Ucciso perché felice

È naturale, davanti a un’ammissione di questo tipo, reagire con i sentimenti più irrazionali e rabbiosi: «L’ho ucciso perché aveva un’aria felice».

Questa la notizia esplosa ieri sui media e, manco a dirlo, sui social network. Non si sapeva nulla, fino a ieri, del killer dei Murazzi a Torino. Stefano Leo era stato ucciso il 23 febbraio scorso mentre si recava al lavoro. Il movente? Sconosciuto fino a ieri, e viene da chiedersi se forse non sarebbe stato meglio ignorarlo. Said Machaouat si è consegnato ai carabinieri perché quelle voci che lo avevano guidato il 23 febbraio scorso erano tornate a farsi sentire, così dice.

Voleva uccidere un ragazzo della sua età, togliergli tutto. Ha scelto Stefano perché sorrideva, quella mattina, mentre camminava lungo i Murazzi recandosi al lavoro. Questo “movente”, così semplice e inaccettabile, scatena in ciascuno di noi una rabbia convulsa. Scatena i peggiori sentimenti, esattamente com’è irrazionale, ingiusto e bestiale uccidere qualcuno perché sembra felice. E questi sentimenti trovano terreno fertile dove il veleno viene sparso ogni giorno in abbondanza: le arene dei media e dei social.

Già a questo link avevo parlato di gogne mediatiche e di quali sentimenti vadano generandosi in rete.

Chiamare dunque in causa la razza, in questa vicenda dolorosa, è la strada più facile. Vedo fiorire, sulla home di Facebook, i commenti più disparati “Voleva uccidere un italiano felice, fino a quando dovremo sopportare?” La causa, a leggere i social, non pare essere una mente malata nutrita dal clima di odio e, in particolare, da quell’invidia sociale che sta uccidendo il nostro paese, non importa a quale razza appartenga.

No, la causa pare essere l’origine dell’assassino. Non importa che fosse cresciuto in Italia, dove si mangia pane e odio, l’unica cosa che conta è che fosse nato in Marocco. A dirla tutta, se anche fosse nato in Italia da genitori marocchini, non sarebbe cambiato poi nulla. Non sarebbe comunque considerato italiano.

Fare una riflessione di questo tipo e mettersi tutti una mano sulla coscienza, chiedendoci quale società stiamo costruendo, è molto difficile, forse anche comprensibile davanti a certe notizie. Credo sia uno sforzo, tuttavia, che ciascuno di noi debba compiere una volta smaltita la rabbia che una tale ammissione genera per la sua agghiacciante semplicità. L’assassino è un uomo con gravi problemi di mente, che uccide un ragazzo innocente perché gli appare felice.

Leggo ogni giorno di comportamenti meno gravi, ma ugualmente disprezzanti della felicità altrui. Commenti, battute, frecciate di ogni tipo. Dispetti infantili, irrispettosi degli altri e della loro proprietà.

E poi l’odio, l’invidia, la debolezza prendono vie più gravi e delittuose all’interno di menti malate. In fondo, uccidere una donna (solo ieri ne sono state uccise due, una a Enna e una Nuoro, ma se partiamo solo dall’inizio del 2019 la lista è molto più lunga) perché non si può accettare che possa essere felice con qualcun altro, non appartiene forse alla stessa matrice d’odio, radicata e insidiosa?

O forse no, perché si tratta di italiani? Temo, purtroppo, che l’odio non abbia razza. Così come la morte.

Omicidi, gogne mediatiche e altri reati

Oggi mi sento spaesata, in un modo ideologico, filosofico. Oggi, di fronte a determinate notizie, ho sentito fortemente la mancanza di punti di riferimento, di verità, di umanità persino. Lo spaesamento è tipico delle epoche di grandi passaggi, almeno per chi cerca di ricondurre il tutto all’interno di percorsi predefiniti, di definizioni, di correnti. Ma il punto è che questi non esistono più, i modelli non reggono più, non c’è nulla di confrontabile e nulla che spieghi a noi esseri umani dove stiamo andando. Mi riferisco a due notizie in particolare. La prima, una mamma che dimentica la figlia in auto, condannandola a morte. La seconda, un ragazzo che spinge una donna in un burrone, naturalmente senza motivo, e naturalmente uccidendola. In un primo momento, lo sgomento: la perdita, la morte, il destino inspiegabile, due morti atroci e senza spiegazione logica. Se la morte, a parte quella per vecchiaia, può mai averne una. Mi chiedo come si possa giungere a tanto, dimenticarsi la propria figlia in auto, spingere una donna in un burrone. Sono due atti estremamente diversi e anche con implicazioni sociali molto diverse. Ma hanno generato morte, in entrambi i casi. E questo, a noi tutti spaventa moltissimo. E’ forse proprio la banalità di queste azioni, e il loro risultato, a generare in noi una reazione proporzionale di odio smodato. Sto provando a dare qualche spiegazione alle reazioni mediatiche.

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Per il primo caso, mi sento in dovere di citare il bellissimo articolo di Antonella Boralevi su La Stampa, “Quando si spezza una mamma”. Sì, perché dato che non si tratta di un caso isolato, come la Boralevi e come per fortuna molte altre donne, non mi sento di condannare la mamma in via definitiva. Intendiamoci: non da un punto di vista giuridico, perché sempre di omicidio si tratta, ma morale. Non mi sento di invocare per lei il rogo e la pena di morte, perché la grande colpevole non è solo lei. E probabilmente non si può nemmeno parlare di disagio familiare. La spiegazione potrebbe essere molto più banale e per questo molto più spaventosa. Io credo, con profondo disgusto e raccapriccio, che i ritmi di vita che facciamo ogni giorno, sì… con questi ritmi, con queste aspettative, nessuno può dirsi completamente al sicuro da determinati gesti involontari. Io ho lasciato varie volte il fornello della cucina acceso, uscendo di casa. No, non è successo niente. Ma sì, poteva andare a fuoco la casa, e con qualcuno dentro anche. Non l’ho fatto volontariamente, è chiaro, ed è una dimenticanza molto diversa rispetto a questo fatto di cronaca, ma fa comunque parte della vita di ogni giorno. E’ proprio con questo sentimento di ansia e autocontrollo continuo che ci martoriamo quotidianamente e siamo portati a fare cose così stupide, così banali, ma così irrimediabili. E invece i giudizi, di tipo morale appunto, che leggo in rete, sono terribili. Leggo orde di persone, di profili anzi, uomini e donne senza distinzioni, che si ergono a giudici ed invocano qualsiasi tipo di maledizione e castigo, con annesse riforme del codice penale. E meno male, verrebbe da dire, che i giuristi non si fanno consigliare su Facebook. Ma fino a quando? Ne ho parlato anche nella mia tesi di laurea. Fino a quando il diritto sarà al sicuro dal sentimento popolare, che tanto infiamma la rete e diventa pervasivo all’interno delle nostre vite? Gogna mediatica, si dice. Un pò come un tempo, quando le persone venivano condannate alla gogna pubblica. Parliamo di altre epoche, eppure il sentimento popolare è sempre lo stesso: può uccidere, se fomentato. E non è forse questa stessa violenza che proviamo quando leggiamo queste notizie, quando scriviamo i post carichi di rabbia augurando morte e pene terribili, non è forse questo sentimento che genera nel mondo solo altra violenza?

Nel secondo caso, se si è trattato di effetti di droga o no, non lo so. Ma un disagio c’è, in entrambi i casi. Questo ragazzo è un assassino, e prima di questo ha dei seri problemi. Mi è venuto naturale cercare il ragazzo su Facebook, non è forse incredibile e al tempo stesso macabro, vedere come spietati killer abbiano postato le foto col proprio cane fino all’altro ieri, esattamente come noi? Ho visto le sue foto, la sua mamma, i commenti degli utenti, tutti piovuti nelle ultime ore. C’è chi si domanda semplicemente come abbia potuto fare una cosa simile ad una povera donna che raccoglieva fiori, c’è chi si chiede se la droga possa spiegare determinati gesti. E fin qui, nulla da dire, a parte il domandarmi perché si sentano tutti così in dovere di dire la loro, ma siamo su Facebook… poi però fiumi di insulti, non solo al ragazzo ma anche alla madre: “uomo di merda”, ma anche “ebreo di merda”, dunque commenti razzisti, odio e violenza colmano ogni singola parola. Guardo la sua mamma sorridente e mi sento improvvisamente figlia e madre anche io. Guardo la foto di questo ragazzo e mi fa, sinceramente, pena. Questo ragazzo si è rovinato la vita e l’ha rovinata alla famiglia di questa povera donna. Merita il carcere, come ogni cittadino che viene riconosciuto colpevole di un reato. Ma chi siamo noi per giudicarlo? Questo ragazzo, forse la sua famiglia, ha dei problemi. Problemi di droga, problemi psichici, io non posso saperlo. Ma chi non ha un problema? Siamo proprio sicuri che i nostri problemi non degenereranno mai e non faranno mai del male a nessuno? Perché ci sentiamo così obbligati ad odiare tutto il male del mondo, quando è proprio l’odio a generarlo? Io non sono esente dal provare odio verso chi, a volte improvvisamente, a volte meno, interrompe lo scorrere della vita, l’ordine, l’equilibrio, la parvenza che ci siamo creati, e fa del male a qualcuno. Un odio che parte dalla paura, e che dunque acceca. Ma da qui a riempire la rete dello stesso odio che genera il male, ne passa.  E’ necessario lasciare che gli organi competenti facciano il loro lavoro, perché polemiche a parte, i nostri auguri di morte, i nostri giudizi intransigenti (sempre nei confronti degli altri), non salveranno il mondo, anzi… lo renderanno sempre più pieno di violenza.

Non è l’empatia che sono qui ad invocare, ma un sentimento estremamente più umano, la pietà.

 

 

Storia triste all’italiana

E’ notizia di questi giorni la polemica sul programma di Paola Perego, presto chiuso, “Parliamone…sabato” in onda su Raiuno. Non ho visto il programma, devo dire la verità, ma il giorno seguente i contenuti incriminati erano già virali:

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Non essendo la Perego una comica, e non potendo chiamare in causa la satira, penso che tutto ciò si commenti da solo. Non solo la xenofoba presentazione “la minaccia viene dall’est”, ma addirittura i punti ben evidenziati sullo schermo, come se fossero dati empirici e riscontrabili, beh, a me viene un pò da ridere. Infatti, da donna non mi arrabbio. Io credo che questo fatto abbia suscitato persino troppe polemiche. Signore mie, in fondo, ritenevate meno offensive le ragazze Coccodé di Colpo Grosso? Abbiamo ben altro di cui lamentarci, nella TV nostrana, che non saltare sempre sù quando si parla delle “altre”.

Io sono d’accordo con Selvaggia Lucarelli, che tuona da Twitter “Indigna di più un talk fesso della Perego che un selfie sorridente di un nostro senatore col genocida Assad. Che mestizia” Eh si, viene da chiedersi, ma noi questo signor Antonio Razzi  lo mandiamo in giro a nostro nome? Si, lo abbiamo persino mandato da Kim Jong-un. Quindi perché non visitare anche Assad, e cercare di trovare una soluzione di pace, con tanto di selfie. Ma il nostro senatore, anziché trovarsi impegnato nelle delicate operazioni diplomatiche, si risente con Selvaggia  e ne viene fuori un teatrino frutto della miglior commedia all’italiana:

Con il senatore Razzi che scivola sempre più giù nella Caporetto della lingua italiana. Speriamo che non mi legga, chissà cosa gli può venire in mente con Caporetto! Se non fossero tweet partiti direttamente dall’account del Senatore Razzi, leggendo ha con l’acca e la noiosa rotorica, potremmo quasi pensare che dietro ci sia Maurizio Crozza con la sua insuperabile imitazione del Senatore. Forse rotorica non l’avrebbe pensata nemmeno Crozza. E invece no… non è il programma di Crozza, questo. E’ un senatore della Repubblica Italiana. Dalla Perego e le donne dell’Est, a Razzi, che se fosse vivo Hitler sai che bei selfie, alla monarchia dell’ignoranza, che se provi a dire a qualcuno che non sa parlare la sua lingua, vieni tacciato di snobismo, di noia, addirittura di superficialità, “perché non sono cose importanti, queste”.

“Che forse non saprò bene l’itagliano ma o studiato alla scuola della vita, io! Buongiorno, kaffèèèè??”

Fine della storia triste all’italiana.

#FertilityDay 2: la vendetta

Ricorderete tutti la polemica di qualche settimana fa sulla campagna promossa dal Ministero della Sanità #FertilityDay, che aveva provocato reazioni da ogni parte, ma soprattutto aveva portato il ministro Lorenzin ad affermare  “La campagna non è piaciuta? Ne faremo un’altra.” Ovvero: la pasta con le sarde non v’è piaciuta? Vi cucino qualcos’altro. Ed eccoci qua, qualche settimana dopo, al famosissimo FertilityDay – che è oggi, 22 settembre- con QUESTO:

 

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Ora io mi chiedo, secondo la Lorenzin, cosa non ci era piaciuto della campagna? I colori? I modelli? Non so, il riferimento al letto, o al tempo che passa? Forse non è stato abbastanza chiaro che è l’intera campagna che è un enorme, gigantesco errore istituzionale, dato che non ci sono appigli sociali per poter invitare a PROCREARE, nel modo più rude e puerile. Non è forse chiaro che non ci permettete di fare figli? Evidentemente no. E continuando imperterriti sulla via del pastiche, ecco che sfornano l’opuscolo di cui sopra, che è un altro, gigantesco errore, che non cerca nemmeno di arrampicarsi sugli specchi aggiustando il tiro, no! Fa ben di peggio, apre un altro, ancor più terribile contenzioso, perchè di stampo marcatamente razzista.  Il ministero contrappone nella stessa immagine due scene differenti, due situazioni differenti, sottolineando con la luce la scena nella parte superiore come “buone abitudini da promuovere” e quella sotto come “cattivi compagni da abbandonare”. Peccato che i due gruppi siano contraddistinti da una grossa differenza etnica, biondi e fortemente ariani quelli sopra, e di colore, con capelli afro e “meticci” quelli sotto. C’è uno strappo tra le due immagini, come se fossero inconciliabili, e quella sotto è stata ombreggiata con un effetto seppia volto a renderla qualcosa di “oscuro”, “sporco”, volutamente opposto alla luce del sole dell’immagine sopra. In men che non si dica le due immagini sono state scoperte su Google :

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La prima, a sinistra, quella delle cattive abitudini, fa parte della campagna Narconon contro l’abuso di sostanze stupefacenti promossa da Scientology, come scrive Roberto Saviano sulla sua pagina Facebook, ma ben visibile semplicemente anche facendo una ricerca per immagini su Google. Brivido lunga la schiena: Scientology? Ma chi ha scelto la foto, ha valutato la fonte? Lo sanno che si tratta di una setta? La seconda proviene da una pubblicità di impianti dentali. Ma chi ha scelto le immagini? Quale ufficio comunicazione fa una superficiale ricerca di immagini su Google e sceglie a casaccio, per di più con riferimenti  e opposizioni razziali? Ma nemmeno io per il mio blog (letto da 4 gatti di cui due sono i miei genitori, uno è mio marito e una sono io) scelgo le foto come se dovessi fare il volantino della scuola, figuriamoci se può permetterselo un ufficio di comunicazione istituzionale, nell’era del Web!

La campagna col sapore di regime dunque continua, questa volta tiriamo in ballo persino la razza ariana, inneggiandola a comportamento corretto da seguire. Ma, come dice il buon Roberto Saviano, almeno le campagne del fascismo erano belle esteticamente:

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Ma il contenuto è lo stesso: come se tornassimo indietro di quasi cento anni e considerassimo la società ancora in modo dicotomico, dividendola tra buoni e cattivi, tra buone e cattive abitudini, tra razza pura e razza mista, tra uomo forte e donna debole.

Non c’è verso, ed è inutile che il ministro Lorenzin corra ai ripari licenziando il direttore della comunicazione del Ministero (ma chi ha dato l’ok alla pubblicazione?) , la frattura anacronistica e irreparabile che c’è tra la società reale ,come essa si auto afferma anche attraverso i simboli e la cultura (basta fare un giretto sui social)  e i politici , le istituzioni italiane, come essi ci vedono e ci percepiscono, è quasi raccapricciante.

Immediata e barcollante la replica del Ministero alla polemica scoppiata ieri sera sui social network : “Razzismo negli occhi di chi guarda”

Un pò come dire, specchio riflesso (linguaccia provocatoria), i cattivoni siete voi.

Love Marketing, la signorina Giulia, e il ribaltamento di “nel bene o nel male purchè se ne parli”. Ne siamo usciti?

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Qualche giorno fa ho letto sul blog di Giovanna Cosenza questo post,  che veniva riproposto a distanza di anni per riprendere il dibattito sulla questione “bene o male purchè se ne parli”, grido di battaglia di molta comunicazione aggressiva. Nel panorama politico italiano pare che questo modello abbia molto seguito, dato che le strategie comunicative sono per lo più basate sul criticare e negare l’operato / le dichiarazioni / i programmi dell’avversario, donandogli così sempre più visibilità benchè se ne parli male. E’ lo stesso per il marketing e per i brand? Qualcosa cambia. Faccio questa riflessione proprio su un’operazione molto interessante apparsa sui social  pochissimi giorni fa e che mi ha molto incuriosita. E’ stata presentata il 24 giugno scorso la nuova nata di casa Alfa Romeo, Giulia. Sergio Marchionne, tenendola a battesimo, la definisce “la quintessenza di ciò che la gente si aspetta da un marchio glorioso come questo”, e il Fatto Quotidiano annuncia la sfida alle tedesche, interpretando un commento di Wester durante la presentazione. Quale occasione migliore, per le tedesche e non solo, di farsi sentire? E in quale modo, parlando male della Giulia? Sarebbe stato di pessimo gusto da parte di signore attempate, nobili, e quantomeno rispettose come BMW o Mercedes fare commenti poco carini e per nulla corretti nei confronti di una giovane fanciulla. Anche scegliere di non commentare, davanti ad un evento così pubblicizzato, atteso, e soprattutto così social, non sarebbe stato apprezzato. Nell’era dei social ognuno deve dire la sua, ponderandola con attenzione, ma la chiave è esserci. Così, non per mancanza di critiche (avrebbero comunque trovato qualcosa da dire), queste signore hanno scelto una strada estremamente brillante e vantaggiosa : parlare bene. Rovesciando così un vecchio paradigma che non si addice più al marketing fresco, nuovo, etico che sta prendendo vita sui social e sul web in generale, e che sempre più plasma la nostra realtà. Parlare male del concorrente, o non parlarne affatto, non è più vantaggioso: non sono più le grandi potenze a decidere cosa dobbiamo scegliere, è l’utente, sempre più attivo, a decidere, a scegliere. E l’utente non apprezza il marketing aggressivo, predilige una tranquilla e corretta concorrenza, che gli lasci facoltà di decidere e che lo faccia sentire “amato”, coccolato. Anche perchè poi commenta, con lame affilate.

L’utente vuole riconoscere nel marchio che sceglie delle persone, non logiche di mercato, capaci quindi di sentimenti, apprezzamenti sinceri, di valutazioni non legate al denaro. Cosa ben compresa da FCA, che definisce infatti Giulia come il risultato del lavoro di un team di appassionati, e non un prodotto industriale, quasi come se ci raccontassero che l’hanno montata in garage dopo il lavoro e nei week end. Ecco dunque BMW che dichiara  “Ecco una berlina che può far pensare due volte prima di acquistare una BMW”. Prendendo elegantemente due piccioni con una fava: facendo un complimentone alla Giulia, notando con ammirazione il suo arrivo, e aggiungendo comunque che loro sono sempre in cima alla classifica nel cuore del guidatore. Anche sul blog, riferimenti a cuore ovunque : è amore.

Segue poi Mercedes, ancor più “amorevolmente”, con un tweet che sprizza gioia da tutti i pori. Quasi come quando scriviamo qualcosa di carino su un amico, Mercedes dà il benvenuto a Giulia “Finalmente torniamo a correre insieme”. Bello, semplice, esprime in pochissime parole l’azione, richiama il senso di libertà, che è ciò che dovrebbe sempre esprimere l’auto e la guida, al di là di qualsiasi segmento di lusso o di prezzo, ed è anche un invito a correre insieme, per gareggiare, per vincere, e perchè in fondo non è più bello avere concorrenti degni?

E ancora Ford, che addirittura fa arrossire la Giulia ( come si addice ad una giovane fanciulla per nulla sfacciata) ricordando Henry Ford che si toglieva il cappello di fronte ad Alfa Romeo. Giulia oltre ad arrossire, risponde “così ci scaldi il cuore”. Tutto è possibile sui social, persino amoreggiare tra multinazionali rombanti. Non c’è bisogno di inviarsi comunicazioni private, anzi, è d’obbligo scambiarsi battute e complimenti di fronte a tutti, perchè da loro ci aspettiamo comportamenti etici, prima di sceglierli.  Diciamoci la verità, tutto questo amore nel marketing, e chi se lo sarebbe mai aspettato?

Questo conferma che tutti abbiamo bisogno di amore, anche il marketing.

L’estetica della nostalgia

Social network, quotidiani, riviste, TV, cinema, moda, tutto sembra guardare più al passato che al presente o al futuro. Fotografia e cinema, e infine nuovi media, ci hanno resi esteti del passato?

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La moltiplicazione degli account Twitter (ma anche Facebook e numerosi altri social network), dediti alla raccolta di foto, immagini, icone del passato

Impossibile non lasciarsi contagiare, restare indifferenti di fronte alla costruzione mediatica che c’è intorno al passato, un passato a volte più, a volte meno recente. Tutto concorre a ricordarcelo continuamente e a farcelo amare: si moltiplicano sui social network i profili che celebrano le foto del passato, in particolare in bianco e nero o eventualmente rielaborate e colorate, in televisione o su Youtube siamo ipnoticamente attratti dai canali tematici che ci parlano di storia attraverso filmati muti, pellicole tremolanti. Tutto ci parla di nostalgia, anche le immagini legate alle guerre, alla devastazione, agli orrori del passato, escono dalla loro funzione di documento e diventano icone di un’epoca. Spesso non si tratta, da parte del fruitore, di un vero e proprio approfondimento, una conoscenza consapevole. Insomma, spesso manca il contenuto, ma il tutto assomiglia ad un senso di nostalgia particolarmente estetico, quasi feticistico. E’ l’immagine del passato a veicolare le tendenze. La moda stessa ce lo dice e richiama, ad ogni stagione, i decenni passati, o addirittura i secoli. La Belle epoque, l’Ottocento, la Parigi fin de siècle, oppure cambiando totalmente genere, l’epoca dei pionieri del vecchio West, e poi ancora i capelli acconciati come Greta Garbo oppure come Edith Piaf, il make-up  ispirato a tempi ormai molto lontani, eppure così affascinanti per noi. Le riviste femminili dedicano interi servizi fotografici che di volta in volta inscenano, ed elaborano, epoche, stili, tendenze del passato. Sappiamo quanto importante sia continuare a ricordare e conoscere la storia, tornare ad essa per prendere spunto ed esempio oppure per riflettere, distaccarsene e non ripetere gli errori. L’avvento di fotografia e cinema ci ha portato un’enorme quantità di materiale a testimonianza, e oggi con i social network, così nuovi e attuali, abbiamo la possibilità di avere tutto a portata di mano, di trovare raccolte di video, immagini, racconti dal passato. Tutto il materiale, molto semplice da manipolare e trasferire viene celebrato, condiviso, postato e ripostato sui social che si specializzano nelle varie epoche attraverso pagine tematiche (come su Facebook, dedicate ai telefilm anni ’80 piuttosto che alle foto storiche piuttosto che ai film anni 70).

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La campagna di Alberta Ferretti firmata dal fotografo Steven Meisel ed ispirata ai jazz club anni ’20

E’ una tendenza sempre esistita e naturale, anche il Rinascimento italiano prese spunto dai fasti dei secoli antichi, così come lo stile Romanico s’ispirò all’architettura romana, ma per poi procedere indipendenti in un qualcosa di nuovo e sconosciuto. Oggi abbiamo a disposizione molto di più, non solo opere, ma immagini, ferme o in movimento, simboli immediati che ci parlano e che ci ancorano al passato stabilendosi nel presente. Siamo allora realmente liberi di costruire un’estetica sgombra da tracce e rivolta al presente, al futuro, che appartenga davvero a noi? O siamo in un’epoca citazionista? Sulla citazione, interi filoni hanno preso vita, e alcuni sono riusciti in parte ad evolversi creando uno stile sì frammentario e vario, ma proprio (uno su tutti, Quentin Tarantino e il suo cinema) .

Arte a parte, ci crogioliamo nella nostalgia del passato, costruendo un presente che non ci appare così tanto scintillante nè interessante, anche quando lo mettiamo a confronto con gli orrori della guerra.

Eppure, immagini di devastazione ci arrivano da ogni parte del mondo, ma non sono così tanto celebrate, forse perchè ancora non elaborate e non ridimensionate nella nostra memoria collettiva come documento, non diventate ancora simbolo e non veicolate da un’idea di passato.

Siamo, insomma, tanti piccoli Proust  Alla ricerca del tempo perduto delle immagini.