono un secondo, altri giorni interi, altri anni. Prendi questo…»

La signora si alza faticosamente e dall’albero sopra la sua testa stacca un rametto di magnolia, dove alcuni fiori sono ancora attaccati.

«Grazie…» sussurra spaesata Giulia.

«Portalo con te, per tutta la giornata. Quando l’ultimo petalo sarà caduto, saprai»

«Che cosa saprò?»

«Non adesso, quando è il momento.»

Giulia prosegue il cammino, interrogativa. “La vecchia deve essere un po’ andata…” pensa.

Il mare all’orizzonte, sopra i tetti bianchi, luccica. Giulia scende nella sua direzione. Improvvisamente, un languore infantile prende il suo stomaco. Come da bambina, quando i nonni la portavano al mare, e quando arrivavano in prossimità, lei vedeva oltre le strade, tra gli edifici, quella strisciolina azzurra luccicante e iniziava a fremere per arrivare in spiaggia. La nonna! Come le manca la sua nonna, e cosa darebbe per vederla ancora una sola volta. Molto tempo è passato dalla sua morte, molte cose sono successe da allora.

Un velo grigio copre per un attimo gli occhi di Giulia, pensieri di morte e dolore girano nella sua mente, pensieri che vengono spazzati via improvvisamente da una mano di fronte ai suoi occhi. Una mano che, come a voler togliere il velo grigio, solleva qualcosa d’invisibile e lo fa volare verso il cielo blu. Giulia si riscuote e indietreggia.

La mano appartiene a un uomo con una lunga barba bianca. Nell’altra mano regge un secchio, all’interno alcuni attrezzi per la pesca, tra cui una rete verde tutta aggrovigliata. Sul capo porta un cappellaccio di paglia, per difendersi dal feroce sole al largo della costa. Calza ciabatte di vecchissima pelle, ci si domanda quale pelle sia più vecchia e usurata, se quella del vecchio o quella delle ciabatte. Una canotta bucata a coprire il busto, mentre due forti braccia, colorate dal sole, sono infilate in una camicia aperta e logora anch’essa. Porta pantaloni di tela bianca, e guarda Giulia con un’espressione preoccupata, come se stesse aspettando che lo riconosca, che si risvegli dal coma.

«Giulia, sei pronta?» la apostrofa perplesso.

Giulia, ancor più sorpresa, si chiede di cosa stia parlando e come abbia fatto a trovarselo di fronte all’improvviso.

«Per cosa, mi scusi?»

«Dobbiamo andare, presto.»

«Io e lei??»

«Sì, presto. Dobbiamo andare a pesca.»

Giulia scoppia a ridere.

«Credo si stia sbagliando» dice sorridendo, mantenendo la sua innata gentilezza, quasi rincuorata e intenerita dall’aria fragile e confusa del vecchio «Io sto andando al lavoro. Forse lei stava aspettando qualcun altro».

“Eppure sa il mio nome”, pensa Giulia, di nuovo frastornata.

Il vecchio non sembra affatto darsi per vinta. Afferra la mano di Giulia, la quale si stupisce per la morbidezza di quella vecchia mano, e la tira dolcemente, guidandola nella sua direzione. Il gesto non è invadente, Giulia non si ritira.

«Giulia, non c’è nessun lavoro verso cui andare. Ora è tempo per te di salpare. Devi chiudere alcune questioni importanti, prima di prendere il volo»

«Ah! Dovrei anche volare oggi? Mi faccia capire, devo andare a pesca e poi prendere un volo?» è divertita, e si lascia trascinare lungo la discesa, il porto è ormai vicino.

«Non c’è alcun bisogno che tu ti rivolga a me dandomi del lei, mi chiamo Federico»

Un brivido corre lungo la schiena di Giulia e il sorriso le muore sulla bocca.

Federico era il nome di suo figlio, scomparso quando aveva solo pochi anni. Oggi Federico avrebbe dieci anni e sarebbe un bambino bellissimo.

Il vecchio Federico la guida verso il porto, lungo la banchina di pietra.

Numerose barche sono placidamente adagiate sull’acqua, legate alla banchina tramite vecchie funi molto grosse. Giulia si ritrova a osservare con stupore il fondo del mare nero, oltre uno strato di acqua trasparente e calma.

Un fondo nero come la pece, nero come ebano invecchiato, nero come carbone sul foglio ruvido di carta bianca, eppure invitante, ipnotico. Federico la porta verso una barca in particolare, una barca a cui è legato un fazzoletto bianco. Una volta giunto davanti, con destrezza scioglie le funi e sale sopra la barca, aiutando poi Giulia a salirvi a sua volta. Una volta salita, un turbine di emozioni la pervade. Sente che dovrebbe andare al lavoro, eppure sente anche che deve seguire il vecchio. Si sente confusa, all’improvviso, in bilico tra la sensazione di familiarità che la avvolgeva fino a poco fa e un’altra sensazione, di assoluta sorpresa e presa di coscienza, come se tutto ciò che sta vedendo questa mattina è nuovo, o forse troppo antico per essere compreso. Guarda verso il mare Giulia, e si chiede cosa ne sarà di lei, e di tutte le certezze costruite faticosamente in questi anni. Fino a poco fa, questa mattina, pareva non pensarci più. Tutto sembrava scorrere nel solito modo, quel modo che si era costruita per non soffrire più. Le abitudini, gli interessi, il lavoro. L’amore per la vita, nonostante tutto il dolore che l’aveva accompagnata. Giulia riusciva ancora a sorridere, dando amore al prossimo per lenire le ferite. Questa mattina, un cambiamento di percorso le ha fatto tornare in mente la fatica fatta per costruire un mondo dove il dolore fosse spinto fuori.

Dalle viscere del suo essere un’altra sensazione si fa strada, come se tutto ciò non fosse reale. A questo pensiero, un’alta onda solleva la barchetta con uno scossone, e poi la riporta giù, verso acque più calme.

«Non farti domande, Giulia, ora devi lasciare fare a me, devi fare quello che io ti dico. E, se lo farai, tutto andrà bene» dice Federico, intuendo i suoi pensieri.

Giulia si scopre con gli occhi gonfi di lacrime e, piena di paura e confusione, stringe la mano del vecchio che sta remando. Nell’altra mano, improvvisamente, si ricorda il rametto di magnolia che le ha donato la vecchia e lo guarda, mancano molti petali che prima c’erano. Guarda dietro di loro, oltre la barca, sulla superficie del mare, e vede i petali che galleggiano, trasportati dalle onde, andati per sempre.

Il vecchio rema per un tempo che pare essere infinito. Alcune gentili creature si avvicinano alla barca, delfini e gabbiani, ognuno di essi appoggia con delicatezza il muso, o le piccole zampe filiformi, sul bordo della barca e attende una carezza dal vecchio. Giulia ha la sensazione che lui stia comunicando con loro attraverso una lingua per lei sconosciuta.

In mare aperto, dove pare non esserci nulla se non acqua e cielo, il vecchio si ferma. Con estrema lentezza, prepara la sua rete. Scioglie ogni groviglio con calma, con le nodose dita cotte dal sole, poi getta la rete in mare.

La rete scompare, inghiottita dalle onde. Poi il vecchio si siede e prepara la sua pipa, sbriciolandovi dentro foglie di tabacco viola. Una volta pronta, accende la pipa e aspira una gran boccata, per poi soffiare un’enorme nuvola di fumo azzurrognolo verso Giulia.

Il profumo di rosa della nuvola di fumo la distoglie da pensieri dolorosi.

«È arrivato il momento, Giulia. Buttati in acqua.»

«Cosa?!» grida Giulia, risvegliata dal torpore «Perché? Cosa dovrei fare in acqua?»

«Temo che, a questo punto, tu non abbia altra scelta, e comunque non si tratta di qualcosa che puoi capire prima di farlo. Devi farlo e basta. Io ti aspetterò qua. Devi avere fiducia, Giulia, la stessa fiducia che hai messo nella vita, anche se è stata devastata in più momenti. Come quando hai perso il tuo bambino, ti ricordi Giulia?»

Giulia ammutolisce, segue le parole e le nuvole di fumo del vecchio.

«Proprio come allora, quando, nonostante il dolore, hai deciso di avere fiducia nella vita. Ancora un po’, ti sei detta, ancora un po’ di fiducia. Ora mi metto qua, hai pensato, mi chiudo nella mia vita, nelle mie cose, e non farò passare più nessun dolore. Sorriderò ogni mattina alle persone che incontro, e ogni sera mi ritirerò sola nel mio letto, sognando il mio bambino. È così che hai pensato, vero Giulia? E’ così che ti sei salvata, andando avanti un altro po’, un giorno ancora, e poi un altro… Beh, adesso è arrivato il tuo momento. Adesso puoi essere ricompensata per tutti i sorrisi che hai dispensato nonostante la morte che avevi dentro. Perché tu hai capito una cosa fondamentale, hai capito quella soave gentilezza che salva il mondo.»

Dalle profondità del mare, un azzurro delfino compare, appoggia il muso di nuovo all’imbarcazione e fa piccoli fischi di incoraggiamento verso Giulia, invitandola in acqua.

«Segui il mio piccolo amico, fidati di lui, e fidati di me»

Giulia, ormai dentro una situazione che non sa spiegarsi, ma dalla quale non sa nemmeno sottrarsi, si tuffa in mare. Una volta in acqua, il suo corpo pare esserci sempre stato. Non torna a galla, lassù, verso la barca, il cui profilo Giulia scorge oltre la coltre d’acqua, sopra la sua testa.

Il delfino è accanto a lei, le nuota intorno e le fa segno di seguirlo.

Le sta indicando il fondo del mare, un fondo non lontanissimo, e così nero.

Ricoperto di nera sabbia molto fine, il fondo del mare pare provenire da qualche vulcano ormai spento. I capelli di Giulia fluttuano intorno a lei, non sta trattenendo l’aria, non ha problemi a respirare, ora sente di essere in un luogo molto reale, eppure non è più la sua realtà, quella di ogni giorno, ma un’onirica realtà.

A questo pensiero, altri petali si staccano dal rametto ancora tra le sue mani, e scendono lentamente verso il fondo. Il delfino la incita e Giulia decide di seguirlo, nuotando verso di lui. Scendono dunque, lasciando la luce e penetrando un caldo buio e accogliente.

Sul fondo del mare, Giulia stupita pensa di riconoscere un mobile. Si avvicina, e lo stupore è ancora più forte. È la vecchia madia della nonna! La vecchia madia in cucina, sopra cui Giulia e la nonna impastavano il pane, e dentro cui si nascondevano sacchi di farina profumata e semi di papavero. Giulia passa la sua mano sopra la superficie, perfettamente conservata. Non si chiede nemmeno perché la vecchia madia si trovi là, nelle profondità del mare al largo di un’isola vulcanica, sono consapevolezze che improvvisamente non le servono più. Un altro petalo si stacca e scivola via.

Solleva il pesante coperchio con l’aiuto del delfino, e dentro la madia, adagiato sul fondo, trova uno specchio. Lo solleva, e ci si guarda dentro.

Sono le otto del mattino e Giulia va di fretta nella strada affollata sotto casa sua, ha perso l’autobus. I clacson suonano indispettiti, il rombo dei motori ruggisce, nuvole di fumo grigio e nocivo si alzano dai veicoli. Le persone parlano e corrono urtandola sul marciapiede. Piove, e la gente è ancora più nervosa quando piove, al mattino, e deve andare al lavoro, e l’autobus è andato. Quella notte Giulia ha sognato Federico che la chiamava, ma lei non riusciva a vederlo, si è svegliata tutta sudata e molto agitata. Sa che sarà una giornata difficilissima, perché sentirà la voce di suo figlio per tutto il giorno. Sa anche, però, che deve farcela e deve immergersi nel lavoro e sorridere. Ci deve provare, ci deve proprio provare, altrimenti saranno guai. Giulia ha quarant’anni, è una donna molto bella. Il dolore non ha rovinato del tutto il suo viso. Alcune rughe solcano le sue palpebre e la sua fronte, ma ancor di più i lati della sua bocca, le rughe del sorriso. Quella mattina, truccandosi di corsa, ha sbavato il rossetto che ora le fugge via dal lato sinistro della bocca, attirando lo sguardo di alcuni passanti che incrocia sul marciapiede, quelli che non corrono, ma che cercano di sopravvivere a un’altra giornata. Si stringe i lembi della cintura del cappotto in vita, è magra Giulia, non mangia molto. Un uomo, un bell’uomo, accenna un sorriso alla sua bocca. Ma Giulia ha lasciato fuori gli uomini dalla sua vita da molto tempo, da quando il padre di Federico li ha lasciati soli, e poi Federico se n’è andato in silenzio, stroncato dal brutto male che non gli ha lasciato scampo. Federico è spirato con la piccola veste verde ancora addosso, stringendo Ciccio, il suo pelouche, e la mano ossuta di Giulia. Dopo aver vissuto questo, Giulia ha rimosso l’amore carnale e ha tentato di vivere come si può, comprando libri, pensando a cosa avrebbe voluto leggere Federico da grande.

Deve attraversare la strada, Giulia. Ma ha la testa nel pallone quella mattina, sente la voce di Federico che la chiama. “Amore, dove sei?” gli risponde dentro sé, sentendo il suo stesso grido nelle profondità del suo cuore e un singhiozzo le muore in gola, poi è stridore di freni sull’asfalto, lo schianto ed il buio totale.

Nessun rumore, nessuna luce, nessun dolore. Il singhiozzo è scomparso e ora è solo pace, Giulia sente il suo respiro farsi calmo, calmissimo, poi lasciare il suo corpo con infinita pace.

Il delfino le bussa dolcemente alla spalla, Giulia sta ancora guardando il buio che è sopraggiunto nello specchio. Ora si ricorda tutto, Giulia, ora ha capito.

Il delfino tiene qualcosa in bocca, e glielo porge. È un fagotto morbido, è Ciccio, l’orsacchiotto di Federico. Con un moto di gioia e liberazione, abbraccia Ciccio e il delfino, felice Giulia, felice consapevolezza leggera si posa sulla sua testa, e piange. L’ultimo petalo si stacca dal rametto di magnolia, perché Giulia ora sa, ha capito. Improvvisamente il cuore le batte forte, la signora che ha incontrato quella mattina, e che le ha donato il rametto, era sua nonna. Era la cara nonnina, con i suoi vivi occhi azzurri, ma Giulia non era ancora in grado di riconoscerla, non era ancora pronta, ora invece tutto le appare chiaro.

Insieme a Ciccio e al delfino, leggera come una piuma, Giulia sale di nuovo verso la superficie.

Afferra il bordo della barca con entrambe le mani e si solleva, spinta dolcemente dall’amico delfino. Non alza ancora lo sguardo, perché sa cosa la aspetta e ha molta paura, paura che le scoppi il cuore di gioia, infinita gioia che riempie l’universo.

Si siede sul bordo e poi alza lo sguardo, e lui è lì.

Sulla barca non c’è più il vecchio Federico, a pescare fumando la pipa, ma c’è il suo Federico, il suo bambino scomparso cinque anni prima, che le sorride e allarga le braccia.

«Vieni, mamma»

Giulia scoppia in un pianto liberatorio e stringe a sé il suo bambino.

La nonna, accanto a loro, sistema le fronde rigogliose delle magnolie.

Perché non esiste tempo qua, non esiste spazio, allo stesso tempo si è in mare e lungo le vie di una bianca isola di origine vulcanica.

Una piccola farfalla dorata muove di nuovo le piccole ali, questa volta con più decisione, e prende a volare silenziosamente nella stanza di Giulia, ancora immersa nella penombra ammantata di luce prepotente.

Si posa su un disegno appeso accanto al letto di Giulia. È un cartoncino nero, un po’ usurato, con colorati tratti infantili. Una piccola mano paffuta, sporca di pastelli, lo ha fatto per la sua mamma, il posto in cui avrebbe voluto portarla in vacanza.

Il disegno ritrae case bianche con decisi tratti di pastello, adorne di fiori rosa, un verde mare all’orizzonte e una piccola barchetta al largo con un vecchio pescatore.

Presentazione Scrivi e Geeko Editor alla Confraternita dell’uva a Bologna

Venerdì 13 luglio Geeko Editor, io, Salvatore Improta e Alessandro Mambelli ci siamo ritrovati alla Confraternita dell’Uva a Bologna per un Aperitivo Letterario, durante il quale abbiamo raccontato un po’ di noi, del nostro lavoro, dei nostri progetti futuri, ma soprattutto per stare insieme e condividere un bicchiere di vino e qualche risata in mezzo ai libri.

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Nella foto, i tre autori emiliani di Geeko Editor, da sinistra Salvatore Improta, Alessandro Mambelli e io, Marianna Brogi

Già nel pomeriggio abbiamo iniziato a girare per Bologna, città meravigliosa piena di cultura e di ispirazioni interessanti per le nostre scritture…

 

Poi, con un po’ di emozione siamo andati alla bellissima Confraternita, un posto eccezionale per gli amanti dei libri perché, come potete vedere anche sulla loro pagina Facebook,  organizzano numerose presentazioni di libri, inoltre sono libreria ed enoteca… cosa si potrebbe desiderare di più da un luogo dove rilassarsi e fare due chiacchiere con gli amici?

 

Durante la presentazione, i nostri Fabio Antinucci e Alba Grazioli hanno raccontato del loro progetto editoriale, Geeko Editor appunto, con Lidia Verdone, il terzo membro del team che ci filmava dalla prima fila. Cos’è Geeko Editor? È una casa editrice online, social e interattiva, nata lo scorso anno grazie all’idea di questi tre fantastici ragazzi, alla loro passione e al crowdfunding su Eppela. Geeko nasce dall’esigenza, sempre crescente, di una maggiore interazione tra quelli che sono i desideri e i gusti del pubblico e le case editrici. Nasce così una community che permette agli iscritti, lettori e scrittori, di pubblicare racconti, partecipare ai contest, ma anche semplicemente leggere e votare, parlare insieme di libri e letteratura, insomma: interagire. Geeko Editor è anche, naturalmente, casa editrice e  seleziona alcuni manoscritti sottoponendoli poi al giudizio del suo pubblico. I vincitori dei contest di pubblicazione entrano nel catalogo degli eBook in vendita su Geeko, in seguito naturalmente a un attento e scrupoloso lavoro di editing. La serata è continuata con i racconti e le domande a noi Geeko autori. Il primo tra i tre eBook pubblicati degli autori presenti alla serata, Brucia di Salvatore Improta, narra una meravigliosa storia in cui dominante è la forza della creazione letteraria. Io personalmente ho molto apprezzato Brucia (potete leggere la mia recensione al link sopra), in particolare il sapiente gioco architettonico di costruzione dei vari livelli narrativi che dipanano le vite di questi giovani scrittori sullo sfondo della Bologna di vie centrali e di nebbia.

Nella famiglia Geeko siamo poi arrivati dall’Emilia Romagna anche io e Alessandro Mambelli, con i nostri Scrivi e Sunset Strip.

 

Vi ho già parlato a lungo del mio Scrivi, in ogni caso per ogni ulteriore info basta cliccare sul link sopra, oppure qui.

Sunset Strip di Alessandro Mambelli è una storia ambientata a Los Angeles, città delle luci scintillanti di Hollywood ma anche delle atmosfere decadenti e dei sogni infranti. Il suo protagonista, Paul Morry, si muove attraverso belle donne, ispirazioni letterarie e alcol. Mi riprometto di leggerlo quanto prima! Intanto, date un’occhiata anche voi all’anteprima, al link sul titolo del romanzo: molto promettente.

È stata una bella serata, ricca di risate tra amici, di racconti e di letture, di percorsi letterari differenti ma di passione comune, di luoghi narrati e sognati.

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il nostro pubblico presente alla Confraternita dell’Uva a Bologna

È stata in particolare una serata in cui era palpabile l’amicizia e l’empatia che c’è tra editori e autori, in quello che è davvero un lavoro intimo e importante: la condivisione delle proprie scritture. Credo fermamente che il futuro si debba fondare su progetti di questo tipo, dove la componente umana, la passione e la condivisione degli intenti superino gli interessi economici e dei grandi numeri.

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Vi invito dunque a visitare il sito di Geeko e a entrare numerosi nella community, per condividere insieme a noi questo cammino importante sulla lunga e prosperosa strada della letteratura.  Nell’attesa, naturalmente, del prossimo fantastico evento: la presentazione itinerante di Scrivi a Pennabilli, in programma per il 4 agosto presso l’Orto dei frutti dimenticati. Chi è da quelle parti, venga a farsi una passeggiata e a conoscere me e Geeko Editor! Saremo felici di avervi tra noi 🙂

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Agartha

Vi presento con questo post il mio racconto vincitore del Contest Possibili Futuri su Geeko Editor.

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Agartha si gratterà distrattamente il capo rasato, ricoperto di sottilissima peluria morbida e bionda, eppure rasata così di fresco. Tra un migliaio di anni, ella starà leggendo sul suo tablet, che espanderà la propria luce bianca all’interno della stanza buia. Non un tablet come quello attraverso cui state leggendo voi in questo istante, miei cari lettori, ma il suo pro-pro-pro nipote, un modello molto speciale che non solo vi permetterà di leggere migliaia di libri tutti dallo stesso dispositivo, come già succede ora, ma che sarà capace di produrre egli stesso un’infinita quantità di storie adattate ai vostri gusti. Ora però è giusto ch’io vi racconti cosa succede alle storie, in questo futuro molto lontano, eppure così vicino. Compio dunque un balzo in avanti e mi sistemo in un presente futuro. Fuori dall’enorme vetrata del suo appartamento Agartha vede una moltitudine di luci in cielo che sfrecciano a tutta velocità, ma questa vista inizia a darle noia e, con uno schiocco di dita, una sottilissima pellicola parte dagli infissi, quasi come un rettile, e striscia ricoprendo velocemente le vetrate. La stanza piomba nel buio più totale, solo la luce del tablet continua a irradiare energia. Agartha è stanca anche del tablet, negli ultimi tempi c’è qualcosa che non va.

Ha sempre vissuto per la lettura, aspettando solo l’arrivo della sera e l’uscita dal lavoro per immergersi nella lettura delle sue storie. Il funzionamento è molto semplice: basta acquistarne uno e rispondere alle sue domande iniziali. Poche, semplici informazioni, perché il dispositivo attinga da un’infinita gamma di generi, situazioni e personaggi e crei una miriade di storie da leggere. Devi soltanto scegliere quali sono le tipologie di personaggi che preferisci, ad esempio: la donna risoluta, l’eroe senza tempo, l’eterno indeciso, il nerd senza amici, la donna d’affari senza scrupoli, il ribelle che vive nelle foreste ai confini del Polo Nord, e potrei andare avanti per ore con questo elenco, considerando anche tutte le sfumature di genere dei protagonisti, ormai moltissime. Non c’è bisogno che tu scelga ogni volta il personaggio, il dispositivo ha bisogno solo di alcuni input iniziali, sarà poi capace di variare all’infinito in base alle tue semplicissime, prime scelte. Poi ci sono le situazioni. Il sistema sceglie un evento scatenante, si diceva un tempo in sceneggiatura, oppure semioticamente “la manque”, una mancanza, un desiderio da soddisfare, un oggetto o una persona da raggiungere. Anche qua, per ogni personaggio se ne aprono migliaia. Una volta che il sistema individua personaggio e situazione che scatena la narrazione, deve anche scegliere tra altre migliaia, se non milioni, di antagonisti e imprevisti. Si parte poi per l’avventura, che può essere anche semplicemente un’avventura interiore. Ci sono le prove da superare, un’altra gamma incredibile, e poi c’è il ritorno nel mondo normale, per quanto questo aggettivo non abbia più nessun significato nel futuro, e la risoluzione finale, positiva o negativa che sia. Non leggerai mai la stessa storia, mai lo stesso scenario o personaggio. Ma è garantito che leggerai sempre lo stesso modello. In fin dei conti, pare che gli antichi avessero stabilito come fosse assolutamente necessario seguire un modello prestabilito nella confezione delle storie, che prevedesse determinate funzioni per i personaggi e anche per gli eventi. Lo facevano gli uomini, e, si scoprì, una volta stabilito il corretto algoritmo, lo può fare anche una macchina. Agartha appoggia il tablet sul tavolo. Non ha mai visto un libro di carta in vita sua, e il pensiero di trovarne uno vero, scritto da una persona vera, sta diventando un’ossessione per lei. Nei suoi remoti ricordi, la nonna le raccontava che da qualche parte si potevano ancora trovare i libri veri, quelli scritti dagli scrittori in carne e ossa. Solo che col tempo l’umanità ha richiesto sempre più spazio, e questi sono stati riciclati e utilizzati in massa per la costruzione di oggetti di design. Col tempo, si è tolta sempre più attenzione e importanza agli scrittori in carne e ossa, alcuni di loro cercavano ancora di rompere le regole e fare componimenti puramente estetici, ma il mondo richiedeva meticolosità e rigore, e le macchine presero sempre più a essere preferite per la costruzione delle storie. Erano più sicure. Nelle storie delle macchine, non si nascondeva il germe del dissenso. Vi erano una moltitudine di situazioni e sentimenti, come la perdita, l’amore, l’odio, la vendetta, ma erano sentimenti piatti, monocorde, senza alcuna sfumatura umana, e questo permetteva all’egemonia di controllare meglio le masse, insegnando loro modelli da seguire. Agartha si chiede come erano scritti i libri un tempo, non riesce a immaginarselo. E’ curiosa, una giovane donna volitiva e piena di sentimenti, con tante sfumature. E questo è spaventoso, benché lei cerchi di nascondere tutte queste sfumature e pensieri. Vorrebbe scriverli, ma sul web è possibile solo scrivere brevissimi post, i quali però sono tutti controllati e ti penalizzano se scrivi qualcosa contro il sistema, è qualcosa che richiede una certa dose di coraggio. Potresti non riuscire a fare la spesa domani mattina, se tenti di inserire i tuoi pensieri più intimi e sfumati all’interno di bit e byte. Agartha è un leone in gabbia e decide di fuggire dalla città. Ci vogliono permessi speciali per uscire, ma lei è un hacker e crede di poter aggirare senza troppi problemi la sorveglianza ai gate. “Agartha, perché ti chiami così?” le ha chiesto una volta Mia, la ragazza che vedeva ogni mattina al fast food. “Agartha è la terra cava. Un regno leggendario al quale si credeva di poter accedere dal Polo Nord. Non so se sia vero, ma mia madre credeva che lì si nascondessero ancora degli intellettuali con dei libri veri, e mi ha dato questo nome”. Mia è sparita. Qualcuno sta seguendo anche Agartha, per la verità, e presto la raggiungerà. Per Agartha è arrivato il momento, bisogna andare. Non sa ancora dove, ma conosce la direzione. Nel suo appartamento c’è una porta girevole che dà la possibilità, come un vecchio ascensore, di essere trasportati agevolmente sul tetto dell’edificio, al duecentotrentaquattresimo piano, dove la aspetta la sua vettura. Ma questi passaggi sono tutti tracciati, come per la vecchia carta di credito, perciò Agartha ha un’idea migliore. Ha trovato, coperti da un controsoffitto, i vecchi condotti dell’areazione. Vive in un edificio molto vecchio, ristrutturato e rimodernato già decenni fa, ed è necessario sfruttare le sue  antiche potenzialità. Prende una lama, si arrampica sul tavolo, esegue un’incisione chirurgica sul soffitto e strappa con le mani il controsoffitto. Eccoli lì i condotti. Ci si deve arrampicare, ma ha il corpo molto allenato. Con un po’ di giri e di pazienza, Agartha è sul tetto dell’edificio. Manomette il controllore delle uscite come se non si fosse mai allontanata dal suo appartamento, scappa a bordo della sua piccola aereo-mobile. È molto semplice e veloce, nel futuro, raggiungere il lato opposto della terra. Tutto sta nel nascondersi, perché ogni velivolo è tracciato e controllato. Agartha ha messo a punto un sistema per cui la sua aereo-mobile non venga intercettata. Ha deciso di sparire, e ha programmato tutto da molto tempo, nei minimi particolari. Alla ricerca di cosa? Dovrebbe stabilirlo, come un personaggio di una storia delle macchine. Agartha non ha intenzione di cercare nulla, vorrebbe solo essere espressione di sé stessa, libera da modelli predefiniti, crogiolarsi nel caleidoscopio di emozioni e sensazioni dentro lei, quando non sa chi è, quando non sa il genere di vita che vuole fare. Quando vorrebbe trovare le parole per descrivere cosa le succede. Agartha arriva, dopo lungo peregrinare, all’entrata della terra cava. Credeva fosse solo una leggenda, e forse lo era, un tempo. Forse è una di quelle predizioni auto-avveratisi, a furia di crearla nella propria testa, qualcuno si è spinto fino a qui e l’ha creata davvero, una terra per fuggire via dai modelli. Perché le idee e la letteratura plasmano il mondo anche nel futuro. Ciò che leggi fa da collante per la realtà, ma qua non siamo più noi a creare la realtà. Agartha cerca la realtà di un tempo, fluida e contaminata da pensieri a volte inafferrabili, che si perdono nelle azioni e nella volontà. All’entrata, un profumo speciale entra prepotentemente nelle sue narici. È il profumo più incredibile che Agartha abbia mai sentito, e non l’ha davvero mai sentito. È legno, un legno dolce e aromatico, è leggero e ipnotico, qualcosa di atavico si risveglia in lei e le vengono in mente librerie che non ha mai visto. Forme rettangolari, colorate e più o meno spesse che compongono, colorandole, pareti. Fuoco che crepita, legno che brucia. Alle pareti di quel posto, come nei suoi pensieri, metri e metri di libri. Davanti ad ogni fila, una macchina sfoglia velocemente un libro, in modo che il profumo delle sue pagine si spanda nell’aria. Fruscìo nell’aria, è dunque questo il profumo che sente Agartha, pagine di libri! Ha un tuffo al cuore quando si rende conto di essere davanti a libri scritti da persone vere. Non sa cosa aspettarsi. Ne apre uno.

“L’impressione generale di casualità, di esercizio amatoriale e fortuito, la sensazione di qualcosa di incombente. Non ti poni il problema se il nastro sia noioso o interessante. È rozzo, è ottuso, è implacabile. È la parte disturbante della tua mente, la pellicola che scorre nell’andirivieni del tuo cervello al di sotto di tutti i pensieri che sai di pensare.”

Sei stata alquanto fortunata, Agartha, ad aprire Underworld. Ora, benvenuta nel mondo dei pensieri senza modello, qui ci sono moltissime storie, anche queste hanno un loro corso, perché no. Ci sono desideri e azioni, nascite e morti, amori e odi. Quello che troverai e ti cambierà la vita, cara Agartha, è l’imperscrutabilità del pensiero umano, sfumatura e colore senza obiettivo specifico, solo musica delle parole.