Non serve davvero un altro articolo che spieghi cos’è l’inbound marketing, è stato scritto di tutto, e in fondo ti segnalerò quello che ritengo essere uno dei più interessanti. Ma oggi, con questo mio contenuto, voglio raccontarti non solo questo tipo di marketing, ma anche come io lo vivo in relazione alla mia attività. Sì, perché credo fermamente nell’utilizzo dell’inbound marketing nel digitale, anzi: i due aspetti si sposano alla perfezione e portano avanti questa visione del marketing meno aggressivo e più verticalizzato. Più efficiente ed efficace.

Come ho sempre ripetuto in qualsiasi mio articolo o contenuto social, per vendere non serve a nulla rivolgersi a tutti, bensì al proprio cliente ideale, quelle persone che possono essere realmente interessate. Un po’ come se Giorgio Mastrota e le sue pentole si rivolgessero esattamente alle persone che si trovano a cucinare e stessero sognando un fantastico set di pentole nuovo di zecca.

Fino a qualche anno fa questo era molto difficile, se non impossibile. La scelta ricadeva sulla fascia oraria della TV in relazione al tipo di pubblico, oppure alle riviste di cucina. Oggi mettere in campo queste tecniche è molto più semplice ed efficace. Vediamo come. 

Inbound contro Outbound Marketing

Ma cos’è l’inbound marketing, che differenza c’è con l’outbound marketing?

Proviamo a fare degli esempi. Hai presente quando vieni contattata telefonicamente da un call center che cerca di venderti un nuovo contratto internet/luce/mobile, la qualsivoglia di cui non te ne può fregar di meno? Non solo, probabilmente, non hai nessuna intenzione di cambiare contratto, ma la telefonata ti arriva pure in un momento in cui non ti va affatto di essere disturbata. Eppure, eppure, attenzione: in qualche modo questo metodo funziona, perché non solo viene perpetrato da decenni, ma le aziende sborsano importanti cifre per avere una serie di numeri telefonici da utilizzare a questo scopo.

Questo è outbound marketing, e non solo questo: tutta quella serie di tecniche per cui vieni bersagliata con contenuti, promozioni, sconti, informazioni, banner pubblicitari che non hai cercato. Si tratta di un modo di fare marketing, come quello del comparto pubblicitario televisivo e radiofonico, un po’ antiquato; non per questo possiamo dire che non funzioni, al contrario. In realtà per determinati brand funziona benissimo, e, anzi, viene completato poi dall’inbound marketing creando un flusso perfetto. 

Hai presente, ancora, quando ricevi delle e-mail in cui ti vengono proposte soluzioni di prestito che tu non hai mai cercato né richiesto? Sicuramente le ricevi in spam: in quel caso fai parte di una mailing list che probabilmente è stata venduta a terzi, hai anche certamente dato il tuo consenso per questo (quando hai flaggato l’opzione marketing di terze parti!).

Questo è outbound marketing.

Se, invece, cerchi esplicitamente su internet dei prestiti a tasso agevolato e poi navighi alcuni siti per farti un’idea, le sponsorizzate che ricevi successivamente su Facebook, e che ti propongono gli stessi prestiti che hai visto poco prima, sono a tutti gli effetti operazioni di inbound marketing.

Piccola parentesi: lascia perdere che poi, a volte, ricevi sponsorizzate delle quali non t’interessa proprio nulla (leggi: il social media manager ha impostato un target per localizzazione o per età, e non per interesse). Qui sto facendo una discriminante per tecniche di marketing, non per mezzo. Anche l’e-mail marketing può operare in entrambi i casi, outbound o inbound marketing, come abbiamo detto poco sopra: la differenza la fa il come.

Perché l’inbound marketing è il mio manifesto

Io opero solo nell’inbound marketing, la mia filosofia di comunicazione si sposa felicemente con questa tecnica, andando a costruire per le mie clienti un modus operandi che consente di risparmiare energie e vendere di più: non hai necessità di parlare con tutti, né di raccogliere migliaia di follower o iscritti alla newsletter, ti serve rivolgerti solo a chi è interessato davvero a ciò che vendi e ciò che fai. Per trovare queste persone, è opportuno offrire loro contenuti di qualità, utili e interessanti, costruirti una voce attraverso questo: ti seguiranno, s’iscriveranno alla tua newsletter, ti leggeranno e saranno in grado di dare un valore al tuo lavoro. Non si tratta di proporre continuamente un acquisto, bensì di stabilire delle conversazioni, uno scambio, un flusso sincero e apprezzabile.

Onestamente? Non voglio sentir dire che l’espressione contenuti di valore sia superata o vuota. Ho notato che chi la critica o la trova oramai ridondante è perché non ha realmente trovato la strada giusta (sempre molto varia e personale, per fortuna!) per proporre, appunto, contenuti di valore al proprio target.

La SEO è inbound marketing, perché intercetta ricerche e non propone a tutti per ottenere vendite, indistintamente, giocando sui grandi numeri. Le stesse Google Ads, anche se sono annunci a pagamento, costituiscono una tecnica di inbound marketing, perché appaiono solo a chi fa determinate ricerche, a differenza dei banner sui siti che appaiono a tutti, impallando spesso il caricamento, la visuale e la lettura di articoli.

La newsletter, quanto meno nel metodo che io seguo e che presto insegnerò tramite un videocorso in uscita ad Aprile, è una tecnica di inbound marketing, perché non contempla l’idea d’inserire qualsiasi indirizzo e-mail in mailing list (che, peraltro, detta così è reato, fai attenzione, ci vuole sempre il consenso). La newsletter, così come la concepisco io, persegue una tecnica trasparente e coerente per raccogliere iscritti consapevoli e interessati, e per nutrire, col tempo e con il contenuto, il rapporto con loro.

Un rapporto che porta vendite, molto spesso continuative e soddisfacenti per entrambe le parti.

Questa è la mia idea di marketing, e quello che trovi qui è l’articolo di Studio Samo che ti consiglio di leggere a proposito, con una splendida citazione iniziale dei creatori del concetto di inbound marketing, Hubspot.

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