Concerto per Jan Palach a Verona

È notizia di queste settimane: l’associazione culturale Nomos – terra e identità di Verona promuove un concerto per il 19 gennaio in commemorazione di Jan Palach, a cinquant’anni dal gesto estremo che lo vide darsi fuoco in piazza Venceslao a Praga, come protesta contro l’invasione sovietica. Le truppe sovietiche, infatti, erano entrate a Praga soltanto cinque mesi prima, come ho ricordato qui, mettendo fine alla Primavera di Praga e stringendo le maglie di un regime molto restrittivo.

Il concerto è patrocinato dalla Provincia e presentato alla stampa dal consigliere comunale Andrea Bacciga, salito alla ribalta delle cronache l’estate scorsa per il saluto romano in risposta alle femministe di Non una di meno contrarie alla mozione della 194. Nella scaletta del concerto, a quanto pare, sono presenti diversi gruppi appartenenti al circuito nazi e di estrema destra del veronese, dei quali non citerò nomi per evitare pubblicità.

Non è solo l’estrema destra ad appoggiare questo evento, anche Fratelli d’Italia e Forza Italia hanno votato a favore in sede di Consiglio comunale. Massimo Mariotti, presidente Serit ed esponente di Fratelli d’Italia a Verona, rivendica il diritto dei giovani di destra di commemorare Jan Palach.

Commemorare non significa però dare una connotazione politica del tutto arbitraria.

Con un pò di sollievo, leggo ieri che il teatro della Congregazione delle sacre stimmate ha ritirato la disponibilità dei propri spazi per accogliere l’evento, a ventiquattr’ore dalla concessione del patrocinio da parte del Comune di Verona. Le polemiche infatti erano piovute negli ultimi giorni sull’organizzazione dell’evento, sia da parte della sinistra sia da alcuni esponenti politici in Repubblica Ceca, i quali attaccano duramente il tentativo, da parte della destra, di appropriarsi della memoria di Jan Palach. Il gesto di Jan Palach fu di protesta estrema nei confronti di tutti i totalitarismi e della mancanza dei più basilari diritti civili e di libertà di stampa: un gesto apolitico, un gesto di libertà, che non va, in nessun caso, strumentalizzato.

Il presidente del Consiglio comunale di Verona, a quanto riportato da La Repubblica, si affretta a difendere la propria scelta ricordando che i ricavati del concerto sono destinati alle popolazioni venete colpite dal maltempo. Un gesto nobile, allora perché dare un orientamento politico a questa commemorazione?

In quale modo il gesto di Jan darebbe voce al clima di xenofobia e intolleranza che si respira negli ambienti di estrema destra della Verona più nera? È proprio necessario sottolineare il fatto che Jan protestava contro qualsiasi tipo di regime, di restrizione e di intolleranza, non importa il colore? È ancora possibile, nel 2019, pensare che una protesta contro il regime sovietico equivalesse a una presa di posizione nelle file della destra più radicata?

A causa del mio grande interesse per la storia di Praga e in particolare per il gesto di Jan, che mi hanno portato alla scrittura di un nuovo romanzo ancora inedito, non posso evitare di esprimere la mia opinione e la mia indignazione. Mi chiedo, e se lo chiedono anche gli studenti di filosofia dell’Università Carlo di Praga, la stessa frequentata da Jan, i quali hanno scritto una lettera di protesta nei confronti di questo evento, con quale diritto l’estrema destra si appropria del gesto di questo ragazzo, rivendicandolo come simbolo?

A pensarci bene, non dovrei stupirmi più di tanto. Come ha scritto pochi giorni fa Pierluigi Battista su Il Corriere, all’epoca persino i giovani di sinistra in Italia reagivano indignati al nome di Jan Palach. Impregnati di ideologia, erano pronti, in nome del potere operaio e della Revolucion cubana, a chiudere un occhio di fronte alle restrizioni terribili che stavano angariando i paesi sotto egemonia sovietica. Protestare contro l’Unione Sovietica equivaleva a essere di destra. Bisogna però specificare che questo usciva dalle bocche di chi, in Occidente, se ne stava comodo a protestare con tutte le libertà di cui poteva godere. La verità è che non possiamo nemmeno immaginare quello che hanno passato questi popoli durante quei decenni. O forse sì, dovremmo portarne memoria, perché non deve essere così differente dagli anni sotto il fascismo: la repressione e i negati diritti non hanno colore, sono uguali sotto qualsiasi totalitarismo.

Ancora oggi, dunque, e in particolare oggi, è impossibile descrivere la realtà attraverso una visione dicotomica e ideologizzata della stessa: è tutto molto più complicato di così. O forse è più semplice?

Avrei voluto, oggi, a cinquant’anni dalle fiamme che divamparono sul corpo di Jan in piazza Venceslao, scrivere un post in sua memoria. Ringraziarlo per l’ispirazione che mi ha dato, per la commozione che porto nel mio cuore per il suo gesto. Un gesto estremo: Jan non voleva protestare, voleva essere la protesta, dargli un volto. Dopo queste polemiche mi sento oggi di ricordarlo difendendo la sua memoria e la sua scelta. Liberiamo il suo gesto da orientamenti politici, Jan non scelse schieramenti: il suo fu un gesto di LIBERTA’.

Sulla mia pelle

Taxi-Drivers_Sulla-mia-pelle_Alessio-Cremonini_Alessandro-Borghi_Stefano-Cucchi_in-sala

Non sono un critico cinematografico, dunque la mia non sarà una critica oggettiva e organica. D’altra parte, come si può restare oggettivi davanti ad un flusso di emozioni così intenso?

Sto parlando di Sulla mia pelle, film del 2018 di Alessio Cremonini presentato nella sezione Orizzonti del 75° Festival Cinema di Venezia e distribuito in contemporanea nelle sale e su Netflixgià di per sé quest’operazione commerciale ha generato  polemiche, e il 12 settembre è stato definito addirittura il D-Day del cinema italiano da La Stampa. Il film fa discutere anche per la decisione di alcuni collettivi studenteschi e associazioni di proiettarlo gratuitamente, scegliendo così di ignorare i diritti di copyright in virtù della divulgazione di una storia molto importante.

Questo film, infatti, non solo è una novità per il modo in cui viene proposto al pubblico, ma è anche e soprattutto un racconto asciutto e delicato su una vicenda di cronaca che ha fatto molto discutere negli ultimi anni, la storia di Stefano Cucchi. L’intento del regista non è quello di santificare la figura del ragazzo morto durante la custodia cautelare in seguito all’arresto, ma di presentare i fatti come sono scritti negli atti. Stefano viene fermato dai Carabinieri il 15 Ottobre del 2009 mentre passa ad un’altra persona una bustina contenente dell’hashish. Viene perquisito e trovato in possesso di altre bustine, apparentemente pronte per essere vendute. Viene arrestato e portato in Caserma con l’accusa di detenzione e spaccio. Stefano, al momento dell’arresto, era molto magro ma stava bene.  Il giorno dopo, in Tribunale, si presenta con evidenti lividi e ha difficoltà a parlare e camminare. Il 22 Ottobre Stefano viene trovato morto nel suo letto all’Ospedale Sandro Pertini. Che cosa sia veramente successo, questo la Legge deve ancora stabilirlo, ma il 10 Luglio 2017, alla conclusione delle indagini preliminari in seguito alla riapertura dei fascicoli sulla morte di Stefano, viene chiesto il rinvio a giudizio per omicidio preterintenzionale e abuso di potere nei confronti di tre Carabinieri dell’Arma. E questa non è soltanto una storia di violenza, bensì anche di incuria da parte dei medici che lo hanno visitato e che hanno ignorato le sue gravi condizioni.

Sulla-mia-pelle-film-al-cinema

Di questo film si è già detto molto e in tanti, ma dopo averlo visto su Netflix, mi sento il cuore gonfio di dolore e rabbia e vorrei dedicare a Stefano un ricordo sul mio blog: è attraverso la ricostruzione oggettiva delle storie e la loro corretta divulgazione che si può creare una coscienza tra le persone e vincere la paura che potrebbe spingere altri giovani, nella stessa situazione di Stefano, a non denunciare immediatamente le violenze subite. L’abuso di potere è un tema delicato, ricordo la storia di Federico Aldrovandi, eventi orribili che non devono accadere mai più, ma che dobbiamo però ricordare per fare informazione.

Perché molti non sanno esattamente come sia andata, perché molti pensano ancora che, trattandosi di un ex tossicodipendente trovato in possesso di droga, forse un po’ “se lo meritava”. Per vincere le dure e ataviche mentalità è allora necessario non soltanto divulgare questo film attraverso proiezioni gratuite nelle associazioni o università, ma anche nelle scuole superiori, dove va piantato il seme per difendere i diritti civili di tutti quanti noi.

Infine, da un punto di vista puramente cinematografico, ho apprezzato molto la scelta del regista di evitare la violenza esplicita, le scene del pestaggio subito da Stefano. Credo che vederlo riapparire sullo schermo con gli occhi neri e ripiegato su se stesso dia allo spettatore ancor di più il senso di quanto, in alcuni ambienti, viene taciuto e nascosto: come se non fosse mai successo, nonostante i segni evidenti. Alessandro Borghi deve essere molto orgoglioso del suo lavoro, una trasfigurazione straordinaria, un lavoro sulla postura e sulla voce per restituire a Stefano la giusta memoria: quello che ognuno di noi merita.

 

Perchè quest’immagine continua a perseguitarci?

attacco_11_settembre

Devo essere sincera: mi turba inserire questa foto, dato che non condivido il suo uso a volte sconsiderato, ma è proprio su di essa che voglio invitare tutti quanti a fare una riflessione, una riflessione che vada al di là della lettura immediata e che provi a scoprire attraverso l’universo di immagini di cui si nutre la nostra epoca, cosa ha significato e significhi tutt’ora per noi questo aereo che punta dritto alle Torri Gemelle.

Mi riferisco naturalmente all’uso che ne ha fatto un creativo tunisino per fermare l’emorragia di turisti che scappano dopo l’attacco terroristico di Sousse. Un uso dal tono disperato, che chiede al mondo Would you stop visiting New York? tramite Facebook. Con questa pratica comunicativa si mettono a confronto due scenari molto diversi, con obiettivi e risultati molto diversi. Con questa foto si dice “ti ricordo cos’è successo a New York, guarda! (l’imperativo non è casuale, l’invito a ricordare è violento e non piacevole) Avete smesso di visitarla?” . Anzichè costruire, come dice Paola Leo nella sua riflessione, un sentimento di fiducia e credibilità, un sentimento positivo, questa pratica ci ricorda tanta negatività e chiede quasi con rabbia di tornare sui propri passi, facendomi dunque pensare a quanto quest’immagine abbia costruito nell’epoca post-moderna.

Guardando l’aereo che dritto come un fuso entra nel grattacielo, non posso non ricordare la lezione di Geografia del Prof. Farinelli, nel primissimo capitolo del suo libro “Geografia”. Egli riflette su come il pezzo di legno di Ulisse che acceca Polifemo nell’Odissea, sia la vittoria della logica contro la forza bruta. Il palo che entra verticalmente nel corpo orizzontale del ciclope, steso a terra, crea gli assi che squadrano il foglio  dell’epoca moderna e dunque della cartografia, la cui logica ha pervaso la nostra civiltà fino a giungere alla precessione del simulacro con Baudrillard. L’immagine dell’aereo che entra orizzontale nella torre che svetta e infine, la annienta, non è forse di nuovo la vittoria della forza bruta sulla logica? Tutto trasferito nell’epoca attuale, cemento e acciaio che si incontrano, la torre cade sulla fitta rete di strade di Manhattan cancellando le sicurezze del mondo intero.

L’attacco alle Torri Gemelle  lasciò sgomento il mondo allora come adesso, l’immagine dell’aereo che entra nella torre ci ha ammutoliti e continua a ricordarci ad ogni fotogramma come sia tutta questione di linee che si incontrano, questo gioco di forze che reggono la nostra realtà. L’attacco alle Torri Gemelle ha mostrato all’Occidente tutta la sua vulnerabilità, non mi sembra esagerato dire che si sia chiusa un’epoca e aperta un’altra. Di attentati ne abbiamo visti molti altri, da allora, con numerose immagini forti, di sangue e distruzione, che hanno fatto il giro del mondo attraverso TV, giornali, internet. Ma mai nessuna immagine è stato tanto utilizzata quanto questa, tanto scandagliata sulla produzione di dietrologie a volte legittime, mai immagine è stata più d’effetto ancora oggi nel tentativo di ricordare al mondo occidentale che forse la sua logica ha perso. E’ per questo che il creativo tunisino ha sbagliato, se voleva convincere gli occidentali a tornare a visitare il suo paese.

Ogni immagine racconta il fatto da un punto di vista, a volte molto convincente, ma pur sempre limitato. Quell’immagine smette poi di essere documento, smette di essere una rappresentazione e diventa simbolo, per poi diventare il fatto stesso. Dietro ad ogni attentato, quello alla Torri Gemelle prima di ogni altro, c’è una storia così complessa e oscura che è difficile chiuderla in un’immagine. Ma quell’immagine, volenti o nolenti, si sostituirà al fatto, per quanto essa sia quasi inopportuna e stridente come la soleggiata spiaggia di Sousse coperta di sangue e fiori, oppure il pervasivo (ma proprio perchè ormai consolidato) aereo che distrugge le nostre certezze. Pochissimi giorni fa ho visto questa stessa immagine in alto utilizzata su Twitter con una citazione di Walter Cronkite : “La sfida per i media del futuro è andare al di là delle immagini”. Non so se i media ci riusciranno mai, a svelare la realtà senza ricorrere alla potenza delle immagini, senza legare indissolubilmente i fatti all’immediatezza delle istantanee e onestamente, vivendo nell’epoca dell’immagine, non riesco a immaginare come questo potrebbe essere possibile. Ma, essendo una sfida, vale la pena coglierla.

Nel frattempo, sarebbe bello se le operazioni di Marketing utilizzassero, creassero, immagini positive e cariche di energia. Il passato non si cambia ed è giusto ricordarlo, ma il futuro è da fare, attraverso la fiducia.

L’estetica della nostalgia

Social network, quotidiani, riviste, TV, cinema, moda, tutto sembra guardare più al passato che al presente o al futuro. Fotografia e cinema, e infine nuovi media, ci hanno resi esteti del passato?

Schermata 2015-06-20 alle 08.29.18

Schermata 2015-06-20 alle 08.28.43

La moltiplicazione degli account Twitter (ma anche Facebook e numerosi altri social network), dediti alla raccolta di foto, immagini, icone del passato

Impossibile non lasciarsi contagiare, restare indifferenti di fronte alla costruzione mediatica che c’è intorno al passato, un passato a volte più, a volte meno recente. Tutto concorre a ricordarcelo continuamente e a farcelo amare: si moltiplicano sui social network i profili che celebrano le foto del passato, in particolare in bianco e nero o eventualmente rielaborate e colorate, in televisione o su Youtube siamo ipnoticamente attratti dai canali tematici che ci parlano di storia attraverso filmati muti, pellicole tremolanti. Tutto ci parla di nostalgia, anche le immagini legate alle guerre, alla devastazione, agli orrori del passato, escono dalla loro funzione di documento e diventano icone di un’epoca. Spesso non si tratta, da parte del fruitore, di un vero e proprio approfondimento, una conoscenza consapevole. Insomma, spesso manca il contenuto, ma il tutto assomiglia ad un senso di nostalgia particolarmente estetico, quasi feticistico. E’ l’immagine del passato a veicolare le tendenze. La moda stessa ce lo dice e richiama, ad ogni stagione, i decenni passati, o addirittura i secoli. La Belle epoque, l’Ottocento, la Parigi fin de siècle, oppure cambiando totalmente genere, l’epoca dei pionieri del vecchio West, e poi ancora i capelli acconciati come Greta Garbo oppure come Edith Piaf, il make-up  ispirato a tempi ormai molto lontani, eppure così affascinanti per noi. Le riviste femminili dedicano interi servizi fotografici che di volta in volta inscenano, ed elaborano, epoche, stili, tendenze del passato. Sappiamo quanto importante sia continuare a ricordare e conoscere la storia, tornare ad essa per prendere spunto ed esempio oppure per riflettere, distaccarsene e non ripetere gli errori. L’avvento di fotografia e cinema ci ha portato un’enorme quantità di materiale a testimonianza, e oggi con i social network, così nuovi e attuali, abbiamo la possibilità di avere tutto a portata di mano, di trovare raccolte di video, immagini, racconti dal passato. Tutto il materiale, molto semplice da manipolare e trasferire viene celebrato, condiviso, postato e ripostato sui social che si specializzano nelle varie epoche attraverso pagine tematiche (come su Facebook, dedicate ai telefilm anni ’80 piuttosto che alle foto storiche piuttosto che ai film anni 70).

alberta-ferretti-ss09-campaign-1

La campagna di Alberta Ferretti firmata dal fotografo Steven Meisel ed ispirata ai jazz club anni ’20

E’ una tendenza sempre esistita e naturale, anche il Rinascimento italiano prese spunto dai fasti dei secoli antichi, così come lo stile Romanico s’ispirò all’architettura romana, ma per poi procedere indipendenti in un qualcosa di nuovo e sconosciuto. Oggi abbiamo a disposizione molto di più, non solo opere, ma immagini, ferme o in movimento, simboli immediati che ci parlano e che ci ancorano al passato stabilendosi nel presente. Siamo allora realmente liberi di costruire un’estetica sgombra da tracce e rivolta al presente, al futuro, che appartenga davvero a noi? O siamo in un’epoca citazionista? Sulla citazione, interi filoni hanno preso vita, e alcuni sono riusciti in parte ad evolversi creando uno stile sì frammentario e vario, ma proprio (uno su tutti, Quentin Tarantino e il suo cinema) .

Arte a parte, ci crogioliamo nella nostalgia del passato, costruendo un presente che non ci appare così tanto scintillante nè interessante, anche quando lo mettiamo a confronto con gli orrori della guerra.

Eppure, immagini di devastazione ci arrivano da ogni parte del mondo, ma non sono così tanto celebrate, forse perchè ancora non elaborate e non ridimensionate nella nostra memoria collettiva come documento, non diventate ancora simbolo e non veicolate da un’idea di passato.

Siamo, insomma, tanti piccoli Proust  Alla ricerca del tempo perduto delle immagini.

Berlino, io ti abiterò

484

Berlino giunge nel bel mezzo del mio viaggio tra alcune città e località europee.

Ciò che diventa particolarmente evidente ad un confronto diretto con altre città europee è la differenza: da una parte la vecchia Europa e dall’altra Berlino, una NON-Europa, aperta non ad una sola, ma a molteplici nuove identità in continuo cambiamento. Ogni luogo pare porti con sé, attraverso i secoli, la storia che ha vissuto, diventando ciò a cui ha fatto da sfondo: è forse per questo allora che Berlino non si ferma? Berlino non è statica, apparentemente non ha nulla di secolare, come si può invece respirare a Roma, a Parigi, a Praga… Berlino è in continua evoluzione, si porta dietro mille cicatrici eppure cambia faccia velocemente. E non cela le ferite, al contrario, queste diventano parte indispensabile della sua struttura.

Il Muro di Berlino è caduto, ormai 25 anni fa, eppure è ancora presente in punti strategici della città, nel suo tessuto urbano, diventando così, nel testo Berlino, ridondante tema, il filo conduttore che si rincorre e che torna allo stesso modo in punti estremamente diversi, creando omogeneità laddove non ce n’è davvero.

Un po’ fuori dal centro e dalle attrazioni turistiche più gettonate, Oberbaumbrucke, sopra il fiume Sprea, è non solo un ponte stradale, ferroviario e pedonale che collega la effervescente Warschauer Strasse a Oberbaum Strasse, è anche un ponte tra passato e presente. Ai tempi della Guerra Fredda era un passaggio tra est e ovest, proprio perché lì passava il Muro. La sua antica struttura architettonica lo fa ricordare ancora oggi come uno dei monumenti più belli, ma diviene ora anche simbolo pieno di significato, in quanto collega, finalmente senza barriere, i quartieri Friedichshain e Kreuzberg.

Pezzi di muro fatiscenti ancora in piedi lungo il fiume Sprea, a simbolo di un passato di chiusura, mentale e fisica. Sull’altro lato del fiume, guardando dal ponte, nuove e luminose creazioni architettoniche di vetro e acciaio ci ricordano l’apertura attuale della città, all’arte, alle idee, al futuro. I musicisti di strada, seduti sul divano al centro del ponte, fanno rima col paesaggio, creando un’ atmosfera piena e gioiosa.

389

Berlino parla una lingua sua, il Postmodernismo. Scommetto che chi se lo sente nelle vene, da qua non può più andarsene.

La differenza è questa: non si trova un’altra città in Europa che si stacchi in modo così dirompente dall’epoca moderna. Berlino è frammentaria, è mancanza di omogeneità: la più decadente delle costruzioni urbane, appartenente al periodo della Guerra Fredda, si coniuga alla perfezione con quanto le sta intorno: un’opera architettonica nuova di zecca, dai materiali accecanti, il fiume placido sotto ponti secolari, gli artisti che qui a Berlino possono essere quello che sono, i lavori in corso, in corsa per un’urbanistica che perde la pelle e si trasforma in altro, giorno dopo giorno.

La stazione della metropolitana, crocevia di culture e facce, arteria della città.

Laddove il Muro separava,  mi piace pensare la U-Bahn come un’altra linea che, al pari della comunicazione in rete, rende impalpabile la materia e collega l’incollegabile, distrugge le dicotomie e i centri nevralgici. Non esiste centro a Berlino, non c’è un qui e un là, come in un’altra meravigliosa città postmoderna, Los Angeles: entrambe piegano la carta geografica alle loro logiche urbanistiche trasformando i punti di riferimento.

Unter den Linden, viale centralissimo che collega il Bundestag alla torre della TV, la Fernsehturm: mi piace vederlo come l’opposizione tra il potere istituzionale, da un lato, e il potere della comunicazione dall’altro, lungo una linea che pare continuare oltre la torre. Qua sono la frammentazione e la discontinuità a farla da padrone. Lavori in corso, ordinati, lineari, seguono un preciso progetto raffigurato e spiegato ovunque, con chiarezza ma anche con lo straordinario potere di vedere (visionari?) cosa sarà . Intorno, edifici storici come l’Università, i Musei, il Duomo, capolavoro di architettura dal sapore sognante. Tutto ciò accanto a container accatastati linearmente e ordinatamente lungo i lavori, per permettere agli operai di riposare e di essere immediatamente pronti per lavorare. Immagini stridenti, disomogenee, eppure creano un tessuto armonioso: l’aria è piena di cultura e la si può trovare ovunque.

La città moderna cercava di rendere eterno e immutabile il suo contenuto, la sua realtà, come affermazione dell’uomo. Berlino non ha una sola realtà, non ha bisogno di affermare nulla, se non che il contrario di ciò che è fermo: è proprio questo. Non sta rincorrendo un risultato, una verità sola e immutabile, la sua storia risiede proprio nella corsa continua.

Vi consiglio, per chi abbia voglia di approfondire la storia del Muro, questo libro dal quale non vi separerete facilmente, di Frederick Taylor Il Muro di Berlino
Per acquistarlo