La mia guerriglia gentile

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I suoi occhi sono grandi e lucidi e un po’ impauriti. La parte bianca dell’occhio, la sclera, è scura e screziata di venuzze rosse. È un ragazzo vestito bene, ha una felpa pulita e dei jeans non consumati né calati al di sotto del bacino. Stringe in mano il portafoglio e me lo porge. Con questo gesto disarmante vuole dirmi che non intende rapinarmi né chiedermi dei soldi. I suoi occhi impauriti e preoccupati mi raccontano che la pelle scura necessita di quest’assicurazione preventiva. Forse in passato l’aiuto che sta gentilmente chiedendo a me gli è stato rifiutato per paura. Mi chiede aiuto per fare il biglietto del treno.

È una stazione piccola e quasi mai affollata. Ci sono solo le macchine automatiche per fare il biglietto, la biglietteria è stata soppressa. Le macchine automatiche non sono sempre così intuitive: dicono che puoi scegliere la tua lingua, ma in realtà devi essere anche più che a tuo agio con la tecnologia e insistere particolarmente con le dita sullo schermo, tanto che a volte a me pare una lotta. Ci sono tanti treni che si fermano, tante persone che scendono e salgono. Ma, a parte questi momenti fugaci, la stazione è per lo più vuota e qualcuno dorme accucciato nell’ultimo binario, il quarto.

I viaggiatori che attendono hanno paura (sì, è una storia di paura), si guardano intorno preoccupati. Io mi chiedo perché. Io mi sento una stoica, un Buster Keaton che continua a fare capriole e cade. Un pò stupida, forse, ma continuo con la mia guerriglia gentile. Sì, io mi sento una guerrigliera col mio sorriso di protesta. Sorrido anche agli anziani che si spostano, in treno, e mugugnano perché anche io faccio loro paura, forse sono troppo colorata. Tiè, beccati sta pallottola di sorriso.

Non tocco il suo portafoglio e mi avvicino alla macchinetta. Lui mi spiega che deve andare a Bologna e in quali orari vorrebbe andare e tornare. Io acquisto il biglietto per lui e cerco di spiegargli tutti i numerosi passaggi che faccio, voglio essere sicura che capisca, voglio che se la cavi da solo la prossima volta. Lui mi guarda un pò sorpreso ma mi segue. Poi paga e raccoglie il suo resto. Mi accerto che sappia di dover obliterare il biglietto di ritorno solo prima di salire sul treno e non subito. Mi ringrazia e vola via. Io gli sorrido e penso che è l’unico volto umano in stazione, questa mattina.

Mi giro. Dietro di me c’è una mamma con lunghe treccine nere e un neonato fasciato a sé con un telo colorato. Stringe tra le mani il suo portamonete e me lo porge. Accanto a lei c’è una signora anziana con i capelli bianchi e la borsa stretta a sé, stringe tra le mani il suo portamonete e me lo porge.

Penso che ci sia bisogno di più guerriglieri gentili.

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Il mio primo romanzo Scrivi

IMG_6093È con enorme piacere ed emozione che annuncio finalmente l’uscita di Scrivi su Geeko Editor, casa editrice online, social e interattiva, che ho avuto la fortuna di incontrare alcuni mesi or sono.

Perché Geeko Editor mi è piaciuta subito? Perché è un bellissimo progetto di editoria indipendente e slegata dalla logica delle lobby dei grandi nomi, portato avanti da tre giovani pieni di idee e di voglia di fare. Come moltissimi scrittori sconosciuti ed emergenti sapranno, pubblicare oggi potrebbe essere solo apparentemente più semplice. Tutti voi, come me, avrete fatto esperienza di case editrici che vi chiedono denaro per pubblicare, oppure ancora di quelle più grandi e irraggiungibili che non rispondono mai, legate ai best seller e ai libri sicuri. Di coraggio in giro ce n’è poco, pochissimo per la verità. E dato che il mio Scrivi parla proprio di coraggio, io non potevo che affidarlo a chi coraggio ne ha avuto da vendere, creando questa bellissima start up. Vi consiglio di dare un’occhiata sul loro sito e di entrare nella community. Sarà possibile pubblicare i vostri racconti, leggerne altri, partecipare attivamente alla vita della casa editrice decretando i vincitori dei vari Contest, come quelli di pubblicazione, esattamente quello a cui ho partecipato io.

Che cosa è Scrivi? È l’imperativo dell’anima. E’ una storia emozionante e tutta al femminile.
Celeste è una donna tenace e orgogliosa dei primi del ‘900, che vive sulla propria pelle le ipocrisie del suo tempo. Dorotea vive invece un’altra crisi, quella economica, del 2008, che mina le sue certezze e sembra toglierle grinta e forze.
Riuscirà a ritrovarle solo in un modo: ricordando le storie di Celeste, l’anziana vicina di casa che da piccola la portava a fare passeggiate in campagna raccontandole la sua vita e insegnandole a non aver mai paura. Un ricordo capace di far nascere in Dorotea un desiderio potente: portare su carta la sua storia e quella di Celeste, per ritrovare una ragione per lottare. “Scrivi” è una storia consigliata a chi è sempre in viaggio, metaforico e non, a chi vive con intensità ogni aspetto della vita, a chi crede nei legami che trascendono la realtà contingente, a chi si immerge nella scrittura per trovare un’unione più profonda con se stesso e con la realtà.

A questo link è possibile scaricare l’anteprima e poi, se vi ha incuriosito, anche l’e-book in formato pdf, pub o mobi. Acquistare “Scrivi” non sostiene soltanto il mio cammino, appena iniziato, come scrittrice: sostiene anche gli scrittori emergenti e l’editoria indipendente, che per portare a galla le voci di talenti non ancora scoperti ha bisogno di tutti voi e del vostro interesse. E, ultimo ma non meno importante, sono certa che saprà toccarvi l’anima, come quella che io ci ho messo per scriverlo.

Quegli stereotipi da abbattere con la lupara

“L’età della simulazione comincia con l’eliminazione di tutti i referenti – peggio: con la loro resurrezione artificiale in un sistema di segni, che sono una materia più duttile dei significati perché si prestano a qualsiasi sistema di equivalenza, a ogni opposizione binaria, e a qualsiasi algebra combinatoria. Non è più una questione di imitazione, né di duplicazione o di parodia. È piuttosto una questione di sostituzione del reale con segni del reale; cioè un’operazione di cancellazione di ogni processo reale attraverso il suo doppio operazionale. […] sarà un iperreale, al riparo da ogni distinzione tra reale e immaginario, che lascia spazio solo per la ricorrenza di modelli e per la generazione simulata di differenze.” (Jean Baudrillard – Simulacres et simulation)

Semplificando le parole di Jean Baudrillard,  con l’espressione “la precessione del simulacro” si fa riferimento a ciò che è avvenuto nell’epoca del grande consumo dei prodotti mediali e di massa, ovvero il concetto secondo cui l’immagine che è stata costruita di qualcosa o qualcuno, diventi la sua realtà perché conosciuta come tale, l’immagine si sostituisce quindi al reale.

Considerando questo, e tutto ciò che ne consegue, è doppiamente imbarazzante il fatto che dei professionisti abbiano scelto, nel 2017, questa foto per presentare la città di Taormina, scelta come sede del G7, alla stampa estera:

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Prima di parlare dell’immagine, vediamo brevemente il fatto, raccontato dal Corriere qui. Matteo Renzi annuncia, lo scorso anno, che il G7 si sarebbe tenuto a Taormina, messaggio forte, per mettere in luce la Sicilia e rilanciarne l’economia e l’immagine. Un anno dopo, il Governo mette a disposizione dei media stranieri un app all’interno della quale, tra le immagini rappresentative da poter usare per i loro articoli, l’immagine di cui sopra. La vogliamo rilanciare questa Sicilia, o affossare definitivamente sotto i colpi degli stereotipi radicati su questa regione, così come sul Sud e sul nostro Paese intero? Naturalmente, dopo aver ricevuto un mare di critiche, il Governo fa togliere l’immagine. Ma il Corriere utilizza l’immagine sopra per un parallelo eccellente ed estremamente efficace:

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L’uomo con la coppola è lo stereotipo un pò vecchiotto ed inflazionato, che ne Il Padrino di Francis Ford Coppola tanto funzionò. Certo, eravamo nel 1972 e si metteva in scena una Sicilia post seconda guerra mondiale, che dava riparo al figlio del padrino all’interno di un clan mafioso. Nonostante il contesto fosse fortemente indirizzato e parlasse essenzialmente di mafia, l’immagine intera degli italiani ne risentì, non solo in questo e per questo film, ma in generale nei media stranieri, legandosi indissolubilmente all’uomo con la coppola, che non era solo vezzo d’abbigliamento, ma che rappresentava molto di più. L’uomo con la coppola rappresenta il mafioso, l’uomo al limite della malvivenza e della latitanza, di poche parole e anche un pò ignorante, vestito di scuro, che si gira a guardare lascivamente, e anche un pò seduttivamente, le donne che passano. E’ l’uomo dell’immagine scelta per l’app del Governo. Veste abiti fuori moda, come se la Sicilia e l’Italia intera fossero rimasti al dopoguerra, fuma, veste i panni della maschera machista e maschilista dell’uomo italiano. Uomo e donna nell’immagine sono all’opposto, figurativamente, plasticamente e cromaticamente. Uno all’estrema destra, l’altro all’estrema sinistra. Linee dure e diritte per l’uomo, morbide e arrotondate per la donna, ad iniziare dal sorriso all’insù e dall’ombrellino vezzeggiante. Colori scuri per lui, colori accesi e caldi per lei. Lei veste il rosso della passione, lui non resiste e la guarda non con ammirazione, non con simpatia, non con amore: con desiderio. Il connubio classico, uomo italiano conquistatore e maschilista. Tant’è che lei abbassa lo sguardo, le farà piacere? Sarà intimidita? Non lo sappiamo, in questa foto è presente anche lo stereotipo sulla donna che deve tenere nascosto il suo pensiero (ed il suo sguardo), per salvaguardare l’onore, insomma abbiamo tutti gli stereotipi sugli italiani, in particolare del Sud. Stereotipi che, se cinquant’anni fa erano ancora perdonabili e facevano un pò folklore, oggi è tempo di cancellare. Di abbattere appunto, a colpi di lupara.

Ma chi meglio del nostro Governo dovrebbe e potrebbe accollarsi l’onere e l’onore di svecchiare la nostra immagine? Se non partiamo noi a vederci con occhi diversi, e rappresentare di conseguenza la nostra immagine in modo nuovo, con i valori che vorremmo, con l’uguaglianza e il grado di progresso che i rapporti hanno raggiunto in questi decenni, come possono farlo gli altri? Gli altri, i media esteri, già drogati da decenni di stereotipi su di noi.

Poi, scrivendo poco sopra che abbiamo fatto progressi nei rapporti sociali, mi vengono in mente tutti i femminicidi che avvengono, in continuazione. Dicevamo, la precessione del simulacro? L’immagine, di cui sopra, ha preso il posto della realtà.